Prima medaglia d’oro agli ipocriti capi di stato
Mentre i cinesi gli massacrano il Tibet con violenze e massicci arresti dei monaci, mentre il mondo parla di boicottare Pechino 2008, il Dalai Lama invita gli sportivi ad andare all’Olimpiade, ma a manifestare durante i Giochi.
Intanto Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, l’Unione europea e Bush fanno sapere che non ci saranno alla cerimonia inaugurale. E la Cina denuncia complotti islamici contro gli stranieri.
Per lo sport siamo al patetico: «Andiamoci, ma facciamo sapere che sappiamo». Comprendiamo l’imbarazzo degli atleti, che difendono i valori dello sport e il “sogno della vita”, per il quale si sono allenati per quattro anni, ma sanno anche che, nel nome della perfetta organizzazione, il pretesto olimpico servirà ad accentuare la repressione violenta (per fortuna, c’è ancora Internet a far circolare espressioni di libertà!).
La situazione è ancora confusa e un po’ “esplosiva”, come dimostra il viaggio della fiaccola olimpica, che mezzo mondo tenta di aggredire e spegnere (chissà in quale Tibet insanguinato passerà), simbolo di una manifestazione tanto nobile quanto strumentalizzata. I Giochi, sia pure malati di denaro e di interessi “extra” (politici e, ancor più, economici), sembrano potercela fare anche questa volta. Nel passato ce la fecero pur patendo il “filotto” di tre boicottaggi consecutivi (dagli africani nel 1976 a Montreal, dagli americani a Mosca nel 1980 e dai sovietici a Los Angeles nel 1984); e subendo l’escamotage penoso ma efficace della sfilata nello stadio Lenin di quei Paesi, fra cui l’Italia, allineati alle ragioni del “no” statunitense, ma che nella pratica negarono i Giochi soltanto agli atleti militari.
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Un po’ di ipocrisia resiste ancora nello sport, sia chiaro. Ma è solo una scaglia se la confrontiamo al monolito immane dell’ipocrisia politico-economica dei Paesi che nel 2001 diedero i Giochi a Pechino, ben sapendo della questione tibetana che sanguina dal 1950, e dei diritti umani calpestati in Cina (la tragedia di piazza Tienanmen è del 1989). Ma su ogni altra considerazione civile ed etica, è prevalso il calcolo dello strepitoso boom economico dei cinesi, con spazi immensi per i grandi affari di tanti Paesi (anche se poi la Cina da mercato che si apre è diventata soprattutto un’industria che produce e invade ogni angolo del mondo con i suoi prodotti a basso costo).
Adesso i capi di Stato annunciano che non andranno a Pechino, scaricano sugli atleti la responsabilità di salvare lo sport, ma ordinano ai loro “affaristi” di far soldi. Siamo al paradosso che a Pechino, un atleta con un cartello di protesta sarà più coraggioso del segretario dell’Onu, che ha motivato la sua rinuncia con la scusa di “precedenti impegni”. Ipocrisia a livello mondiale, segno d’una politica debole e in soggezione. Che ne è di quello spirito olimpico che, durante i Giochi, faceva cessare le guerre nell’antica Grecia? Oggi non chiamiamole più Olimpiadi!




