I volontari del Sichuan
Wang Xia che incontro a Hanwang è una donna di trent’anni, ma coi capelli corti, in jeans e t-shirt potrebbe essere una ventenne che incontri in discoteca a Pechino. Non è di qui, è arrivata con quattro amici da Xian, un gruppetto di volontari accorsi nell’epicentro del sisma per aiutare. “Quando abbiamo visto le immagini atroci alla tv lunedì sera non potevamo restarcene a casa. Siamo partiti subito. Dieci ore di autostrada sotto la pioggia e siamo arrivati qui, nel cuore dell’inferno”. Si aggirano in mezzo all’ospedale da campo di Hanwang, una cittadina del triangolo della morte: 50.000 abitanti, 6.700 morti già estratti dalle rovine. Un panorama di guerra, file di edifici che sembrano centrati da missili, squartati e accartocciati su se stessi. Siamo ai piedi delle montagne, che incombono sinistre: il verde intenso delle foreste del Sichuan è tranciato da slavine di terra rossa che sembrano ferite aperte. Lassù l’emergenza è drammatica: la scossa di assestamento (5,9 gradi della scala Richter) ha reso di nuovo impraticabili le stradine che l’esercito aveva riaperto con fatica. I villaggi lassù precipitano di nuovo nell’isolamento. Da quelle alture arrivano ancora dei superstiti. Un vecchio contadino si trascina con una gamba sanguinolenta, viene circondato da infermieri in camice bianco, lo allungano su una barella sotto la tenda blu della Croce Rossa cinese. Wang e gli altri volontari si avvicinano, un poliziotto li dirotta verso un camion carico di bottiglie d’acqua perché vadano a distribuirle. “Non importa cosa ci danno da fare, purché possiamo essere utili” dice Wang sorridendo. I cinque amici hanno lasciato a Xian degli impieghi da “precari”: due lavorano in un ristorante, uno in una piccola ditta edile, altri due sono fattorini per un corriere espresso. Sono un campione del nuovo fenomeno esploso in mezzo alla tragedia del Sichuan: una folla di volontari accorsi da tutta la Cina. C’è chi ha caricato su un’utilitaria le scorte alimentari che aveva in cucina ed è partito da Chongqing, da Shanghai, a molte centinaia di chilometri da qui. Ci sono intere società di taxi i cui autisti sono venuti tutti insieme per fare servizio d’ambulanza. Un corteo di Toyota con su la pubblicità di un concessionario d’auto. Un gruppo di camioncini della Iveco, da Nanchino. Furgoni che appartengono a ristoranti, fabbriche di scarpe, negozi di videogiochi. Per attraversare la Cina carichi di provviste, per passare ai posti di blocco dove la polizia dà la precedenza ai convogli militari, i volontari hanno incollato sui finestrini foglietti scritti a mano: “Combattiamo il terremoto, salviamo le vittime”. E’ un fenomeno senza precedenti. Com’è senza precedenti l’afflusso di donazioni agli uffici della Croce Rossa di Pechino: code per donare soldi, vestiti e medicinali, 192 milioni di euro raccolti in poche ore. Per decenni il partito comunista ha visto con sospetto il volontariato, un potenziale concorrente. Solo di recente sono state legalizzate le ong. Ma ai cittadini è stato insegnato che lo Stato è lungimirante e provvede ai grandi bisogni del paese. E dopo l’orgia di collettivismo di Mao, dopo tante “campagne di mobilitazione” dagli esiti sciagurati, era prevalso il riflusso individualista. Con il boom economico è esploso il consumismo, al senso civico sono subentrate le solidarietà di clan, la diffidenza verso gli slogan sull’interesse nazionale. La tragedia del Sichuan rivela un’altra Cina. Nel dolore scatta una unione sincera. Wang Xia e le migliaia di volontari hanno slanci che nessuno ha comandato, hanno trovato la strada da soli.




