Un nuovo asse Mosca-Pechino
Come ai bei tempi in cui Mao e Stalin filavano d’amore e d’accordo, Russia e Cina fanno fronte comune contro l’America. In questo caso ad avvicinare le due superpotenze è la loro opposizione al sistema globale di difesa anti-missili, che gli Stati Uniti stanno “infiltrando” in aree dell’Asia centrale di importanza strategica per Mosca e Pechino. Ma la convergenza è anche più ampia, abbraccia l’Iran, i diritti umani, le politiche antisecessioniste in Tibet o in Cecenia: un rigetto sempre più esplicito di tutto ciò che chiede l’Occidente. Ieri il monito agli Stati Uniti è stato lanciato in occasione della visita del presidente Dmitry Medvedev a Pechino. Dal vertice col suo omologo Hu Jintao è uscita una dichiarazione congiunta: “La creazione di un sistema globale di difesa anti-missilistica e il suo dispiegamento in alcune aree del mondo non agevola il mantenimento degli equilibri strategici e della stabilità, danneggia gli sforzi per la riduzione degli armamenti e la non-proliferazione nucleare”. A questo si è aggiunta un’altrettanto forte messa in guardia contro ogni tentazione di intervento militare in Iran, un’ipotesi che continua ad essere attribuita a George Bush negli ultimi mesi della sua presidenza (e che potrebbe anche riaffacciarsi sotto un’eventuale presidenza di John McCain).L’abbraccio sino-russo è arrivato in occasione di un summit importante anche sotto il profilo simbolico. Medvedev infatti ha scelto la Cina come tappa principale del suo primo viaggio all’estero, un segnale chiaro sulle priorità strategiche di Mosca. In un clima molto diverso per la politica internazionale – quando l’America godeva di una supremazia “unipolare” incontestata – Vladimir Putin scelse Londra per il suo primo viaggio all’estero nel 2000. Adesso
la Russia irrobustita da una rendita petrolifera sempre più generosa non ha bisogno di omaggiare l’Occidente. In quanto alla Repubblica Popolare, alla sua ascesa come seconda economia mondiale si accompagna un’espansione d’influenza politico-militare in tutti i continenti. Ora che Cina e Russia hanno risolto gli ultimi contenziosi (con l’accordo firmato da Putin sui confini), in un certo senso è stato sepolto ogni residuo del lungo “scisma” che oppose le due chiese del comunismo mondiale: il gelo iniziato tra Mao Zedong e Nikita Kruscev spinse via via la Repubblica Popolare a costruirsi l’atomica da sola, poi provocò scontri fra le truppe dei due paesi sul fiume Ussuri, infine pose le basi per il riavvicinamento cinese con l’America di Richard Nixon. Oggi semmai tra Cina e Russia può nascere l’embrione di un nuovo asse, meno ideologico e più pragmatico di una volta. E’ l’alleanza dei due principali modelli di “capitalismo autoritario” del XXI secolo, per fare sbarramento contro le critiche dell’Occidente sulla mancanza di democrazia e gli abusi contro i diritti umani. E’ anche la sinergia fra due economie entrambe in crescita, con caratteristiche diverse e complementari: la Russia è ricca di quelle materie prime (energetiche e non) che la Cina deve importare per sostenere il formidabile ritmo di crescita della propria industria manifatturiera, nonché il boom di consumi interni della popolazione più vasta del pianeta. La visita iniziata ieri è il culmine di un processo di avvicinamento ben avviato da Putin: le due nazioni hanno già organizzato diverse manovre militari congiunte. Ieri è stato firmato un accordo di cooperazione nucleare, per un miliardo di dollari la Russia costruirà in Cina due impianti di arricchimento dell’uranio. L’interscambio commerciale resta il terreno su cui si registrano più ritardi. Con 48 miliardi di commercio bilaterale la Russia rappresenta solo il 2% dell’import-export cinese, mentre gli Stati Uniti pesano otto volte di più.


