Uno sguardo che parte da lontano
Il nostro tempo è Qui. E comincia Adesso
(Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Urbano Cristini, che ringraziamo per il contributo)
L’antipolitica contemporanea porta spesso politici, giornalisti, capi di stato, opinionisti in generale, che tendono a sottovalutare le capacità intellettive e intellettuali di chi ascolta o legge, ad affermare che un evento “non deve essere politico né politicizzato”. Un esempio eclatante ne è la discussione sorta intorno alle prossime Olimpiadi, denunciate di essere state strumentalizzate politicamente, a differenza delle precedenti.
Chi sostiene ciò dimostra una ben scarsa cultura.
Facciamo un salto indietro, anteriore alle Prime Olimpiadi dell’età moderna. Risaliamo con la memoria agli antichi Giochi Olimpici disputati nella Grecia, quasi 3000 anni or sono.
Oltre ad essere una manifestazione sportiva di rilievo, le Olimpiadi avevano un’importanza fondamentale nell’Ellade.
Innanzi tutto erano anche una manifestazione religiosa tributata a Zeus Olimpico, la cui enorme statua, una delle Meraviglie del Mondo, troneggiava ad Olimpia.
In occasione dei Giochi Olimpici, inoltre, le eterne rivalità belliche tra poleis erano sospese. È un particolare da non sottovalutare: non esisteva una nazione greca, né una confederazione tra tutte le città. Ognuna era chiusa su di sé (solo in epoca più tarda ebbero rapporti con le proprie colonie e con le altre città), orgogliosa e fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, gelosa della propria terra. Solo un evento eccezionale come le olimpiadi rompeva questo muro.
Ma i Giochi erano anche un momento culturale, sia per il valore che gli Elleni riconoscevano agli sport, considerati sacri, sia perché alle Olimpiadi erano invitati i più grandi oratori, rethores, della penisola.
A parte alcuni esempi di pura e ridondane retorica, chi parlava all’intera assemblea achea voleva improntare l’evento a principi e valori ben precisi. Generalmente, in modo che oggi si definirebbe nazionalista, si esortavano gli Elleni ad unirsi contro il Re dei Re (il Re dell’impero Persiano), a costituire un “Panellenismo” tra tutti i discendenti di Acheo, basato sui valori di “democrazia” (da notare l’ipocrisia), della cultura, dell’unione contro il nemico barbaros, dell’esportazione della splendente cultura greca oltremare, in un’ottica che vedeva l’Ellade come faro di pace e benessere. Esemplare può essere l’orazione fatta da Isocrate nel 380 a. C., ma sembra di sentire discorsi molto più recenti.
Il culmine fu raggiunto però nel 388 a.C. da Lisia, che, in nome dei valori della “democrazia” greca, si scagliò contro il tiranno Dionigi da Siracusa. L’orazione portò all’attacco e all’incendio delle tende dei Siracusani, che partecipavano anch’essi alla competizione. E la storia si ripeté molti secoli dopo.
Tornando a tempi più recenti, è opportuno ricordare che le VI, le XII e le XIII Olimpiadi furono annullate per i conflitti mondiali, simbolo di quanto siamo riusciti ad ereditare dalle culture di cui spesso ci fregiamo.
Nel 1936, Adolf Hitler organizzò le Olimpiadi di Berlino cercando di mostrare i grandi traguardi culturali, tecnologici e architettonici del III Reich. Da questo punto di vista le XI Olimpiadi furono un successo. All’Olimpiastadium ancora oggi un’enorme volto di Hitler accoglie i visitatori. Ma per lo in ambito sportivo le Olimpiadi furono una disfatta: Hitler aveva espressamente ordinato di preparare al meglio una squadra di atleti tedeschi e “ariani” per mettere il risalto la superiorità di quella razza. Era una squadra indubbiamente di aspetto splendido, muscoloso, alto e biondo, ma completamente priva di esperienza.
Fu perlomeno imbarazzante che Jesse Owens, nero, e quindi per Hitler appartenente ad una razza inferiore, vincesse ben quattro medaglie d’oro, schiacciando l’equipe del Reich. Davanti agli occhi del mondo il Führer mostrò il proprio razzismo abbandonando lo stadio al momento della premiazione.
Ai Giochi Olimpici di Città del Messico, nel 1968, durante la premiazione della finale dei 200 metri, Thomas “Tommie” Smith e John Carlos, medaglie d’oro e di bronzo, salutarono l’inno americano con il pugno teso guantato di nero, simbolo del Black Power. Si scagliarono così contro le discriminazioni razziali verso i neri negli USA, che ancora non avevano gli stessi diritti civili della popolazione bianca.
Un tragico incidente pesò invece alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un gruppo di Palestinesi del gruppo Settembre Nero presero in ostaggio la squadra israeliana. L’evento si concluse nel sangue degli attentatori e degli atleti durante una sparatoria con la polizia. Le Olimpiadi furono sospese per un giorno, e il fatto che continuassero fu aspramente criticato.
Nel 1976, a Montréal, i paesi africani chiesero l’esclusione dai Giochi della Nuova Zelanda, la cui squadra di rugby aveva partecipato ad un incontro in Sudafrica, dove vigeva l’apartheid. Il CIO rifiutò e 31 nazioni boicottarono i giochi.
USA e URSS boicottarono i giochi degli avversari, rispettivamente a Mosca, nel 1980, e a Los Angeles, nel 1984, in piena Guerra Fredda. La Repubblica Popolare Cinese prese parte invece a questi ultimi.
La Corea del Nord e Cuba si rifiutarono di partecipare ai Giochi nel 1988 a Seoul.
Il centenario delle Olimpiadi, ad Atlanta nel 1996, fu di nuovo teatro di tragedia.
Oltre alle critiche per la scelta dello sponsor, la Coca-Cola, che sanciva definitivamente l’assoggettamento dello spirito sportivo agli interessi delle multinazionali, ci fu un altro attentato terroristico la cui matrice è tuttora ignota.
Le Olimpiadi del 2000, si svolsero senza incidenti, probabilmente perché l’Occidente sente molto lontano da sé stesso le discriminazioni e le ingiustizie che da oltre 200 anni perseguitano i Maori.
Affermare quindi che le Olimpiadi di Pechino, le XXIX, non debbano essere uno spettacolo politico, appare una farsa dopo millenni che dimostrano il contrario.
Semmai non devono essere un prodotto partitico, in cui gli atleti si fanno promotori degli schieramenti parlamentari, dei governi, dei regimi, delle questioni puramente ideologiche.
Gli sport, e soprattutto le Olimpiadi, non sono un semplice calcolo chimico-matematico di muscoli, forze, tempi degli atleti. Vederle così vuol dire sminuirne enormemente il valore.
Lo Sport è altro. I Giochi Olimpici e il loro Spirito sono altro.
Lo Sport non è bello solo perché è divertente, perché fa muovere, perché è agonistico.
Ma perché è il frutto dell’impegno e della costanza nella preparazione della disciplina, della dedizione profonda a quello Spirito. Sono espressione dei principi della correttezza e della lealtà, dell’amore della competizione alla pari, del rifiuto di fare qualcosa solo per motivi economici.
Quando si è lì sul campo, sull’arena, nello stadio, si crea lo spirito di fratellanza, uguaglianza e unione che poche altre esperienze sono in grado di generare.
Questo Spirito si trasmette anche nel giuramento prestato da un membro della squadra ospitante:
“A nome di tutti i concorrenti, giuro che prenderemo parte a questi Giochi olimpici rispettando le norme che li regolano, nel pieno spirito di sportivi, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre”.
Non riconoscere nello sport questi principi politici è da miopi. O da chi volontariamente non vuole vedere.
Questo è l’impegno politico, nello sport e nella vita, che poteri forti vorrebbero annientare definitivamente, ponendoci tutti nell’adorazione dell’altare del denaro.
Questo è lo Sport e l’essere Sportivi.
I Giochi sono importanti per la pubblicità dell’evento, per i guadagni fatti, e per i finanziamenti che i paesi ottengono. Ma sono ancora più fondamentali perché la città olimpica e gli atleti sono al centro del palcoscenico del mondo. È quindi anche una grande occasione di risalto.
Possiamo sperare molto per Pechino 2008. Non interventi armati, né pro Tibet, né di repressione violenta, come spesso assistiamo in questi giorni, né attacchi terroristici sullo stampo di Monaco 1972. Possiamo sperare che gli atleti, esponendosi alle critiche anche dei loro governi, che li vorrebbero solo come strumenti di gloria dei propri paesi, diano una forte testimonianza di libertà e di giustizia, come coraggiosamente fecero Smith e Carlos quaranta anni fa. Possiamo sperare che di nuovo i loro volti e i loro sguardi si levino a guardare in faccia il potere, e ad accusarlo e a denunciarlo.
Concludo con una poesia, una delle mie preferite, di Piero Calamandrei.
In lei c’è scritto “Camerata Kesselring”, ma basta cambiare queste parole con “Presidente Bush”, “Segretario Stalin”, “Mao”, “Generale Silla”, “Eccellenza Mussolini”, “Comandante Castro”, “Robespierre”, “Colonnello Chivington” “Reynald de Chatillon”, “Capitano Cortés”, affinché resti sempre attualissima.
Attuale contro ogni potere che si arroga il compito di pensare per l’altro, che fornisce la scelta già fatta, che svuota la donna e l’uomo di ciò che li distingue dalle bestie, il Libero Arbitrio e la Ragione, e che offrono solo quella felicità frivola, insignificante e “bovina”, risultato dell’unica libertà che sono in grado di offrire: libertà DAL pensiero, libertà DALLA Scelta.
Una libertà che al giorno d’oggi è sempre più ben accolta.
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
Ora e Sempre
RESISTENZA





