Cina e Birmania: la differenza abissale
La distanza è stata quasi abissale tra i comportamenti dei leader cinesi, il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao subito accorsi nei luoghi del disastro, e l’indifferenza dei generali birmani verso la sorte della loro popolazione. Eppure Cina e Birmania sono state spesso avvicinate nelle analisi occidentali; se non altro perché la giunta militare di Myanmar gode di un appoggio politico-economico decisivo proprio a Pechino. Spesso è stata la protezione decisiva della Repubblica Popolare che ha sottratto la Birmania a sanzioni delle Nazioni Unite; è stato vero anche nei giorni scorsi quando la Francia ha proposto un intervento umanitario sotto le bandiere dell’Onu anche contro la volontà dei militari birmani, ma Pechino ha votato contro. La Cina ha svolto un ruolo nefasto nel coprire i crimini dei golpisti di Myanmar. E tuttavia si è comportata in modo ben diverso da loro, quando è stata la popolazione del Sichuan ad essere colpita dalla furia di un cataclisma naturale. Non tutte le dittature sono uguali: è una verità evidente ma spesso gli occidentali tendono a dimenticarla, quando osservano e giudicano stando molto lontani. Ed ecco un’altra verità, quasi impronunciabile in Europa perché non è considerata “politically correct” né a destra né a sinistra: lo sviluppo economico salva molte vite. Le due terribili calamità naturali che hanno colpito la Birmania e la Cina hanno offerto al mondo intero una terribile dimostrazione di quelle due verità. Oggi è molto meglio nascere cinese che birmano. Sia perché l’autoritarismo di Hu Jintao è assai diverso da una dittatura feroce e assassina. Sia perché la crescita economica può fare la differenza tra la vita e la morte. E’ la chiave del divario tra quanto è successo dopo il ciclone Nargis, e dopo il terremoto del Sichuan. Nel primo caso la giunta militare golpista – ossessionata dal timore che una presenza straniera possa indebolirla – ha blindato le sue frontiere respingendo per molti giorni gli aiuti umanitari. Poi ha lasciato entrare un po’ di cibo e medicinali (pochi) ma ha negato o centellinato i visti agli esperti occidentali e alle squadre delle ong. Ha preteso di controllare la distribuzione degli aiuti. Gran parte dei doni giunti dall’estero sono stati rubati senza scrupoli dagli stessi militari. Nel frattempo tutta la popolazione del delta del fiume Irrawaddy ha atteso invano i soccorsi, mentre la giunta era impegnata a far votare la sua Costituzione-truffa. Le operazioni di voto – una orribile farsa – sono andate avanti mentre la gente moriva di fame nel delta inondato, perché quella Costituzione deve servire a rendere perenne il dominio dei militari. Il bilancio finale delle vittime è stato sicuramente peggiorato a causa del sabotaggio criminale della giunta golpista. Tutta la verità su questo agghiacciante episodio forse non la sapremo mai, visto che la Birmania pratica una censura severa e mantiene l’isolamento forzoso dall’Occidente. La reazione della Cina dopo il terremoto nel Sichuan è stata lontana anni-luce. Lo sforzo di mobilitazione nazionale per venire in aiuto alle popolazioni colpite è stato eccezionale. Certo non sempre alla quantità di soldati inviati sul luogo (decine di migliaia) ha corrisposto altrettanta efficienza. E’ evidente che la Repubblica Popolare ha molti ritardi da colmare nel campo della protezione civile, che non può essere delegata alle forze armate. E si deve ricordare che certi danni delle scosse potevano essere evitati se le autorità locali avessero fatto rispettare le regole di costruzione antisismiche, anziché chiudere un occhio in cambio di tangenti. Ma lo scandalo di tante scuole seminuove che sono crollate di schianto, inghiottendo sotto le macerie centinaia di bambini, questa volta non è stato censurato né sottaciuto. I mass media cinesi sono stati autorizzati a parlarne, dando voce all’indignazione popolare. E il governo ha annunciato che aprirà un’inchiesta sulla fragilità sospetta di molti edifici pubblici. Non ci si devono attendere dei miracoli, certo: se i costruttori edili hanno potuto ignorare i regolamenti antisismici è perché la corruzione dilaga in Cina, e la nomenklatura comunista ne ha una responsabilità primaria. Tuttavia è significativo che Hu Jintao e Wen Jiabao abbiano voluto affrontare apertamente il problema. Lo stesso vale per l’allarme sulle dighe, spesso denunciate dagli ambientalisti per la loro pericolosità. Pochi giorni dopo la scossa di 7,9 gradi della scala Richter, sono stati i leader della Repubblica Popolare ad ammettere che molte decine di dighe nel Sichuan hanno subìto danni dal sisma, e vanno ispezionate accuratamente per evitare nuovi disastri. Il dopo-terremoto nel Sichuan è stato esemplare anche per altri motivi. Il governo di Pechino ha dato spazio al volontariato. Ho visto all’opera l’iniziativa spontanea di gruppi di cittadini e di ong; mentre i generali birmani hanno espulso degli esperti umanitari stranieri e hanno arrestato alcuni dei propri concittadini colpevoli di attivarsi da soli per aiutare le vittime del ciclone. La Cina non ha posto nessuna restrizione all’arrivo di aiuti dall’estero. Anzi, dopo pochi giorni dal sisma il governo di Pechino ha accettato con gratitudine l’arrivo di squadre di specialisti stranieri: i primi a raggiungere il Sichuan sono stati esperti della protezione civile dal Giappone, dalla Corea del Sud, da Singapore e dalla Russia. Il premier Wen Jiabao ha persino lanciato un appello internazionale per ottenere apparecchiature sofisticate come i sensori acustici che consentono di individuare persone ancora vive sotto le macerie. Agli Stati Uniti è stato chiesto addirittura se potevano “prestare” i servizi dei loro satelliti alla Cina, in modo da avere una ricostruzione fotografica più precisa dell’entità dei danni (soprattutto nelle zone montagnose dove le squadre dei soccorsi hanno fatto fatica ad arrivare). Non vi sono stati stavolta da parte delle autorità cinesi dei tentativi di impedire la libera circolazione dei giornalisti, anche stranieri (a differenza che in Tibet): nel Sichuan ho potuto raggiungere fin dalle prime ore l’epicentro del disastro e anche i miei colleghi della stampa e tv cinese hanno lavorato in condizioni di trasparenza assai superiori al passato. Infine il progresso materiale della Cina ha salvato molte vite. Ho sperimentato di persona le differenze tra la Birmania dove la rete stradale e delle comunicazioni è ancora primitiva; e il Sichuan dove i cinesi nell’ultimo decennio hanno costruito aeroporti, autostrade, centrali elettriche, ripetitori telecom, ferrovie. Grazie a queste infrastrutture moderne la macchina della protezione civile ha raggiunto l’epicentro del sisma con rapidità, un exploit che in Birmania sarebbe stato arduo anche a frontiere aperte. Ho viaggiato nei giorni scorsi sull’autostrada che collega il capoluogo del Sichuan, Chengdu, con la cittadina di Dujiangyan che si trova nel “triangolo della morte”, nell’epicentro del sisma: ho visto le colonne di automezzi dell’esercito arrivare rapidamente a Dujiangyan grazie alla moderna rete stradale. L’aeroporto intercontinentale di Chengdu ha accolto un ponte-aereo, con grossi apparecchi di trasporto militare che facevano la spola da Chongqing, Canton, e altre città cinesi. Non è vero che il progresso è distruttivo. I birmani preferirebbero senz’altro avere lo stesso progresso materiale che ai loro vicini cinesi ha consentito di fare arrivare gli aiuti con velocità. Forse è vero quel che si mormora a Pechino, che i dirigenti cinesi hanno ereditato la preoccupazione millenaria dei loro imperatori: le calamità naturali sono sempre state considerate come un terribile presagio, il segno del venir meno di quel “mandato celeste” che era la fonte della legittimità dei sovrani. Ma per i cittadini quel che conta è la differenza tra un regime autoritario che cerca di generare benefici anche per la collettività, e una dittatura criminale che regna solo con il terrore. Per molti esseri umani nell’Asia del 2008 questo è stato il sottile confine che separa la vita e la morte.



