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Altri morti sulla strada per Pechino 2008

I paesi del mondo stanno tentando un riavvicinamento con la Cina, ma è ancora alta la tensione del paese contro la minoranza religiosa dei tibetani.

Lunedì mattina nella cittadina di Dari, nel Qinghai, la polizia si era recata a casa di un agitatore della causa pro-Tibet per arrestarlo. L’intenzione degli agenti, però, è sfumata quando l’uomo (del quale non sono state divulgate le generalità, ndr) ha opposto resistenza, sparando poi su un agente e uccidendolo. Nella frazione di qualche secondo anche il manifestante è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco dalla Polizia.
In questo episodio di violenza, che dal 14 marzo scorso (l’inizio della rivolta, ndr) attanaglia le minoranza religiosa tibetana, si esprime un’ulteriore, drammatica, crudeltà: l’agitatore non sapeva che l’agente ucciso era in realtà un uomo di origine Tibetana il cui nome era Lama Cedain, come comunicano gli organi di stampa cinesi. Il poliziotto è attualmente acclamato dalle folle come eroe per la causa dell’unità nazionale.
A ridosso di questa tragica dimostrazione del fragile equilibrio tra le due fazioni, è di ieri la notizia secondo la quale la capitale Beijing ha annunciato ufficialmente l’arresto di ben trenta persone manifestanti.
Le condanne dei –presunti ?- delinquenti varieranno da un minimo di tre anni fino all’ergastolo, che nelle carceri cinesi non è decisamente un soggiorno facile.
Immediata la protesta delle associazioni umanitarie le quali chiedono processi pubblici e giustamente valutati. Pechino glissa, in quanto afferma che oltre duecento persone pubbliche abbiano assistito ai processi. (Vorremmo tanto una testimonianza!)
In un articolo apparso sempre ieri sul maggiore giornale cinese, China Daily, si legge l’accusa al Dalai Lama di “seminare menzogne su quanto sta succedendo in Tibet, con pezzi infarciti di voci e di “si dice”. Continua dichiarando: “Il Dalai ha affermato da lungo tempo che chiede l’autonomia e non l’indipendenza. Tuttavia, in una recente intervista ha sollecitato Pechino a ritirare le sue truppe dal Tibet. Come può
Il tentativo del Vaticano di appianare i problemi diplomatici e quello della delegazione francese che tenta anch’essa di ricucire i rapporti che il presidente Sarkozy ha “strappato”, sono segno di una volontà comune di pace. Purtroppo i due morti di lunedì scorso, non la fanno pensare in questo modo e intanto la torcia olimpica sta giungendo a Pechino, protetta da ali di centinaia di poliziotti.

Prima medaglia d’oro agli ipocriti capi di stato

Mentre i cinesi gli massacrano il Tibet con violenze e massicci arresti dei monaci, mentre il mondo parla di boicottare Pechino 2008, il Dalai Lama invita gli sportivi ad andare all’Olimpiade, ma a manifestare durante i Giochi.

Intanto Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, l’Unione europea e Bush fanno sapere che non ci saranno alla cerimonia inaugurale. E la Cina denuncia complotti islamici contro gli stranieri.

Per lo sport siamo al patetico: «Andiamoci, ma facciamo sapere che sappiamo». Comprendiamo l’imbarazzo degli atleti, che difendono i valori dello sport e il “sogno della vita”, per il quale si sono allenati per quattro anni, ma sanno anche che, nel nome della perfetta organizzazione, il pretesto olimpico servirà ad accentuare la repressione violenta (per fortuna, c’è ancora Internet a far circolare espressioni di libertà!).

La situazione è ancora confusa e un po’ “esplosiva”, come dimostra il viaggio della fiaccola olimpica, che mezzo mondo tenta di aggredire e spegnere (chissà in quale Tibet insanguinato passerà), simbolo di una manifestazione tanto nobile quanto strumentalizzata. I Giochi, sia pure malati di denaro e di interessi “extra” (politici e, ancor più, economici), sembrano potercela fare anche questa volta. Nel passato ce la fecero pur patendo il “filotto” di tre boicottaggi consecutivi (dagli africani nel 1976 a Montreal, dagli americani a Mosca nel 1980 e dai sovietici a Los Angeles nel 1984); e subendo l’escamotage penoso ma efficace della sfilata nello stadio Lenin di quei Paesi, fra cui l’Italia, allineati alle ragioni del “no” statunitense, ma che nella pratica negarono i Giochi soltanto agli atleti militari.

Un po’ di ipocrisia resiste ancora nello sport, sia chiaro. Ma è solo una scaglia se la confrontiamo al monolito immane dell’ipocrisia politico-economica dei Paesi che nel 2001 diedero i Giochi a Pechino, ben sapendo della questione tibetana che sanguina dal 1950, e dei diritti umani calpestati in Cina (la tragedia di piazza Tienanmen è del 1989). Ma su ogni altra considerazione civile ed etica, è prevalso il calcolo dello strepitoso boom economico dei cinesi, con spazi immensi per i grandi affari di tanti Paesi (anche se poi la Cina da mercato che si apre è diventata soprattutto un’industria che produce e invade ogni angolo del mondo con i suoi prodotti a basso costo).

Adesso i capi di Stato annunciano che non andranno a Pechino, scaricano sugli atleti la responsabilità di salvare lo sport, ma ordinano ai loro “affaristi” di far soldi. Siamo al paradosso che a Pechino, un atleta con un cartello di protesta sarà più coraggioso del segretario dell’Onu, che ha motivato la sua rinuncia con la scusa di “precedenti impegni”. Ipocrisia a livello mondiale, segno d’una politica debole e in soggezione. Che ne è di quello spirito olimpico che, durante i Giochi, faceva cessare le guerre nell’antica Grecia? Oggi non chiamiamole più Olimpiadi!

Campagna Free Tibet: partecipa anche tu

Ciao a tutti,

proponiamo a voi, cari amici, l’immagine antipixel da inserire nel proprio blog per la nostra campagna !

L’immagine è la seguente: Campagna Free Tibet - Olimpiadi-pechino.org

Il codice da copiare e incollare nel proprio blog è:
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<a title=Olimpiadi Pechino 2008: sport e diritti umani in cina href=http://www.olimpiadi-pechino.org/documenti/campagna-free-tibet-partecipa-anche-tu/ >
<img src=http://www.olimpiadi-pechino.org/free-tibet.png alt=Campagna Free Tibet - Olimpiadi-pechino.org/>
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Olimpiadi-pechino.org intervitato da Nuova Spazio Radio

Grazie alla gentilezza di “Nuova Spazio Radio”, specialmente del direttore Ezio Luzi e del giornalista ed amico Alessandro Nizegorodcew, siamo stati intervistati.

Vi allego la registrazione audio dell’intervista.

Registrazione intervista su Nuova Spazio Radio

La bandiera olimpica

La bandiera olimpica è formata da cinque cerchi, che sono il simbolo più noto ed immediato del movimento olimpico, e vengono universalmente associati alle Olimpiadi.

Secondo l’interpretazione ufficiale del CIO, i cinque cerchi rappresentano i cinque continenti. Il Preambolo della Carta Olimpica recita:

(EN)

« In 1914, the Olympic flag presented by Pierre de Coubertin at the Paris Congress was adopted. It includes the five interlaced rings, which represent the union of the five continents and the meeting of athletes from throughout the world at the Olympic Games. »
(IT)

« La bandiera olimpica presentata da Pierre de Coubertin fu adottata al Congresso di Parigi del 1914. Include i cinque cerchi intrecciati, che rappresentano l’unione dei cinque continenti e l’incontro degli atleti di tutto il mondo ai Giochi Olimpici »
(Olympic charter, pag. 8)

Inizialmente i cerchi erano disposti in modo diverso da quello attuale, in una sequenza orizzontale, come anelli di una catena. Ogni cerchio ha un diverso colore: blu, giallo, nero, verde, rosso. Pierre de Coubertin scelse questi cinque colori, più il bianco dello sfondo, perché all’epoca erano i colori utilizzati in tutte le bandiere del mondo. In questo modo la bandiera olimpica, raffigurante i cinque cerchi in campo bianco, avrebbe rappresentato tutte le nazioni del mondo.

Non è mai stato affermato in modo ufficiale che ogni singolo cerchio rappresenti uno specifico continente; nell’opinione pubblica si è però ormai consolidata l’associazione tra colore del cerchio e continente, secondo il seguente abbinamento convenzionale:

blu Europa
giallo Asia
nero Africa
verde Oceania
rosso America

I cinque cerchi apparvero per la prima volta nel 1913, nell’intestazione di una lettera scritta da De Coubertin. Li aveva disegnati e colorati lui stesso. Sempre quell’anno, il nuovo simbolo venne descritto nel numero di agosto della Rivista Olimpica.

I cinque cerchi e la bandiera olimpica (un’altra idea di De Coubertin) furono presentati ufficialmente al Congresso Olimpico di Parigi nel 1914. Gli ideali di universalità e fratellanza simboleggiati dai cinque cerchi erano una proposta molto innovativa per l’epoca, l’inizio del XX secolo, in un clima mondiale sempre più teso e segnato da forti nazionalismi.

Pochi mesi dopo scoppiò la prima guerra mondiale. Il conflitto impedì lo svolgimento delle Olimpiadi del 1916, e quindi si dovette aspettare fino al 1920 per vedere sventolare la bandiera coi cinque cerchi in uno stadio olimpico.

I cinque cerchi comparvero per la prima volta sulle medaglie olimpiche nell’Olimpiade del 1924 a Parigi, ma non divenne un uso consolidato nelle Olimpiadi estive fino al 1976 a Montreal. Nella storia delle Olimpiadi invernali, invece, le medaglie hanno sempre avuto l’effige dei cinque cerchi.

Seguendo il crescente successo di pubblico delle Olimpiadi, aumentarono anche le applicazioni del simbolo dei cinque cerchi. Nel 1924 apparvero i primi souvenir con i cerchi olimpici, nell’ Olimpiade invernale del 1928 il primo manifesto con la bandiera olimpica e nell’ edizione estiva dello stesso anno i primi francobolli con i cinque cerchi.

Attualmente l’uso dei cinque cerchi è strettamente regolamentato dal CIO. Di regola possono essere usati come parte dei loghi e dei segni distintivi dei Comitati Olimpici nazionali (il CONI in Italia), delle Comitati Organizzatori dei Giochi Olimpici e dalla città di Losanna, in Svizzera, che, in quanto sede del CIO, può fregiarsi del titolo di “città olimpica”…

Le Olimpiadi (o Giochi Olimpici) : la storia

I Giochi Olimpici antichi furono delle celebrazioni atletiche e religiose, svolte nella città della Grecia antica, Olimpia, storicamente dal 776 a.C. al 393 d.C. Nell’antichità, si tennero in tutto 292 edizioni dei Giochi Olimpici.

L’origine degli antichi Giochi Olimpici si è persa, anche se esistono molte leggende circa le loro origini. La prima registrazione scritta della celebrazione di una festa panellenica ne colloca la celebrazione nel 776 a.C., nel recinto di Zeus ad Olimpia, anche se certamente questa non fu la prima occasione in cui si tennero.
Per l’esattezza i Giochi erano Agoni, parola che ha la stessa radice di agonia, e che significa sforzo, competizione.

I Giochi erano essenzialmente una manifestazione locale, e inizialmente solo una gara veniva disputata, lo stadion. Successivamente altri sport si aggiunsero alla corsa. Da quel momento in poi, i Giochi divennero sempre più importanti in tutta la Grecia antica. Le Olimpiadi avevano anche un’importanza religiosa, in quanto si svolgevano in onore di Zeus, del quale una enorme statua si trovava ad Olimpia. Il numero di gare crebbe a venti, e le celebrazioni si estendevano su più giorni. I vincitori delle gare erano ammirati e immortalati in poemi e statue. I Giochi si tenevano ogni quattro anni e il periodo tra le due celebrazioni divenne noto come Olimpiade. Per tutta la durata dei giochi venivano sospese le guerre in tutta la Grecia: questa tregua era chiamata Ekecheiria. I greci usavano le Olimpiadi come uno dei loro metodi per contare gli anni. La partecipazione era riservata a greci liberi che potessero vantare antenati greci.
La necessità di dedicare molto tempo agli allenamenti comportava che solo i membri delle classi più facoltose potessero prendere in considerazione di partecipare.
I Giochi persero gradualmente importanza con l’aumentare del potere Romano in Grecia. Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero Romano, i Giochi Olimpici vennero visti come una festa “pagana”, e nel 393, l’imperatore Teodosio I li vietò, ponendo fine a una storia durata 1000 anni. Dai giochi olimpici dell’antichità le donne erano completamente escluse.

A differenza dei Giochi Olimpici moderni, solamente uomini che parlavano greco potevano partecipare alle celebrazioni. Si consideravano giochi “internazionali” poiché partecipavano greci dalle varie città stato della Grecia, ed anche dalle colonie.

Le competizioni in cui gli atleti si misuravano erano:

I Giochi Olimpici moderni sono un evento sportivo quadriennale che prevede la competizione tra i migliori atleti del mondo in quasi tutte le discipline sportive praticate nei cinque continenti.

Essi, pur essendo comunemente chiamati anche Olimpiadi, non sono da confondere con l’Olimpiade Quest’ultima indica l’intervallo di tempo di quattro anni che intercorre tra un’edizione dei Giochi Olimpici e la successiva. Per questo, anche se i Giochi del 1916, del 1940 e 1944 non sono stati disputati, si è continuato a conteggiare le Olimpiadi, cosicché i Giochi di Atenedel 2004 sono stati quelli della ventottesima olimpiade.

Il nome Giochi Olimpici è stato scelto per ricordare i giochi che si svolgevano nell’antica Grecia presso la città di Olimpia, nei quali si confrontavano i migliori atleti greci.

Il barone Pierre De Coubertin alla fine XIX secolo ebbe l’idea di organizzare dei giochi simili a quelli dell’antica Grecia, e quindi preclusi al sesso femminile, ma su questo punto non venne ascoltato. La prima Olimpiade dell’era moderna si svolse ad Atene nel 1896. A partire dal 1924, vennero istituiti anche dei Giochi Olimpici invernali specifici per gli sport invernali. A partire dal 1994 l’edizione invernale non si tiene più nello stesso anno dell’edizione estiva, ma sfasata di due anni.

La bandiera olimpica raffigura cinque anelli intrecciati in campo bianco. I colori scelti sono presenti nelle bandiere di tutte le nazioni, quindi la loro combinazione simboleggia tutti i Paesi, mentre l’intreccio degli anelli rappresenta l’universalità dello spirito olimpico. Come afferma lo stesso CIO, è errato credere che il colore di ciascun cerchio stia a rappresentare un determinato continente.

Il motto dei giochi olimpici è Citius, altius, fortius, ovvero “Più veloce, più alto, più forte”

Un barone francese, Pierre de Coubertin, cercava una spiegazione alla sconfitta francese nella guerra franco-prussiana (1870-1871). Giunse alla conclusione che i francesi non avevano ricevuto un’educazione fisica adeguata, e si impegnò per migliorarla. De Coubertin voleva anche trovare un modo di avvicinare le nazioni, di permettere ai giovani del mondo di confrontarsi in una competizione sportiva, piuttosto che in guerra. E la rinascita dei Giochi Olimpici avrebbe permesso di raggiungere entrambi gli obiettivi. De Coubertin presentò in pubblico le sue idee presso l’università della Sorbona a Parigi. Venne deciso che i primi Giochi Olimpici dell’era moderna si sarebbero svolti nel 1896 ad Atene, in Grecia, la terra dove erano nati in antichità. Fu fondato il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per organizzare l’evento.

Le prime Olimpiadi dell’era moderna furono un successo. Con quasi 250 partecipanti, fu per l’epoca il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato. La Grecia chiese di diventare sede permanente di tutti i futuri Giochi Olimpici, ma il CIO decise che le Olimpiadi avrebbero dovuto essere organizzate di volta in volta in una nazione diversa. Le seconde Olimpiadi furono assegnate a Parigi.

Dopo il successo dell’edizione iniziale, le Olimpiadi attraversarono un periodo di crisi. Le due edizioni del 1900 a Parigi e del 1904 a Saint Louis furono organizzate come semplice corollario alle Esposizioni Universali che si tennero in quegli anni nelle due città. La concomitanza con una manifestazione così importante limitò notevolmente la risonanza dell’evento olimpico. Soprattutto nell’edizione del 1904, la partecipazione internazionale fu molto ridotta, al punto che circa l’80% degli atleti era americano.

Nel 1906, per celebrare il 10° anniversario della prima Olimpiade moderna, il CIO organizzò le Olimpiadi estive ad Atene. Ci fu ampia partecipazione internazionale, e grande interesse di pubblico. Anche se non vengono tuttora riconosciuti nella cronologia ufficiale delle Olimpiadi, i Giochi del 1906 contribuirono ad accrescere la popolarità delle Olimpiadi.

bandiera olimpica

Sono 203 i paesi che attualmente partecipano alle Olimpiadi. È importante notare che questo numero è più alto del numero dei paesi membri delle Nazioni Unite: 193. Il CIO infatti permette alle nazioni di partecipare ai Giochi, senza escludere nazioni con certi tipi di sovranità politica, come accade invece per altre organizzazioni politiche internazionali. Questo permette a molte colonie e dipartimenti di partecipare con le proprie squadre Olimpiche. Esempi possono essere paesi come Porto Rico, Bermuda e Hong Kong, che pur essendo nazioni separate, sono legalmente parte di altri paesi. Inoltre, dal 1980, Taiwan partecipa sotto il nome di Taipei Cinese, e sotto una bandiera speciale preparata dal CIO. Prima di questo anno, la Repubblica Popolare Cinese, si rifiutò di partecipare ai Giochi, poiché Taiwan decise di partecipare sotto il nome di Repubblica di Cina. La Repubblica delle Isole Marshall è stata riconosciuta come nazione dal CIO il 9 febbraio 2006, e parteciperà alle Olimpiadi Estive di Pechino 2008. Da notare che nella sfilata delle nazioni la prima nazione a sfilare è sempre la Grecia.

Contrariamente alle speranze del barone De Coubertin, le Olimpiadi non impedirono le guerre. I Giochi del 1916 furono cancellati a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, e lo stesso avvenne per i giochi del 1940 e 1944, a causa della Seconda guerra mondiale. Inoltre i vincitori della Prima guerra mondiale impedirono alle nazioni sconfitte di partecipare alle Olimpiadi del 1920. Dal 1992 il CIO in occasione di ogni Olimpiade chiede ufficialmente alla comunità internazionale (con il supporto dell’ONU) di osservare la tregua olimpica.

La politica interferì sullo svolgimento delle Olimpiadi anche in altre occasioni. Le Olimpiadi estive del 1936 a Berlino furono utilizzate come strumento di propaganda dal Partito nazista tedesco.

Un incidente politico di scala minore avvenne durante le celebrazioni dei giochi di Città del Messico 1968. Due atleti afroamericani della squadra di atletica leggera, Tommie Smith e John Carlos, durante l’esecuzione dell’inno statunitense alla cerimonia di premiazione dei 200 metri, eseguirono il saluto delle Pantere Nere, per denunciare il razzismo contro gli afroamericani negli USA.

Negli anni Settanta e Ottanta furono invece i boicottaggi a segnare i Giochi. Prima furono i paesi africani a boicottare le Olimpiadi del 1976 per protestare contro la tournée in Sudafrica, in pieno regime di apartheid, della nazionale neozelandese di rugby. Ai Giochi di Mosca nel 1980 furono gli USA, assieme ad altri paesi del blocco occidentale, a rifiutarsi di partecipare a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Per reazione, i sovietici e i loro partner del blocco orientale boicottarono i successivi Giochi di Los Angeles nel 1984.

Uno dei capitoli più neri della storia olimpica venne scritto nel 1972, in occasione dei Giochi Olimpici di Monaco, in quello che passerà alla storia come il massacro di Monaco. Un commando di terroristi palestinesi prese in ostaggio 11 membri della squadra olimpica israeliana. Il tentativo di liberazione da parte delle forze dell’ordine finì in un bagno di sangue: morirono tutti gli atleti, cinque terroristi ed un poliziotto.

Durante le Olimpiadi di Atlanta 1996, una bomba piazzata nel Centennial Olympic Park, uccise due persone e ne ferì più di cento. La bomba fu messa da Eric Robert Rudolph, che era un estremista cristiano.

Le Olimpiadi Invernali di Salt Lake City 2002 furono le prime dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Da questa Olimpiade in poi i Giochi richiederanno un standard di sicurezza altissimo.

Cosa vogliamo!?

Vi sareste chiesti “ma con tutta questo movimento, in realtà, cosa volete ottenere?”.

Possiamo rispondervi a questa domanda semplicemente con le “Raccomandazioni di Amnesty International per Pechino 2008 - Olimpiadi e diritti umani in Cina.”:

- Rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i
prigionieri di coscienza, compresi attivisti, giornalisti e utenti
di internet.

- Smettere di utilizzare la detenzione arbitraria, l’intimidazione
o le minacce nei confronti di attivisti posti sotto stretta sorveglianza di polizia o spesso
prigionieri nelle loro stesse case.

- Proseguire a riformare il sistema della pena di morte (a) introducendo una maggiore
trasparenza; (b) assicurando che le famiglie e gli avvocati dei condannati a morte
possano incontrarli e accedere alle informazioni procedurali e amministrative che
riguardano i loro casi; (c) pubblicando le statistiche sull’applicazione della pena di morte
in tutto il paese; (d) eliminando i crimini non violenti, compresi i crimini economici e
quelli collegati al traffico di droga, dall’ambito di applicazione della pena di morte, in
attesa della abolizione totale della pena di morte dal sistema giuridico cinese.

- Abolire il sistema della “rieducazione attraverso il lavoro”, la “riabilitazione forzata dalla
droga” e la “custodia educativa”, facendo in modo che le decisioni sull’applicazione di
queste forme di detenzione senza processo non siano più di pertinenza esclusiva della
polizia e che esse non vengano usate per “ripulire” la città prima e durante le Olimpiadi.

- Assicurare che la più ampia libertà di stampa concessa ai giornalisti stranieri sia estesa
in modo eguale ai mezzi di comunicazione cinesi.

Il Dalai Lama

Il Dalai Lama è la massima autorità temporale del Tibet, e presiede il governo tibetano in esilio.
Inoltre è la massima autorità spirituale della scuola Gelugpa, detta dei Virtuosi, una delle scuole del Buddhismo.

La parola “lama” è l’equivalente tibetano della parola sanscritaguru” (maestro spirituale).

Il titolo onorifico di Dalai è parola mongola (pronunciabile in tibetano come “tale’i”), attribuita nel 1578 a Sonam Gyatso, supremo capo religioso della corrente tibetana buddista Gelugpa, da Altan Khan, sovrano mongolo del protettorato del Tibet.
La parola tibetana per designare il pontefice supremo è invece rgya-mtsho. Tanto dalai che rgya-mtsho significano “oceano“.

“Dalai Lama” sarebbe dunque traducibile come “Maestro-oceano”, ma si preferisce utilizzare la più elegante espressione Oceano di saggezza (alcuni usano invece le parole “Maestro oceanico”).

Fin dal quinto Dalai Lama, e fino al 14° (prima che fosse stato costretto all’esilio in India nel 1959) la residenza dei Dalai Lama durante i mesi invernali è stata il palazzo del Potala, mentre in estate si recavano nel palazzo Norbulingka. Entrambe le residenze sono a Lhasa.

Dal 1959, l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso risiede in India, dove l’allora primo ministro Jawaharlal Nehru si prodigò per garantire la sicurezza del religioso buddhista e dei suoi seguaci. In India, il Dalai Lama risiede a Dharamsala, nello stato di Himachal Pradesh, nel nord del paese. Nella stessa zona si è stabilito anche l’amministrazione del Centro Tibetano che altro non è che il governo tibetano in esilio.

In India i rifugiati tibetani hanno costruito molti templi, e s’impegnano per salvaguardare la loro cultura, minacciata, in patria, dall’invasione cinese.

Il Dalai Lama è venerato come manifestazione del bodhisattva della compassione Avalokitesvara (Chenresig in tibetano). Generalmente la reincarnazione di un Dalai Lama era trovata grazie alle premonizioni, ai responsi degli oracoli ed ai segni divini. Il potenziale candidato era sottoposto ad una serie di prove atte a ricordare la vita precedente. Se l’esito risultava positivo egli era riconosciuto come reincarnazione del suo predecessore, e durante la sua vita seguivano prima la cerimonia d’intronizzazione quale Dalai Lama ed in seguito, raggiunta la maggiore età, la cerimonia di insediamento quale sovrano del Tibet.

Malgrado la figura del Dalai Lama sia secolare e rappresenti un caposaldo per tutta la cultura buddhista tibetana, la Cina ha deciso di arrogarsi il diritto di nominare in futuro le nuove reincarnazioni di questa importante carica religiosa, prerogativa che spetta invece a soli lama tibetani.

Il primo passo da parte dei cinesi è stato compiuto nel 1995 quando rapirono la reincarnazione del Panchen Lama, identificato da Tenzin Gyatso nella persona di Gedhun Choekyi, per sostituirlo con un usurpatore nominato da loro stessi. Dal 1995 non si hanno più notizie né del Panchen Lama, né della sua famiglia, che ufficialmente sono posti sotto la “tutela protettiva” del governo cinese.Nel settembre 2007, la Cina ha addirittura affermato che tutti gli alti monaci tibetani dovranno essere nominati dal loro governo, e che in futuro questi dovranno eleggere il 15° Dalai Lama, sotto la supervisione del loro Panchen Lama. Lo scopo di una reincarnazione è quello di continuare l’opera della sua precedente reincarnazione. Logicamente, come l’attuale Dalai Lama è scappato dal controllo cinese, così il prossimo dovrà agire allo stesso modo. Tenzin Gyatso ha paventato l’ipotesi che, in futuro, la nomina dei lama potrebbe essere messa ai voti, proprio come già avviene per le alte cariche di altre religioni.

Lhamo Dondrub - (Taktser, 6 luglio 1935) è un religioso tibetano. È il XIV Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989 ed esponente della dottrina della non-violenza.

Vive dal 1959 in esilio in India, a Dharamsala (Himachal Pradesh), con un seguito di 120.000 tibetani in seno ai quali ha costituito il governo tibetano in esilio.

Il Dalai Lama, premio Nobel per la pace

Nato nel 1935 in un villaggio nel nord est del Tibet, all’età di due anni venne riconosciuto come reincarnazione del XIII Dalai Lama Thubten Gyatso. Per effetto di ciò fu proclamato Dalai Lama e ribattezzato Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso, ovvero Sacro Signore, Gloria gentile, Compassionevole, Difensore della fede, Oceano di saggezza.

Oltre ad essere la guida spirituale più influente del buddhismo tibetano, il Dalai Lama è anche per tradizione il capo di stato del Tibet con potere decisionale. Il 17 novembre 1950 Tenzin Gyatso venne incoronato come guida temporanea del Tibet ma fu in grado di governare il paese per poco tempo, dato che nell’ottobre dello stesso anno l’esercito della Repubblica Popolare Cinese invase il suo Paese.

Nel 1954 il Dalai Lama fu a Pechino per negoziati con i capi cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping, che si conclusero senza successo.

Dopo un fallito tentativo (aiutato dagli USA) di rivolta contro la Cina, il Dalai Lama fuggì il 17 marzo 1959, arrivò in India il 31 e si rifugiò a Dharamsala, dove risiede tuttora con il governo tibetano in esilio.

Nel 1989 Tenzin Gyatso ricevette il premio Nobel per la pace. Il 14 maggio 1995 il Dalai Lama proclamò Gedhun Nyima undicesima reincarnazione del Panchen Lama, ma la Cina rapì il bambino e nominò come reincarnazione un altro bambino Gyancain Norbu. Gedhun Choekyi Nyima è tuttora prigioniero della Cina.

Tenzin Gyatso è stato più volte “denunciato” dalla Cina come fautore dell’indipendenza tibetana mentre la sua posizione politica attuale è che non sia obbligatoria l’indipendenza totale del Tibet, ma solo è necessaria la sua autonomia negli affari interni (autodeterminazione), lasciando la gestione della difesa e degli affari esteri alla Cina.

Anche se non in modo continuato, ci sono stati colloqui fra il governo tibetano in esilio e la Cina ma mentre quest’ultimo desidera soprattutto discutere dello stato del Tibet all’interno della Cina, la repubblica popolare cinese vuole limitare gli accordi alle condizioni del ritorno del Dalai Lama in Tibet.

Il Tibet - la storia

la bandiera del Tibet

La storia propriamente conosciuta e documentabile del Tibet inizia con il re Srong-Tsen Ganpo (Srongstan Gampo), il primo a convertirsi al buddismo nel 617 d.C..

Il re Srongstan Gampo (598 d.C.-650 d.C.) unificò il Tibet in un singolo Paese comprendendo tutti i territori in cui il tibetano era parlato.

Nel 653 d.C. venne aperta la prima scuola teologica tibetana, da cui prese origine, nel 690 d.C., l’attuale alfabeto tibetano ed iniziò a prendere corpo la cultura tibetana. Una volta introdotto il Buddismo esso fu assunto come religione ufficiale (751 d.C.).

Dal VII al X secolo il Tibet era costituito da un forte impero, che iniziò il suo declino in modo rapido. Tra l’ 824 d.C. ed il 1247 l’ intero Impero tibetano collassò.

La Prima guerra mondiale e la guerra civile cinese causarono impoverimento della Cina ed i cinesi accantonarono provvisoriamente il loro interesse sul Tibet, facendo sì che il XIII Dalai Lama governasse indisturbato sul territorio reclamato oggi dal Governo tibetano in esilio.

Per un trentennio il Tibet si mantenne equidistante da tutte le potenze, tanto da permettere ad una spedizione pseudoscientifica del Terzo Reich. Nel 1942, nel corso della seconda guerra mondiale, la strada di rifornimento tra India e Cina via Birmania fu interrotta dai giapponesi. Il governo inglese richiese al governo del Tibet il permesso di aprire una via militare per i rifornimenti che venne rifiutata dal governo tibetano. Il Tibet già da allora s’era dichiarato neutrale e non allineato.

Fu una vittoria tanto fragile quanto breve: contando sull’appoggio della potenza militare britannica, non venne creato un esercito moderno, e dopo trent’anni d’instabilità politica all’interno della Cina, nel 1949, i Comunisti presero il potere. Complice il mondo distratto dalla contemporanea Guerra di Corea, nel 1950 i comunisti cinesi, entrarono in Tibet al grido:”Liberiamo il Tibet dagl’imperialisti” (a tutt’oggi non si sa a chi si riferissero, visto che i britannici se ne erano andati tre anni prima…).

Il Tibet storico aveva una superficie quasi doppia rispetto a quella della regione autonoma locale odierna. Con 3,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, quanto l’Europa occidentale, il Tibet storico occupa un terzo della Repubblica popolare cinese, ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5 per cento della popolazione cinese. Questa immensa regione di montagne e altipiani ha sempre attirato gli appetiti dei vicini per la sua posizione strategica (fra Cina e India), perché controlla riserve d’acqua vitali per tutto il continente (lo Yangze, il Fiume Giallo, il Mekong, l’Indo, il Brahmaputra nascono qui), e giacimenti di minerali preziosi dall’oro all’uranio.

Le mire coloniali della Cina sul Tibet sono una costante nella storia, che non varia con i regimi politici: l’indipendenza del Tibet, i cui abitanti sono affini ai birmani e non parlano, pertanto, il cinese, e la cui capitale Lhasa non condivide affatto la storia delle altre città della Cina, non venne accettata dalla Cina repubblicana. Il fondatore della repubblica nazionalista di Cina non solo non ammise la secessione della Mongolia, del Tibet e del Tannu Tuva, ma si propose di riconquistare tutti i territori storicamente appartenuti alla Cina, vale a dire la Corea, il Vietnam settentrionale, il Nepal, e molte altre. Nel periodo tra il 1918 ed il 1949 il caos dominava la Cina, con una guerra civile sanguinosa tra i nazionalisti del Guomindang (allora al potere) ed i comunisti di Mao Zedong , in concomitanza con l’aggressione nipponica del 1931 - 1945. La vittoria di Mao, nel 1949, e la proclamazione della Repubblica popolare cinese il 1° ottobre di quell’anno, fecero tornare alla ribalta la questione dei “Territori separati dalla madrepatria”. Durante il discorso del 1° ottobre, Mao citò, appunto, uno ad uno i territori che sarebbero stati ricondotti alla Cina: tra questi, appunto, il Tibet.

il Tibet

Già il 1º Gennaio 1950 Radio Pechino annunciò per il Tibet l’imminente “liberazione dal giogo dell’imperialismo britannico” (la limitata influenza britannica in realtà era finita con la Seconda guerra mondiale e l’indipendenza dell’India, nel 1947).iL Dalai Lama e il Panchen Lama, allora adolescenti, firmarono messaggi in cui chiedevano l’intervento della Cina per proteggere il Tibet dalle potenze straniere nemiche.

La Guerra di Corea, scoppiata all’alba di domenica 25 Giugno 1950, e l’intervento americano a sostegno della Corea del Sud attaccata dalla comunista Corea del Nord, dette alla Cina l’occasione sperata per poter occupare il Tibet. Distolta dai fatti di Corea, l’opinione pubblica mondiale venne colta di sorpresa allorché Il 7 Ottobre 1950 quarantamila soldati dell’Esercito di liberazione popolare attraversarono il corso superiore dello Yangtze e dilagarono in tutto il Tibet occidentale uccidendo ottomila dei suoi soldati e senza praticamente incontrare resistenze di sorta. Una settimana dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso venne dichiarato maggiorenne e diventò sovrano del Tibet a tutti gli effetti.

Nel 1950 l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet frantumando l’esercito tibetano, quasi esclusivamente cerimoniale ed impedendo, di fatto, al Dalai Lama di governare. Il Tibet, membro fondatore dell’ONU e non allineato con alcuna superpotenza, divenne una preda facile. L’Europa trattò l’invasione come una questione interna cinese (del resto, allora, la Repubblica popolare cinese non era diplomaticamente riconosciuta dagli Stati Uniti e dall’Europa Occidentale)e l’America già duramente impegnata contro le truppe cinesi (i cinesi accorsero in aiuto alla Corea del Nord appena due settimane dopo aver invaso il Tibet, il 19 Ottobre 1950) a difendere la Corea, non osò sfidare Mao. Ancor oggi, praticamente tutti i paesi del mondo riconoscono il Tibet come una provincia della Cina e non come un’entità autonoma.

Ma, proteste a parte, negli annali delle Nazioni Unite, a quella data, l’unico Paese che sollevò la questione fu il Salvador.

Il 17 novembre 1950 il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso (l’attuale Dalai Lama in esilio) assunse i pieni poteri spirituali e temporali come Capo dello Stato, nonostante avesse appena compiuto il sedicesimo anno. A lui la dirigenza comunista cinese impose un accordo eufemisticamente noto come “Trattato di liberazione pacifica” in 17 punti. Il Dalai Lama fu costretto a firmarlo sotto la pressione militare cinese, in quanto 40 mila soldati cinesi minacciavano di occupare Lhasa militarmente e di deporlo. Fu così che il 23 maggio 1951 una delegazione tibetana, che era andata a Pechino per discutere sull’ invasione, fu obbligata a firmare il cosiddetto “Accordo dei 17 punti” sulle misure per una pacifica liberazione del Tibet sotto minaccia di un aumento di azioni militari in Tibet. Dopo di allora la Cina usò questo documento per attuare il suo piano di trasformare il Tibet in una colonia cinese senza tenere alcun conto della forte resistenza da parte del popolo tibetano.

Il trattato del 1951 venne firmato non come un vero e proprio trattato di pace, ma come diktat sotto la pressione cinese. Il Tibet doveva rinunciare, tra l’altro, ad una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Poiché alcune riforme del nuovo governo, tra le quali quella di una redistribuzione delle terre, sarebbero risultate impopolari, queste vennero proposte solo nelle regioni più periferiche del Kham orientale e nell’Amdo.

Già nel 1952 i cinesi vennero economicamente incentivati a trasferirsi in massa in Tibet dalle regioni limitrofe, tanto che oggigiorno i tibetani sono in minoranza in Tibet di fronte ai cinesi stessi. Il Dalai Lama chiese due anni dopo un icontro con Mao Tse Tung e con Deng Xiaoping per negoziare invano una soluzione pacifica.

Nel 1954 il Dalai Lama e il Panchen Lama invitati a Pechino rimasero affascinati da Mao e dagli altri leader comunisti e solo alla fine del loro soggiorno questi ultimi gettarono la maschera accusando il buddismo di essere un “veleno”. Tornati in patria i due giovani leader religiosi scoprirono che lontano da Lhasa le milizie comuniste avevano già cominciato a svuotare i monasteri ed a perseguitare il clero buddista. La colonizzazione “pacifica” del Tibet si scontrava con una reale e sistematica distruzione del culto tibetano e dei monasteri, nella completa indifferenza mondiale. Repressione e arresti di massa scatenarono nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti. A quel punto, gli Stati Uniti, che avevano già combattuto direttamente contro i cinesi in Corea presero l’iniziativa, e la CIA venne incaricata di addestrare la resistenza tibetana. L’aiuto verrà interrotto un quindicennio dopo da Richard Nixon nel 1971 dopo il disgelo con la Cina al fine di trovare una via d’uscita alla Guerra del Vietnam.

Nel 1956 i cinesi scatenarono una delle sue offensive più sanguinose, con 150.000 soldati e bombardamenti a tappeto.

Pochi anni dopo, nel 1959, con il supporto della CIA, venne organizzata una rivolta che venne stroncata provocando decine di migliaia di morti. Approffittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese in seguito alla fallimentare tragica esperienza del Grande balzo in avanti, il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il paese, culminò con una sollevazione nazionale contro i cinesi che la repressero con forza spietata. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Mai prima nella loro lunga storia tanti tibetani sono stati costretti a lasciare lo loro patria in circostanze così difficili. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone (cifre più attendibili indicano in 80.000 vittime e 300.000 profughi). Per il Tibet iniziò un periodo tragico e buio, privato com’era del suo capo di stato e guida spirituale.

Tenzin Gyatso (il XIV Dalai Lama) e altri funzionari del governo si esiliarono a Dharamsala in India, ma sparuti gruppi di resistenza continuarono la lotta in patria fino al 1969.

Pochi anni dopo, con la proclamazione della nascita della “T.A.R.” (”Tibet Autonomous Region”), lo sfortunato paese asiatico perde ogni forma seppur velata d’indipendenza, divenendo una regione autonoma della Cina amministrata direttamente da Pechino. Nel 1965, infatti, venne creata la Regione Autonoma del Tibet, in pratica l’intero paese venne annesso alla Cina de facto.

Il biennio 1966-1968 fu tragico per il Tibet. Durante la Grande rivoluzione culturale, i rivoluzionari cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura tibetana, uccidendo oltre un milione di tibetani inermi. Dal 1950venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Circa 1.200.000 tibetani vennero uccisi. Si tratta comunque di stime in quanto non furono diffusi rapporti ufficiali e i tibetani non erano in grado di potere verificare con esattezza il numero. Anche gli arrestati furono molte migliaia. Anche ad oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza.

La nuova resistenza ha inizio nel 1977 e dura tuttora, dopo due dure repressioni, rispettivamente nel 1980e nel 1989  Nel frattempo, dal 1976 in poi s’insediarono in Tibet 7 milioni di cinesi a fronte di un numero d’indigeni tibetani minore (6 milioni).

Il Governo tibetano in esilio denuncia la volontà del Governo Cinese di cancellare definitivamente la cultura del Tibet con la repressione, da una parte, e con una propaganda martellante sui mass media e per le strade. Inoltre le scuole non possono insegnare il tibetano oltre ad una certa età, mentre rimane il cinese la lingua ufficiale.

Anche il Dalai Lama, in esilio, ormai non richiede più l’indipendenza del Tibet, ma una vera autodeterminazione che possa preservare ciò che è rimasto della sua cultura e che possa garantire ai tibetani i diritti umani fondamentali.

Dopo la morte di Mao, è continuata la resistenza attiva e passiva dei tibetani. Il nuovo leader cinese, Deng Xiaoping, ha promosso a partire dal 1983 massicci trasferimenti di cinesi in Tibet ed il trasferimento forzato si è incrementato dopo il fallimento dei colloqui segreti tra il governo cinese ed il Dalai Lama nel 1987), quando il Dalai Lama propose agli Stati Uniti un accordo di mediazione con la Cina che salvaguardi l’identità culturale del suo Paese (21 Settembre). Per tutta risposta, alle manifestazioni in tibet, la Cina rispose con un’ennesima repressione che fece 2 morti. Pechino si è rifiutata di riconoscere il Dalai Lama soprattutto dopo il conferimento del premio Nobel per la pace al Dalai Lama stesso nel 1989.

La morte del Panchen Lama nel 1994 ha aggravato la tensione: al nuovo Panchen Lama di nomina buddista. Nel 2008, con l’avvicinarsi dell’apertura a Pechino dei Giochi Olimpici, nuove manifestazioni scoppiate in Tibet e represse , seguite da manifestazioni popolari in tutto il mondo, stanno provocando imbarazzo a Pechino.

Comunicato di Sua Santità Tenzing Gyatso, XIV Dalai Lama del

Segue il comunicato di Sua Santità Tenzing Gyatso, XIV Dalai Lama del

Tibet, rilasciato questa mattina, domenica 6 Aprile 2008.

Il comunicato può essere scaricato anche qui: scarica comunicato.

Statement of His Holiness the Dalai Lama to All Tibetans

While extending my warm greetings to all the Tibetans in Tibet, I would like
to share some of my thoughts.

1. Since March 10 this year, we have witnessed protests and demonstrations
in almost all parts of Tibet, even in a few cities in Mainland China by
students, which are the outburst of long pent-up physical and mental anguish
of the Tibetans and the feeling of deep resentment against the suppression
of the rights of Tibetan people, lack of religious freedom and for trying to
distort the truth at every occasion, such as saying that Tibetans look
towards the Chinese Communist Party as the “Living Buddha”, is an ultra
leftist statement and smacks of Han chauvinism. I am very much saddened and
concerned by the use of arms to suppress the peaceful demonstrations of
Tibetan people’s aspirations that have resulted in unrest in Tibet, causing
many deaths, and much more causalities, detention, and injury. Such
suppression and suffering are very unfortunate and tragic which will reduce
any compassionate person to tears. I, however, feel helpless in the face of
these tragic incidents.

2. I pray for all the Tibetans as well as Chinese who have lost their lives
during the current crisis.

3. The recent protests all over Tibet have not only contradicted but also
shattered the People Republic of China’s propaganda that except for a few
“reactionaries”, the majority of Tibetans enjoy a prosperous and contented
life. These protests have made it very clear that Tibetans in the three
provinces of Tibet, U-tsang, Kham and Amdo, harbor the same aspirations and
hopes. These protests have also conveyed to the world that the Tibet issue
can no longer be neglected. These protests highlight the need to find a way
to resolve the issue through “finding truth from facts”. The courage and
determination of those Tibetans who have, for the greater interests of
Tibetan people, demonstrated their deep anguish and hopes by risking
everything is very commendable as the world community has acknowledged and
supported the spirit of these Tibetans.

4. I deeply appreciate the acts of many Tibetan government employees and
Communist Party cadres who have, without losing their Tibetan identity,
shown grit and sense of what is right during the present crisis. In future,
I would appeal to the Tibetan Party cadres and government employees not to
look always for their personal benefit, but to work for safeguarding the
larger interests of Tibet by reporting the real sentiments of the Tibetan
people to their superiors in the Party and try to give unbiased guidance to
the Tibetan people. 5. Presidents, Prime Ministers, Foreign Ministers, Nobel
Laureates, Parliamentarians, and concerned citizens from every part of the
world have been sending clear and strong messages to the Chinese leadership
to stop the present ongoing harsh crackdown against the Tibetan people. They
have all been encouraging the Chinese government to follow a path where a
mutually beneficial solution could be reached. We should create an
opportunity for their efforts to bring out positive results. I know you are
being provoked at every level but it is important to stick to our
non-violent practice.

6. The Chinese authorities have been making false allegations against myself
and the Central Tibetan Administration for instigating and orchestrating the
recent events in Tibet. These allegations are totally untrue. I have made
repeated appeals for an independent and respected international body to
conduct a thorough investigation into the matter. I am sure this independent
body will uncover the truth. If the People’s Republic of China has any basis
and proof of evidence to back their allegations, they need to disclose these
to the world. Just making allegations is not enough.

7. For the future of Tibet, I have decided to find a solution within the
framework of the People’s Republic of China. Since 1974, I have sincerely
remained steadfast to the mutually beneficial Middle-Way Approach. The whole
world knows this. The Middle-Way Approach means that all Tibetans must be
governed by similar administration that enjoys meaningful National Regional
Autonomy and all the provisions in it, self-rule and full decision-making,
except for matters concerning foreign relations and national defense.
However, I have said it from the beginning that the Tibetans in Tibet have
the right to make the final decision for the future of Tibet.

8. The hosting of the Olympic games this year is a matter of great pride to
the 1.2 billion Chinese people. I have from the very beginning supported the
holding of these Games in Beijing. My position on this remains unchanged. I
feel the Tibetans should not cause any hindrance to the Games. It is the
legitimate right of every Tibetan to struggle for their freedoms and rights.
On the other hand, it will be futile and not helpful to anyone if we do
something that will create hatred in the minds of the Chinese people. On the
contrary, we need to foster trust and respect in our hearts in order to
create a harmonious society, as this cannot be built on the basis of force
and intimidation.

9. Our struggle is with a few in the leadership of the People’s Republic of
China and not with the Chinese people. Therefore we should never cause
misunderstanding or do something that will hurt the Chinese people. Even
during this difficult situation, many Chinese intellectuals, writers and
lawyers in Mainland China and other parts of the world have sympathized and
shown us their solidarity by issuing statements, writing articles and
offering pledges of support that is overwhelming. I have recently issued an
appeal to the Chinese people all over the world on 28th March, which I hope
you will hear and read.

10. If the present situation in Tibet continues, I am very much concerned
that the Chinese government will unleash more force and increase the
suppression of Tibetan people. Because of my moral obligation and
responsibility to the Tibetan people, I have repeatedly asked the concerned
leadership of the PRC to immediately stop their suppression in all parts of
Tibet and withdraw its armed police and troops. If this brings result, I
would also advise the Tibetans to stop all the current protests.

11. I want to urge my fellow Tibetans who live in freedom outside Tibet to
be extra vigilant as they voice their feelings on the developments in Tibet.
We should not engage in any action that could be even remotely interpreted
as violent. Even under the most provocative of situations we must not allow
our most precious and deeply held values to be compromised. I firmly believe
that we will achieve success through our non-violent path. We must be wise
to understand where the unprecedented affection and support for our cause
stems from.

12. As Tibet is currently virtually closed and no international media is
allowed there, I doubt my message will reach the Tibetans in Tibet. But I
hope through media and by word of mouth, it will be passed on to the
majority of you.

13. Finally, I want to reiterate and appeal once again to Tibetans to
practice non-violence and not waver from this path, however serious the
situation might be.

The Dalai Lama
Dharamsala April 6, 2008

(N.B. Translated from the Tibetan original)

Tank man

è per questo che la storia dà i brividi,

perchè nessuno la può fermare…

Il Rivoltoso Sconosciuto, (o “Tank Man“), è il soprannome del ragazzo anonimo che divenne famoso in tutto il mondo quando fu filmato e fotografato durante la protesta del giugno 1989. Sono state scattate diverse foto del ragazzo, in piedi di fronte ai carri armati del governo cinese, sbarrandogli il passo. La versione più diffusa della famosa immagine è quella scattata dal sesto piano di un hotel, lontano all’incirca 1 km.

L’incidente ebbe luogo nella grande avenue di Chang’an, vicinissima a Piazza Tienanmen lungo la strada verso la Città proibita di Pechino, il 5 giugno 1989, il giorno dopo che il governo cinese incominciò a reprimere brutalmente la protesta. L’uomo si mise in mezzo alla strada e ingaggiò i carri armati. Teneva due buste, una per mano. Appena i carri armati giunsero allo stop il ragazzo sembrò volerli scacciare. In risposta, quelli provarono a girargli intorno, ma il ragazzo li bloccò più volte, mettendosi di fronte a loro ripetutamente, adoperando la resistenza passiva. Vedendo le foto è evidente, utilizzando le strisce sulla strada come riferimento, che i carri si sono mossi in avanti. Dopo averli bloccati il ragazzo si è arrampicato sulla torretta del carro armato e si è messo a parlare con il guidatore. Diverse sono le versioni su cosa si siano detti, tra le quali “Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra”; “Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente”; e “Andatevene!” Un quotidiano britannico ha inoltre diffuso la notizia che fosse stato giustiziato, giorni dopo l’accaduto, ma questa notizia non è stata ancora confermata.

In Occidente l’immagine divenne emblema della rivolta popolare contro la repressione in Cina. Nella Repubblica Popolare Cinese invece l’immagine fu usata come simbolo della cura che l’esercito popolare cinese metteva nel proteggere la sua gente: nonostante l’ordine di avanzare il carro armato rifiutò di eseguire l’ordine per paura di ferire un cittadino inerme. Come molti fatti legati a quella protesta, il mistero sul rivoltoso sconosciuto divenne presto, e ancora è, uno dei tabù della politica in Cina.

Si sa poco dell’identità del ragazzo. Poco dopo l’incidente la rivista britannica sunday Express suppose si trattasse di Wang Weilin, uno studente di 19 anni; comunque, la veridicità dell’informazione resta incerta. Diverse altre ipotesi sono poi state avanzate sull’identità del ragazzo, ma nessuna è stata mai provata.

Ci sono diverse versioni a proposito di ciò che successe al ragazzo dopo la dimostrazione. In un discorso del 1999, Bruce Herschensohn - uomo molto vicino al presidente Nixon - disse che fu ucciso 14 giorni dopo la manifestazione; altre versioni ipotizzano che fu giustiziato da un plotone d’esecuzione pochi mesi dopo la protesta di piazza Tiananmen. In Red China Blues: My Long March from Mao to Now, Jan Wong scrisse che l’uomo era, ed è, ancora vivo.

La versione di un testimone oculare dell’evento pubblicata nel 2005, da Charlie Cole, un fotografo della rivista Newsweek, affermò che fu arrestato sul posto dal governo cinese e portato via.

Il governo diede poche informazioni a proposito dell’incidente e del ragazzo sconosciuto. Nel 1990 intervistato da Barbara Walters, l’allora Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, Jiang Zemin, alla domanda su cosa fosse successo al ragazzo rispose “Penso non giustiziato”.

Oggi noi ci chiediamo : che fine ha fatto quel ragazzo di allora, che oggi dovrebbe essere ormai un uomo? Perchè siamo informati su ogni scappatella di politici e calciatori e non sappiamo se uno dei simboli (involontari, quindi ancora più veri) del nostro tempo è ancora vivo? Eppure tutti riflettori sono puntati su pechino per le olimpiadi…

RISPOSTA NON C’E', O FORSE CHI LO SA, PERDUTA NEL VENTO SARA’….

Don Chisciotte

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

Sancho Panza

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
E’ la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
E’ un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

Don Chisciotte

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fa d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

Sancho Panza

A proposito di questo farsi d’ombra delle cose,
l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com’è vero… che ora ho fame !

Don Chisciotte

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…

Sancho Panza

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

Don Chisciotte

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

Insieme

Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte !

La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso

La storia la facciamo noi, che ce ne accorgiamo o no, giorno dopo giorno.

E la prima notizia di questo nuovo giorno che inizia all’ombra dei cinque cerchi è quella della condanna a tre anni e mezzo di carcere per istigazione a sovvertire i poteri dello Stato all’attivista per i diritti umani Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet. Il verdetto riaccende, almeno a parole,le polemiche internazionali nei confronti della Repubblica Popolare, accusata di voler mettere a tacere i dissidenti in vista dei Giochi Olimpici.

La storia siamo noi, e stando alle prime dichiarazioni,Unione europea e Stati Uniti hanno chiesto la liberazione di Hu Jia. “Siamo costernati da questa condanna. In quest’anno olimpico ci appelliamo alla Cina perché colga l’occasione di presentare il miglior volto possibile (e meno male che glielo avete suggerito…nel caso non ci fossero arrivati da soli - n.d.r.) e prenda delle misure per migliorare la situazione dei diritti dell’uomo” (mi sfugge…ma durante le olimpiadi di los Angeles 1984 era stata non ricordo sia stata sospesa la pena di morte – n.d.r.) : parole della portavoce dell’ambasciata Usa a Pechino, Susan Stevenson. L’Ue ricorda di aver “detto con chiarezza che in primo luogo Hu Jia non avrebbe dovuto essere arrestato e che avrebbe dovuto essere rilasciato immediatamente. Questa rimane la nostra posizione”.

Forse giova ricordare che quando,il 13 luglio del 2001, Pechino ha ottenuto l’assegnazione dei giochi olimpici del 2008 alla seconda votazione con 56 preferenze contro le 22 di Toronto, le 18 di Parigi e le 9 di Istambul (altra nota patria dei diritti umani), da poco più di 12 anni la stessa sorte toccata oggi ad Hu Jia non era che il pane quotidiano di molti (non abbiamo ancora avuto modo di sapere quanti) dei contestatori dell’ormai lontana (ma da molti mai dimenticata) Piazza Tienanmen…

La storia siamo noi, e il governo cinese ha replicato alle critiche negando (ah, le tradizioni!!) di aver intrapreso un giro di vite contro i dissidenti per imbavagliare l’opposizione interna in vista delle Olimpiadi. “Non possiamo accettare certe accuse”, ha ribattuto la portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare,. “La Cina è un Paese dove vige lo stato di diritto. Non possiamo fermare l’applicazione della legge a causa dell’Olimpiade” …comprensibile che, con tutti gli impegni in agenda, ci si possa dimenticare delle origini degli stessi dei Giochi Olimpici, durante i quali nell’età antica si sospendevano guerre e condanne.. davvero roba da nostalgici, o da topi di biblioteca, non certo degne dell’attenzione di politici al passo coi tempi!

Sarebbe carino inoltre conoscere il parere in proposito delle Madri di Tienanmen, l’associazione che dal (troppo?) lontano 1989 chiede chiarimenti, spiegazioni o almeno notizie sui propri figli e mariti uccisi, condannati o scomparsi durante o in seguito alla protesta.

La storia siamo noi e Hu, 34 anni, era finito in prigione alla fine di dicembre dopo aver già trascorso 200 giorni agli arresti domiciliari, misura cui sono ancora sottoposte sua moglie Zeng Jinyan,e la loro figlioletta. Divenuto noto per le sue campagne a favore dei malati di Aids delle aree rurali, l’oppositore si è poi distinto per l’attivismo in difesa delle prerogative democratiche, della libertà di religione e dell’autodeterminazione per il popolo tibetano, ma le critiche al partito comunista gli sono costate care. In giudizio si era proclamato innocente, pur riconoscendo che alcune sue dichiarazioni potevano essere state “eccessive”. In particolare a Hu sono stati contestati una serie di articoli di denuncia contro gli abusi del regime, pubblicati “dentro e fuori la Cina”, anche via Internet; e il fatto di aver avuto contatti con giornalisti stranieri interessati alle sue attività.

La storia siamo noi, e nel frattempo il CIO (Comitato Olimpico internazionale) e tutti i vari comitati olimpici nazionali (come il nostro CONI) si affrettano doverosamente a smentire qualsiasi intenzione di boicottaggio o di protesta da parte delle selezioni nazionali… lasciando nettamente separate le aree sportive e politico-civili.

La storia siamo noi, mentre la condanna segue di appena un paio di settimane quella a cinque anni di reclusione inflitta a un altro oppositore, il 52enne Yang Chunlin, un ex contadino in carcere per accuse analoghe a quelle mosse a Hu. Nel suo caso, le autorità hanno punito la raccolta di oltre diecimila firme in calce a una petizione intitolata “Vogliamo i diritti umani, non l’Olimpiade”.

La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso…

La protesta di Piazza Tienanmen

Per protesta di piazza Tian’anmen (nota anche come massacro di Piazza Tian’anmen (in cinese 天安门事故) si intendono una serie di dimostrazioni guidate da studenti, intellettuali, operai nella Repubblica Popolare Cinese tra il 15 aprile ed il 4 giugno 1989. Simbolo della rivolta è considerato il rivoltoso sconosciuto che in totale solitudine e completamente disarmato affronta una colonna di carri armati: le fotografie che lo ritraggono sono popolari nel mondo intero e sono per molti un simbolo di lotta contro la tirannide.

il rivoltoso sconosciuto

Il 15 aprile 1989, Hu Yaobang morì per un arresto cardiaco. La protesta ebbe inizio in modo relativamente pacato, nascendo dal cordoglio nei confronti di Hu Yaobang, popolare tra i riformisti, e dalla richiesta al Partito di prendere una posizione ufficiale nei suoi confronti. La protesta divenne via via più intensa dopo le notizie dei primi scontri tra manifestanti e polizia. Gli studenti si convinsero allora che i mass media cinesi stessero distorcendo la natura delle loro azioni, che erano solamente volte a supportare la figura di Hu. Il 22 aprile, giorno dei funerali, gli studenti scesero in Piazza Tiananmen, nella città di Pechino, chiedendo di incontrare il Primo ministro Li Peng; la leadership comunista ed i media ufficiali ignorarono la protesta e per questo gli studenti proclamarono uno sciopero generale all’università di Pechino. All’interno del PCC Zhao Ziyang, Segretario generale del Partito, era favorevole ad un’opposizione moderata e non violenta nei confronti della manifestazione, riportando il dibattito suscitato dagli studenti in ambiti istituzionali. Favorevole alla linea dura era invece Li Peng, Primo ministro, che era convinto che i manifestanti fossero manipolati da potenze straniere. Egli, in particolare, approfittò dell’assenza di Zhao, che doveva recarsi in visita ufficiale in Corea del Nord, per diffondere le sue convinzioni. Si incontrò con Deng Xiaoping, che, nonostante si fosse ritirato da tutte le cariche più importanti (ma rimaneva Presidente della potente Commissione militare), restava un personaggio estremamente influente nella politica cinese; con lui, si accertò di avere una comunanza di vedute.

Il 26 aprile fu pubblicato sul Quotidiano del Popolo un editoriale a firma di Deng Xiaoping che accusava gli studenti di complottare contro lo stato e fomentare agitazioni di piazza. Questa dichiarazione fece infuriare gli studenti e il 27 aprile circa 50.000 studenti scesero nelle strade di Pechino, ignorando il pericolo di repressioni da parte delle autorità e richiedendo che si ritrattassero queste pesanti dichiarazioni; inoltre, i manifestanti avevano paura di essere puniti nel caso in cui la situazione fosse tornata alla normalità. Zhao, tornato dalla Corea del Nord tentò ancora di raffreddare gli animi.

Il 4 maggio (data simbolica in quanto richiamava il Movimento del 4 maggio 1919) circa 100.000 persone marciarono nelle strade di Pechino, chiedendo più libertà nei media e un dialogo formale tra le autorità del partito e una rappresentanza eletta dagli studenti.

A questo punto si instaurò una tregua, ma senza che gli studenti riuscissero a convincere la leadership del Partito ad instaurare un dialogo realmente costruttivo. In un primo momento la protesta sembrò sul punto di rifluire.

In questo contesto si inserì la visita del Segretario del PCUS Mihail Gorbacev in Cina, prevista per la metà di maggio. Si trattava di un evento storico in quanto rappresentava la riconciliazione tra le due potenze dopo 19 anni di ostilità diplomatica. Il 13 maggio, duemila studenti decisero di insediarsi in Piazza Tiananmen e le loro richieste si radicalizzarono ulteriormente: non solo chiedevano una legittimazione, ma criticavano la corruzione del Partito ed il ritorno al conservatorismo da parte di Deng Xiaoping e chiedevano riforme politiche democratiche, innalzando Gorbacev a simbolo della riforma. Inoltre, alcuni di essi iniziarono uno sciopero della fame. In migliaia si unirono a questa protesta, supportata dagli stessi residenti di Pechino. I manifestanti innalzarono al centro della piazza un’enorme statua, alta 10 metri, chiamata Dea della Democrazia, in polistirolo e cartapesta. Da notare che tra i manifestanti erano presenti anche comunisti dissidenti che cantavano L’Internazionale (inno).

Questo metteva i dirigenti cinesi di fronte ad un forte problema: veniva di fatto data una scadenza per risolvere la questione e si rischiava di creare dei martiri che avrebbero potuto destabilizzare ulteriormente il regime, senza contare la crescente simpatia di cui gli studenti erano oggetto tra la popolazione. I dirigenti del PCC però non riuscirono ancora a trovare una linea condivisa per rispondere alla protesta.

Durante la visita di Gorbacev, il 16 ed il 17 maggio, la mobilitazione continuò, portando in Piazza centinaia di migliaia di persone. La protesta si era ampliata anche fuori dalla città di Pechino, arrivando a coinvolgere oltre 300 città.

Di fronte all’immobilismo dei massimi dirigenti, fu ancora Deng Xiaoping a prendere l’iniziativa, decidendo, assieme ad altri anziani del Partito, di dichiarare la legge marziale per dare un segnale ancora più forte agli studenti. Questo fatto è molto importante se si considera che la legge marziale, nella storia della Repubblica popolare cinese era stata proclamata una sola volta a Lhasa, capitale del Tibet, ed ora si trattava di dichiararla a Pechino, capitale del regime. La notte del 19 maggio venne quindi convocato il Comitato permanente dell’Ufficio politico, organo comprendente i massimi dirigenti del PCC, al quale spettava l’imposizione della legge marziale: alcune fonti riferiscono che Zhao Ziyang fu il solo su 5 a votare contro, altre dicono che, non essendo stata trovata una maggioranza (2 a favore, 2 contro ed 1 astenuto), Deng la impose unilateralmente. Resta comunque il fatto che l’esercito, il giorno dopo, fu chiamato ad occupare la capitale.

Zhao Ziyang tentò quindi una mossa disperata: all’alba del 20 maggio si presentò in Piazza Tiananmen e tentò di convincere gli studenti ad interrompere lo sciopero della fame e l’occupazione della piazza, promettendo che le loro ragioni sarebbero state ascoltate. Non fu ascoltato e l’episodio decretò anche la fine della sua carriera politica (pochi giorni dopo fu arrestato). Nemmeno la proclamazione pubblica della legge marziale convinse i manifestanti ad arrendersi.

All’inizio l’esercito incontrò una forte resistenza da parte della popolazione e si astenne dal reagire con la forza. La situazione restò quindi paralizzata per 12 giorni.

Anche in questo caso fu Deng a prendere la decisione finale: in quanto Presidente della Commissione militare, fece pervenire alle truppe l’ordine di usare la forza. La notte del 3 giugno l’esercito iniziò quindi a muoversi dalla periferia verso Piazza Tienanmen. Di fronte alla resistenza che incontrarono, aprirono il fuoco ed arrivarono in piazza. Nonostante non sia possibile una ricostruzione accurata dei fatti, fu un massacro.

Ancora oggi le stime dei morti variano. Il governo cinese parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, ma poi abbassò il numero di militari uccisi ad “alcune dozzine”. La CIA stimò invece 400-800 vittime. La Croce Rossa riferì 2600 morti e 30.000 feriti. Le testimonianze di stranieri affermarono invece che 3000 persone vennero uccise. La stessa cifra fu data da un sito inglese di Pechino. Le stime più alte parlarono di 7.000-12.000 morti. Organizzazioni non governative come Amnesty International hanno denunciato che, ai morti per l’intervento, vanno aggiunti i giustiziati per “ribellione”, “incendio di veicoli militari”, ferimento o uccisione di soldati e reati simili. Amnesty International ha stimato che il loro numero è superiore a 400.

Nei giorni seguenti si mise in atto una feroce caccia ai restanti contestatori, che furono imprigionati o esiliati. Il governo, inoltre, limitò l’accesso da parte dei media internazionali, dando la possibilità di coprire l’evento alla sola stampa cinese.

Il 9 giugno Deng si assunse la responsabilità dell’intervento e condannò il movimento studentesco come un tentativo controrivoluzionario di rovesciare la Repubblica popolare cinese. Per legittimare la repressione, la propaganda ufficiale sostenne che i manifestanti avevano attaccato l’esercito, il quale, a costo di pesanti sacrifici, era comunque riuscito a salvare il socialismo.

A livello internazionale, la repressione di Piazza Tiananmen provocò la ferma condanna da parte di numerosi Paesi occidentali, che portò anche all’imposizione di un embargo sulla vendita di armi alla Cina. Oggi il clima si è rappacificato e la Cina è stata riaccolta dagli altri paesi nella politica globale, ma gli eventi di Piazza Tiananmen sono ancora un argomento sensibile per il governo comunista cinese, che non fornisce versioni ufficiali dell’accaduto ed esercita forme di censura riguardo gli avvenimenti in questione.

La Fiamma Olimpica

La fiamma olimpica, o fuoco olimpico è portato dalla torcia olimpica o fiaccola olimpica e brucia durante lo svolgimento dell’Olimpiade nel braciere olimpico o tripode. La fiamma è uno dei simboli dei Giochi Olimpici. Le sue origini risalgono all’Antica Grecia, quando un fuoco veniva tenuto acceso per tutto il periodo di celebrazione delle Olimpiadi antiche. Il fuoco venne reintrodotto nelle olimpiadi del 1928, e da allora fa parte del cerimoniale delle Olimpiadi moderne. Vanno distinti e tenuti separati il fuoco (fiamma) dalla torcia (fiaccola), che attraverso una staffetta viene portata in giro per il mondo, dal braciere (tripode) che mantiene la fiamma viva durante lo svolgimento delle gare. Colui che porta la fiamma olimpica viene detto tedoforo (portatore della “teda”, fiaccola cerimoniale).

Attualmente la fiamma olimpica viene accesa diversi mesi prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, nel luogo delle Olimpiadi antiche, Olimpia (Grecia). Undici sacerdotesse (impersonate da attrici) accendono il fuoco ponendo una fiaccola all’interno di uno specchio parabolico concavo, che concentra i raggi del Sole.

La fiaccola viene quindi trasportata nella città che ospiterà i Giochi Olimpici con una staffetta formata da “tedofori”. Il “viaggio della fiamma” viene detto “torch relay” in inglese. Tradizionalmente, la fiaccola viene trasportata a piedi, ma possono essere usati altri mezzi di trasporto. Tra i tedofori si contano anche atleti e celebrità, ma per la maggior parte sono composti da persone comuni.

La staffetta della torcia olimpica termina il giorno della cerimonia di apertura, nello stadio principale dei giochi. L’ultimo tedoforo è spesso tenuto segreto fino all’ultimo momento, di solito è uno sportivo famoso della nazione ospitante. L’ultimo tedoforo usa la fiaccola per accendere la fiamma nel braciere che di solito è situato nei pressi dello stadio olimpico. Questa fiamma brucia per tutto il periodo di celebrazione dei Giochi Olimpici e viene estinta nella cerimonia di chiusura.

La fiaccola olimpica o torcia è il mezzo di trasporto della fiamma durante la staffetta che la porta dal luogo dell’accensione (di solito Olimpia), al luogo di celebrazione dell’olimpiade. Dalla X Olimpiade (Berlino 1936), il comitato organizzatore realizza una torcia dal design originale che viene poi utilizzata per tutto lo svolgimento del viaggio della fiamma, fino all’accensione del braciere finale.

Il braciere olimpico o tripode è la “grande torcia” dove arde il fuoco olimpico durante i giorni del programma di gare. Di solito è posto nei pressi dello stadio dove si svolgono le cerimonie e garantisce alla simbolica fiamma di non spegnersi nemmeno un istante durante il periodo di competizioni. La fiamma viene accesa dall’ultimo tedoforo nella cerimonia d’apertura e viene spenta alla fine della cerimonia di chiusura, per sottolineare la conclusione dei giochi. Di solito è realizzato dal comitato organizzatore con un design originale e differente dalle edizioni precedenti.

La storia

Per gli antichi greci, il fuoco aveva una connotazione divina — si credeva che fosse stato rubato agli Dei da Prometeo. Per questo motivo il fuoco era presente anche in molti santuari. Un fuoco veniva tenuto acceso permanentemente sull’altare del tempio di Estia ad Olimpia. Durante i Giochi Olimpici, che onoravano Giove, venivano accesi ulteriori fuochi nel suo tempio e in quello di sua moglie, Giunone. La moderna fiamma olimpica viene accesa sul luogo dove sorgeva il tempio di Giunone.

La fiamma non appare alle Olimpiadi moderne fino al 1928. L’architetto olandese Jan Wils aveva incluso una torre nel suo progetto dello stadio olimpico per la IX Olimpiade, ed ebbe l’idea di tenervi acceso un fuoco. Il 28 luglio 1928 un dipendente della compagnia elettrica di Amsterdam accese il primo fuoco olimpico nella cosiddetta Torre di Maratona, conosciuta dagli olandesi come il “posacenere della KLM”.

L’idea di una fiamma olimpica fu accolta con entusiasmo, e venne mantenuta come simbolo dell’olimpismo. Il dirigente e scienziato dello sport tedesco Carl Diem concepì l’idea di una staffetta per la fiaccola olimpica in occasione delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Più di 3.000 tedofori portarono la fiaccola da Olimpia a Berlino. L’atleta tedesco Fritz Schilgen fu l’ultimo a portare la fiaccola, accendendo la fiamma nello stadio. Anche la staffetta divenne una tradizione dei Giochi Olimpici.

La fiamma olimpica ha bruciato ai giochi invernali del 1936 e del 1948, la prima staffetta si ebbe alla VI Olimpiade Invernale di Oslo 1952. Il fuoco non venne acceso ad Olimpia, ma a Morgedal, Norvegia, nel caminetto della casa di Sondre Norheim, uno dei pionieri dello sci. Il fuoco venne acceso nello stesso luogo anche per le edizioni del 1960 e del 1994. Eccetto per il 1956, la staffetta prese il via da Olimpia per tutti gli altri Giochi Olimpici invernali. Nel 1956 la staffetta partì da Roma.

Anche se per la gran parte del tragitto la fiaccola viene portata da corridori, è stata trasportata anche in molti altri modi. La fiaccola viaggiò per nave nel 1948, per attraversare la Manica, e venne trasportata in aereo per la prima volta nel 1952, quando andò ad Helsinki. Nel 1956, le gare di equitazione vennero disputate separatamente a causa di una stretta regolamentazione della quarantena vigente in Australia. Tutti i portatori della fiaccola che la trasportarono a Stoccolma, dove queste gare si svolsero, viaggiarono a cavallo.

Un particolare mezzo di trasporto venne usato nel 1976, quando la fiamma fu trasformata in un impulso elettronico. Da Atene, questo impulso venne inviato via satellite in Canada, dove un raggio laser venne utilizzato per riaccendere la fiaccola. Nel 2000, la fiaccola venne trasportata sott’acqua da sommozzatori, vicino alla grande barriera corallina. Altri insoliti mezzi di trasporto includono la canoa amerindia, un cammello e il Concorde.

Un altro modo di attirare l’attenzione è stato l’accensione del fuoco nello stadio. Alla XXV Olimpiade di Barcellona 1992, l’arciere delle Paralimpiadi Antonio Rebollo scoccò una freccia infiammata nel braciere dello stadio. Due anni dopo, la fiaccola olimpica venne portata nello stadio di Lillehammer da un atleta di salto con gli sci.

torcia olimpica Pechino 2008
la torcia di Pechino 2008

È la “Cloud of Promise” (la Nuvola del buon augurio) disegnata da Lenovo la torcia prescelta dal comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino 2008. Selezionata fra gli oltre 300 progetti partecipanti al bando.
Fin dal suo esordio nel 1936, la torcia olimpica ha avuto il ruolo di rappresentare, in un certo senso, la storia e la cultura del Paese e della città ospitante: la torcia di Pechino 2008 cerca di coniugare un design elegante e moderno al simbolismo storico cinese. Il tema principale dell’opera sono le nuvole, che sono intimamente associate alla cultura cinese e vengono spesso rappresentate in opere tipiche di architettura, disegno e pittura, e ricorrono anche negli arredi e nelle favole del Paese del Dragone.

Design della torcia:
Realizzata in lega lucida di alluminio e magnesio, la torcia misura 720 millimetri x 50 mm x 40 mm e ha un peso di circa 1.000 grammi.

Le altre caratteristiche del design della torcia comprendono:
- colorazione primaria rosso profondo e argento vivo, un mix di arte cinese tradizionale e design contemporaneo che fonde simboli dell’arte, della cultura e della filosofia cinesi;
- un’impugnatura concepita non solo per il comfort, ma anche per emulare la sensazione unica della mano che ne stringe un’altra grazie a un rivestimento di vernice gommata;
- un disegno in rilievo di nuvole, che rappresentano la cultura cinese in continua evoluzione.

Il team di progettazione Lenovo che ha vinto il bando ha lavorato Più di 30 creativi hanno preso parte al progetto relativo alla torcia. Il team era multinazionale poiché comprendeva designer provenienti da Germania,Singapore, Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, Italia e Cina. Anche l’esperienza e le varie competenze dei progettisti erano eterogenee, e comprendevano specializzazioni in progettazione grafica, chimica, engineering, materiali, antropologia, arte e storia. Per mesi i team si sono impegnati in un intenso lavoro di brainstorming, comprendente esercizi ludici e creativi, per poter guardare al design della torcia da una serie di prospettive diverse.

“Ispirata alla forma di un tradizionale rotolo di pergamena cinese, l’iconografia della “Cloud of Promise” rappresenta le tradizioni della Cina, mentre forma, struttura e tecnologia evocano lo spirito olimpico”

Piazza Tienanmen

Piazza Tiananmen o Tian’anmen (in cinese semplificato, 天安门广场, in cinese tradizionale, 天安門廣場, pronuncia Tiān’ānmén Guǎngchǎng) è la grande piazza vicino al centro di Pechino, in Cina, chiamata così per il Tiananmen (letteralmente, Porta della pace del paradiso) posto al suo nord, che la separa dalla Città Proibita. È vista da molti come il cuore simbolico della nazione cinese. Fuori dalla Cina, è famosa soprattutto per le proteste del 1989. La piazza è larga 880 metri da nord a sud e 500 da est a ovest, il che la rende la più vasta piazza pubblica del mondo, e, con i suoi 440.000 metri quadrati, è molto più grande della Piazza Rossa a Mosca.

Tiananmen fu costruita nel 1417. Nel 1651 (all’inizio della dinastia Qing), il Tiananmen fu rinnovato e rinominato nella sua forma presente. Durante le epoche della dinastia Ming e Qing, non c’era una piazza pubblica a Tiananmen, ma un’area piena di uffici per i ministri imperiali. Questi furono notevolmente danneggiati durante la rivolta dei Boxer e l’area fu ripulita per produrre l’inizio di piazza Tienanmen.

Ingrandita nel 1949 fino all’attuale grandezza, la sua monotonia è interrotta soltanto dai 38 metri d’altezza del Monumento agli eroi del popolo e dal Mausoleo di Mao Zedong. La piazza si trova tra 2 antiche ed imponenti porte: la porta Tian’anmen sul lato nord e la porta Qianmen (前門, porta centrale) a sud. Lungo il lato ovest della piazza si trova la Grande sala del popolo, mentre lungo il lato est si trova il Museo nazionale di storia cinese. Viale Chang’an, usato per le parate, si trova tra Tian’anmen e la piazza. Sui lati occidentale e orientale della piazza sono allineati degli alberi, ma la piazza in se è aperta, senza alberi né panchine.

La piazza è illuminata da grandi lampioni su cui sonomontate anche delle telecamere. C’è una stretta sorveglianza da parte di poliziotti in uniforme e in borghese.

Piazza Tiananmen è stata il centro di numerosi eventipolitici quali la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong il 1 ottobre 1949 e per raduni di massa durante la Rivoluzione Culturale.

Immagine di piazza Tiananmen durante il movimento del 4 maggio 1919

È stata anche il luogo dove sono avvenuti diversi movimenti di protesta, tra i più notevoli de quali il May Fourth Movement del 1919 per la scienza e la democrazia, proteste nel 1976 dopo la morte di Zhou Enlai, e le proteste di Piazza Tiananmen del 1989.

Le proteste del 1989 portarono all’uccisione dei protestanti cinesi nelle strade a est della piazza e nelle zone adiacenti. Alcune fonti (Graham Earnshaw e Columbia Journal Review) affermano che nessun oppositore venne ucciso nella piazza. Il governo di Pechino ha sempre criticato l’etichettatura fatta dai media occidentali di questo evento, da allora noto come massacro di piazza Tiananmen. L’evento è noto in Cina come 4 giugno o movimento del 4 giugno, e incidente del 4 giugno. Ad ogni modo gli espatriati cinesi che sono sfuggiti dopo le uccisioni dissero che il numero delle vittime fu nell’ordine delle migliaia, contando le centinaia uccise sul posto e le vittime dell’ epurazione che seguì. Queste storie sono confermate anche dai rapporti dell’intelligence.

C’è da segnalare inoltre che quello del “massacro di piazza Tienanmen” è uno dei tanti eventi storici (per es. vedi Tibet) aspramente censurati dal governo cinese, in particolar modo per quanto riguarda internet: sono da evidenziare i recenti casi di Google e degli altri motori di ricerca, che hanno accettato di oscurare milioni di pagine web ai cittadini cinesi.

Immagine panoramica di Piazza Tienanmen

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam

Questa dichiarazione è stata proclamata il 19 settembre 1981 presso l’UNESCO a Parigi. Traduzione e note di Hamza R. Piccardo.

PREAMBOLO

Da oltre quattordici secoli, l’Islam ha definito i Diritti dell’Uomo, nel loro insieme e nelle loro applicazioni, con una Legge divina. Tali diritti sono stati consolidati con un corollario di garanzie sufficienti ad assicurare la loro protezione. L’Islam ha plasmato la società che ha costruito, in conformità a principi e regole giuridiche che danno a questi diritti consistenza e stabilità.

L’Islam è l’ultimo dei Messaggi celesti, che il Signore dell’Universo ha fatto scendere sui Suoi Inviati — pace su di loro! — affinché li comunicassero a tutti gli uomini, per dirigerli e guidarli verso tutto ciò che garantisce loro una vita serena e dignitosa, dove regnano il diritto, il bene, la giustizia e la pace.

È per questo che i Musulmani hanno l’obbligo di estendere a tutti gli uomini l’invito ad abbracciare l’Islam (da’wa)1 per meglio adeguarsi all’ordine del loro Signore: «Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, raccomandi le buone consuetudini e proibisca ciò che è riprovevole» (Corano 3, 104)2, per solidarizzarsi con tutta l’umanità e prestare un sincero contributo nell’intento di emendare il mondo dagli errori in cui si è perso e liberare i popoli da tutte le forme di oppressione che li angustiano.

È per questo che noi musulmani, pur nella diversità delle nostre origini etniche e geografiche,

• per la nostra condizione di servi di Dio, l’Unico, il Dominatore;

• per la nostra fede nel fatto che Egli è il Signore Sovrano di tutte le cose in questa vita terrena e nella vita eterna, che a Lui tutti ritorneremo e che solo Lui ha il diritto di guidare l’uomo verso il suo proprio bene e utilità, dopo averlo investito della Sua “luogotenenza” sulla terra e dopo aver messo al suo servizio tutto quello che esiste nell’Universo;

• per la nostra adesione al principio di unità dell’unica vera religione, la religione che hanno annunciato gli Inviati del nostro Signore, ognuno dei quali ha posto una pietra all’edificio comune che Iddio — esaltato sia il Nome Suo —ha coronato con la Missione di Muhammad*3, che fu come disse egli stesso «la pietra (ultima) e il sigillo dei Profeti» (hadith4 riferito dagli imam Bukhari e Muslim5);

• per la nostra convinzione che la mente umana non è in grado di concepire il percorso migliore dell’esistenza, se Iddio non la guida e non le concede la Sua rivelazione;

• per la chiara visione che abbiamo — illuminati dal nostro Libro degno di gloria — della posizione dell’uomo nell’Universo, del fine ultimo per il quale è stato creato e della sapienza che ha governato la sua creazione;

• per la nostra certezza che il Creatore ha colmato l’uomo della Sua Grazia concedendogli dignità, grandezza e preminenza su tutte le altre creature;

• per la conoscenza che abbiamo acquisito delle innumerevoli grazie di cui il Signore ha gratificato l’uomo;

• per la precisa concezione che abbiamo della Comunità Islamica, che incarna veramente l’unità dei musulmani nella varietà delle rispettive origini etniche e geografiche;

• per l’acuta conoscenza che abbiamo della corruzione e della situazione di peccato di cui soffre il mondo attuale;

• per la nostra ferma volontà di essere solidali nei confronti dell’intera società umana di cui facciamo parte;

• per la nostra decisione di realizzare la missione che ci è stata affidata di far giungere il Messaggio — responsabilità di cui l’Islam ci ha investiti — e per il nostro impegno a promuovere una vita migliore…

- una vita basata sulla virtù e libera da ogni vizio;

- una vita in cui l’aiuto reciproco sostituirà il rifiuto

dell’altro e la fratellanza prenderà il posto dell’inimicizia;

- una vita governata dalla cooperazione e dalla pace

piuttosto che dalla guerra e dai conflitti;

- una vita in cui l’uomo conoscerà finalmente il vero

senso della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità,

della grandezza e della dignità, invece di soffocare

sotto il peso della schiavitù (‘ubudiyya) e della

discriminazione in nome della razza o della classe so-

ciale, della violenza e del disprezzo, una vita che

gli permetterebbe di assolvere alla sua vera missione

nel mondo: l’adorazione (‘ibada) del suo Creatore

— esaltato sia il Nome Suo — e realizzare la sua

opera di civiltà in tutto l’universo;

- una vita che permetterebbe all’uomo il godimento

delle grazie del suo Creatore e di esercitare la bontà

verso tutta l’umanità, poiché questa è la grande fami-

glia alla quale è legato dal profondo sentimento dell’u-

nità dell’origine comune, unità che ha generato gli

stretti rapporti di parentela tra tutti i figli di Adamo;

per tutto questo

noi musulmani, araldi dell’invito ad abbracciare la religione di Dio, all’alba del 15° secolo dell’Hegira6 proclamiamo questa Dichiarazione (Bayam) dei Diritti dell’Uomo, fatta in nome dell’Islam, a partire dal Corano nobilissimo e dalla purissima Tradizione profetica (Sunna)7.

Per queste loro origini, tali diritti hanno le caratteristiche di diritti eterni e non possono essere soppressi o corretti, abrogati o invalidati. Sono diritti indicati dal Creatore — lode a Lui — e nessuna creatura umana può annullarli o combatterli. Le garanzie che assicurano ad ognuno non possono essere cancellate né dalla volontà di un individuo che vi rinunciasse né dalla volontà di istituzioni che la società stessa ha creato, qualunque sia la loro origine e qualunque sia l’autorità di cui essa le avesse investite.

L’affermazione di questi diritti è condizione reale e preliminare per la costruzione di un’autentica società islamica:

1) una società in cui tutti gli uomini siano uguali, senza privilegi e senza discriminazioni tra gli individui a causa della loro origine, razza, sesso, colore, lingua e religione;

2) una società dove l’uguaglianza sia il titolo per godere dei diritti e sottostare ai doveri, uguaglianza che trova la sua fonte nell’unità della comune origine umana: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina» (Cor. 49, 13) e nella nobiltà che il Creatore — esaltato sia il Nome Suo! — ha generosamente concesso all’umanità. «In verità abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo condotti sulla terra e sul mare e abbiamo concesso loro cibo eccellente e li abbiamo fatti primeggiare su molte delle Nostre creature» (Cor. 17, 70);

3) una società che costituisca la famiglia a suo nucleo fondamentale, circondandola della sua protezione, tenendola nella più alta considerazione e garantendole tutti i mezzi per la sua stabilità e il suo sviluppo.

4) una società in cui la libertà dell’uomo sia l’assoluto sinonimo del senso dato alla sua propria vita: libero dalla nascita, realizzerà se stesso in un clima di libertà, al riparo da ogni costrizione, da ogni pressione, da ogni svilimento e riduzione a una condizione di schiavitù;

5) una società in cui governanti e governati siano uguali davanti alla Legge islamica promulgata dal Creatore stesso — la Lode appartiene a Lui ! — senza privilegi e senza discriminazioni;

6) una società in cui il potere terreno sia considerato un «sacro pegno» affidato alla responsabilità dei governanti, affinché realizzino gli obiettivi definiti dalla Legge islamica e ciò con i mezzi stessi che questa Legge ha indicato per realizzare i suddetti obiettivi;

7) una società in cui ogni individuo creda che Iddio — e Lui solo — è il Padrone di tutto l’Universo, che tutto ciò che vi si trova è stato posto da Dio a servizio di tutte le creature come un dono della Sua generosità e nessuno potrà vantarne maggior diritto di un altro, e che ogni essere umano ha diritto ad una giusta parte di questo dono divino: «E vi ha sottomesso tutto quello che è nei cieli e sulla terra: tutto [proviene] da Lui» (Cor. 45, 13);

8) una società in cui le decisioni politiche sugli affari della Comunità islamica siano prese in base al principio della “consultazione” (shura) e dove le autorità incaricate di applicarle e di farle rispettare agiscano in conformità allo stesso principio: «coloro che […] si consultano vicendevolmente su quel che li concerne» (Cor. 42, 38);

9) una società che offra a tutti parità di opportunità in modo tale che ogni individuo possa assumere delle responsabilità proporzionali alle sue capacità e alla sue attitudini, rispondendone, in questa vita, davanti alla comunità islamica e nell’altra vita davanti al suo Creatore: «Ognuno di voi è un pastore; ognuno di voi è responsabile del suo gregge» (hadith riferito nelle cinque sunan);

10) una società in cui governanti e governati si trovino su uno stesso piano di eguaglianza di fronte alla giustizia;

11) una società in cui ogni individuo vi si identifichi e senta quindi il diritto-dovere di denunciare alla giustizia (hisba) tutti coloro che abbiamo commesso un crimine contro i diritti della società stessa, sollecitando il sostegno degli altri uomini, che saranno quindi obbligati ad appoggiarlo non abbandonandolo nella difesa della giusta causa;

12) una società che rifiuti tutte le forme di oppressione e garantisca ad ogni individuo la sicurezza, la libertà, la dignità e la giustizia, tenuta com’è a difendere i diritti che la Legge di Dio ha attribuito agli uomini, impegnandosi ad applicare e badando a proteggere quegli stessi diritti che questa «Dichiarazione» proclama di fronte a tutto il mondo.

Note

1 Dawa: la chiamata, l’appello all’Islam.

2 I riferimenti coranici devono essere letti così: il primo numero in grassetto indica la Sura, l’altro, in chiaro, il versetto.

3 Con l’asterisco si sottintende l’eulogia “Pace e benedizione su di Lui” che ogni Musulmano fa seguire alla citazione di Muhammad, Inviato di Dio.

4 Hadith: letteralmente discorso, detto dell’Inviato di Dio*.

5 Bukhari e Muslim: i due maggiori e più noti tradizionalisti musulmani, le loro raccolte di hadith costituiscono il corpus sul quale si è formata la scienza giuridica e la giurisprudenza islamiche.

6 Hegira: emigrazione di Muhammad e dei primi musulmani da Mecca a Medina, per sfuggire alle persecuzioni dei pagani. A partire dall’anno dell’Hegira, il 622 dopo Cristo, è iniziata l’era islamica (il 1989 corrisponde al 1410 a causa di uno scarto fra l’anno solare di 365/366 giorni e quello lunare (musulmano) di 354 giorni.

7 Sunna: letteramente Tradizione, indica il complesso dei detti (hadith) di Muhammad* e quelli (khabar) dei suoi compagni e loro successori, in merito a questioni dottinali, liturgiche e comportamentali. Dopo il Sublime Corano è la seconda fonte di riferimento dei musulmani.



In nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso

Art. 1 - Il diritto alla vita

1) La vita dell’uomo è sacra (muqaddasa) e nessuno può arrecargli danno: «chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità» (Cor. 5, 32). Questa sacralità della vita potrà essere annullata solo dall’autorità della Legge islamica in conformità alle disposizioni specifìcamente previste a questo riguardo.

2) L’esistenza fisica e morale dell’essere umano è una di-mensione inviolabile che la Legge Islamica protegge durante la vita e dopo la morte; egli ha diritto che la sua spoglia mortale sia trattata con tutti i riguardi dovuti alla sua dignità e alla sua nobiltà: «Se uno di voi dà sepoltura a suo fratello, lo faccia nella maniera migliore» (hadith), così come si deve sorvolare sugli errori del defunto e sui suoi difetti personali: «Non parlate male dei morti, perché essi sono già arrivati dove i loro gesti li hanno condotti» (hadith).

Art. 2 - Il diritto alla libertà

1) La libertà dell’uomo è sacra (muqaddasa) come la sua vita — questo è il primo attributo che la natura gli riconosce appena nasce: «Ogni bambino nasce conforme al suo stato naturale (fitra)» (hadith). Questa libertà si riferisce allo “statu quo ante” e deve essere mantenuta; nessuno è autorizzato a lederla: «Come potreste ridurre in schiavitù gli uomini che le loro madri hanno generato liberi?» (hadith).

Bisogna quindi prevedere un complesso di garanzie capaci di proteggere la libertà degli individui. Essi potranno essere costretti o limitati solo dall’autorità della Legge islamica conformemente alle disposizioni previste a questo proposito.

2) Nessun popolo ha il diritto di ledere la libertà di un altro popolo. Il popolo vittima di un’aggressione ha il diritto di respingerla e di riconquistare la libertà con tutti i mezzi adeguati. «Chi si difende per aver subìto un torto non incorre in nessuna sanzione» (Cor. 42, 41). La società internazionale ha il dovere di sostenere tutti i popoli che lottano per la loro libertà, e questo è, per i Musulmani, un obbligo su cui non potrebbero transigere: «A coloro che sono stati aggrediti è data l’autorizzazione [di difendersi], perché certamente sono stati oppressi» (Cor. 22, 39); «[Essi sono] coloro che quando diamo loro potere sulla terra, assolvono all’orazione, versano la decima, raccomandano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole» (Cor. 22, 41).

Art. 3 - Il diritto all’uguaglianza

1) Tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge islamica: «Non c’è nessuna superiorità di un arabo su un non-arabo, né di un non-arabo su un arabo, né di un rosso su un nero, né di un nero su un rosso, a parte la devozione» (hadith) L’applicazione di questa legge non tollera nessuna discriminazione tra gli individui: «Se Fatima, la figlia di Muhammad, rubasse, le farei tagliare la mano» (hadith), e riconosce a tutti la stessa sostanziale protezione: «Il più debole di voi per me è il più forte fintanto che non gli faccio riconoscere il suo buon diritto e il più forte di voi, per Me è il più debole fintanto che non lo conduco a riconoscere agli altri il loro buon diritto» (hadith kudsi)1.

2) Tutti gli uomini hanno uguale valore (qima) umano: «Discendete tutti da Adamo, ed egli è stato creato dalla polvere» (hadith kudsi) e solo le opere determinano l’eccellenza degli uni sugli altri: «Ci saranno gradi [di merito] per ciascuno di loro in base a quello che avranno fatto» (Cor. 46, 19). Qualunque ideologia, legge o situazione che propugnasse la segregazione tra gli uomini in base al sesso, la razza, il colore, la lingua o la religione, sarebbe assolutamente contraria a questo principio islamico generale.

3) A ciascun individuo spetta un diritto d’uso delle risorse materiali della società attraverso un lavoro che sceglie con pari opportunità rispetto agli altri uomini: «Egli è Colui che vi ha fatto remissiva la terra: percorretela in lungo e in largo, e mangiate della Sua provvidenza» (Cor. 67, 15). Non è permessa nessuna discriminazione salariale quando lo sforzo e il lavoro prodotto sono uguali sia quantitativamente che qualitativamente: «Chi avrà fatto [anche solo] il peso di un atomo di bene lo vedrà, e chi avrà fatto [anche solo] il peso di un atomo di male lo vedrà» (Cor. 99, 7/8).

Art. 4 - Il diritto alla giustizia

1) Ogni individuo ha diritto di essere giudicato in conformità alla Legge islamica e che nessun’altra legge gli venga applicata: «Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento ad Allah e al Messaggero» (Cor. 4, 59); «Giudica dunque tra di loro secondo quello che Allah ha rivelato e non indulgere alle loro passioni» (Cor. 5, 49).

2) Ogni individuo ha il diritto di difendersi personalmente contro ogni ingiustizia che dovesse colpirlo: «Allah non ama che venga conclamato il male, eccetto da parte di colui che lo ha subìto» (Cor. 4, 148), e alla stessa maniera ha il dovere di proteggere gli altri contro ogni ingiustizia con tutti i mezzi a sua disposizione: «Che ognuno di voi vada in aiuto a suo fratello, sia che sia stato responsabile o vittima di un’ingiustizia: se ne è stato responsabile per biasimarlo e impedirgli di andare oltre, se ne è stato vittima per aiutarlo» (hadith). Ogni individuo ha il diritto di fare ricorso ad un’adeguata istanza dell’autorità islamica affinché questa gli assicuri protezione e giustizia e allontani da lui il danno e l’ingiustizia che lo affligge. Ogni governante musulmano ha il dovere di costituire una siffatta istanza fornendole adeguate garanzie di imparzialità e indipendenza: «L’imam dispone di legioni di difensori che militano dietro di lui e garantiscono la sua protezione» (hadith).

3) Ogni individuo ha il diritto — e il dovere — di difendere il diritto di ogni altro individuo e quello della sua comunità naturale (hisba): «Volete sapere qual è il migliore dei testimoni? È quello che si presenta a testimoniare prima gli sia richiesto» (hadith).

4) Nessuno può negare a un individuo, e per nessun motivo, il diritto di difendersi personalmente: «Chi ha diritto è autorizzato a parlare» (hadith). «Quando i due querelanti sono seduti davanti a te, non emettere la sentenza prima di ascoltare il secondo come hai ascoltato il primo: è il metodo migliore affinché alla fine scaturisca una sentenza giusta» (hadith).

5) Nessuno ha il diritto di costringere un Musulmano ad obbedire ad una legge che sia contraria alla Legge islamica. Il Musulmano ha il diritto di rifiutare a che gli ordina una simile empietà, chiunque esso sia: «Se al Musulmano viene ordinato di peccare, non è tenuto né alla sottomissione né all’obbedienza» (hadith). In tal caso ha diritto alla solidarietà della sua comunità naturale, che rifiuta ugualmente di ottemperare ad un tale ordine, per rispetto della verità: «Ogni Musul-mano è il fratello di tutti gli altri Musulmani, non potrebbe essere ingiusto nei suoi confronti, non potrebbe consegnarlo ad altri» (hadith).

Art. 5 - Il diritto ad un processo giusto

1) L’innocenza è condizione originaria: «Tutti i membri della mia Comunità sono innocenti, a meno che l’errore non sia pubblico» (hadith). Questa presunzione di innocenza corrisponde quindi allo «statu quo ante» e deve rimanere tale, anche nei confronti di un imputato, fino a che esso non sia stato definitivamente riconosciuto colpevole da un tribunale che giudichi con equità.

2) Nessuna accusa potrà essere rivolta se il reato ascritto non è previsto in un testo della Legge islamica: «Non castigheremo alcun popolo senza prima inviar loro un messaggero» (Cor. 17, 15). Il Mu-sulmano non potrà essere scusato se ignora quello che deve sapere della sua religione. Tuttavia, se viene provata, la sua ignoranza po-trà essere presa in considerazione come «subha» (caso dubbio)2 per evitargli l’applicazione della pena corporale: «Non ci sarà colpa per voi per ciò che fate inavvertitamente, ma per quello che i vostri cuori fanno volontariamente» (Cor. 33, 5).

3) Nessuno potrà essere ritenuto responsabile di un crimine e quindi condannato ad una pena fintanto che la sua colpevolezza non sia stata accertata in base a prove irrefutabili e definitive, da-vanti a un tribunale in possesso di tutte le necessarie prerogative giuridiche e giudiziarie: «O credenti, se un malvagio vi reca una notizia, verificatela, affinché non portiate, per disinformazione, pregiudizio a qualcuno» (Cor. 49, 6); «La congettura non può nulla contro la verità» (Cor. 53, 28).

4) In nessun caso potranno essere inflitte pene più gravose di quelle previste dalla Legge islamica per ogni specifico crimine: «Ecco i limiti di Allah, non li sfiorate» (Cor. 2, 229). Uno dei princìpi della Legge islamica esige che si tenga conto delle circostanze attenuanti e del contesto in cui è stato commesso il crimine, e questo per evitare le pene previste dalla Legge: «Evitate ai Musulmani l’applicazione delle pene previste fino a che potrete farlo. Se trovate qualche scappatoia in favore dell’accusato rendetegli la libertà» (hadith).

5) Nessuno potrà essere ritenuto responsabile degli altrui crimini: «Nessuno porterà il peso di un altro» (Cor. 17, 15). Ogni essere umano è autonomamente responsabile delle sue azioni: «Ognuno è pegno di quello che si sarà guadagnato» (Cor. 52, 21). In nessun caso potranno essere attribuite le sue responsabilità ai suoi parenti, alleati, servitù e amici: «Ci guardi Allah dal prendere altri che colui presso il quale abbiamo ritrovato i nostri beni, ché in tal caso saremmo ingiusti!» (Cor. 12, 79).

Art. 6 - Il diritto alla protezione contro l’abuso di potere

Ogni individuo ha il diritto di essere protetto dall’abuso di potere. Nessuno potrà pretendere che fornisca spiegazioni su uno qualsiasi dei suoi atti, o una qualsiasi sua situazione, e non gli si potrà rivolgere la minima accusa se questa non sia basata su fondate convinzioni che presuppongano il suo coinvolgimento nei misfatti che gli sono contestati: «E quelli che ingiustamente offendono i credenti e le credenti si fan carico di calunnia e di evidente peccato» (Cor. 33, 58).

Art. 7 - Il diritto alla protezione dalla tortura

Nessuna persona ritenuta colpevole o sospettata di un delitto potrà essere sottoposta alla tortura: «Iddio torturerà (nell’ Al di Là) quelli che avranno torturato in questo mondo» (hadith), e nessuno potrà essere costretto ad ammettere un crimine che non ha commesso: tutto quello che è estorto con la costrizione è giuridicamente nullo: «Iddio perdona ai membri della mia Comunità tutte le sviste e le dimenticanze e tutto ciò che hanno fatto subendo una costrizione» (hadith). Qualunque sia il crimine commesso dall’individuo e qualunque sia la pena prevista dalla Legge islamica, la dignità dell’uomo e la sua nobiltà di «figlio di Adamo» devono essere sempre rispettate.

Art. 8 - Il diritto di ogni individuo alla protezione del suo onore e della sua reputazione

L’onore e la reputazione di un individuo sono valori sacri che nessuno è autorizzato a profanare: «Il vostro sangue, i vostri beni e il vostro onore sono inviolabili come lo sono questo giorno che state vivendo, questo mese che state trascorrendo, questa contrada nella quale vi trovate» (hadith). È vietato indagare sulla sua vita privata e cercare di diffamare la sua personalità psichica e morale: «Non vi spiate e non sparlate gli uni degli altri» (Cor. 49, 12); «Non diffamatevi a vicenda e non datevi nomignoli» (Cor. 49, 11).

Art. 9 - Il diritto d’asilo

1) Ogni Musulmano vittima di una persecuzione o di un’ingiustizia ha il diritto di rifugiarsi nel luogo in cui potrà essere sicuro all’interno delle frontiere della «Casa dell’Islam» (Dar al Islam)3. Questo è un diritto che l’Islam garantisce a tutti coloro che soffrono una persecuzione, di qualunque nazionalità, fede o colore. I Musulmani hanno il dovere di offrir loro protezione quando essi chiedono asilo: «E se qualche associatore ti chiede asilo, concediglielo affinché possa ascoltare la Parola di Allah, e poi rimandalo in sicurezza» (Cor. 9, 6).

2) La Sacra Casa di Dio che si trova alla Mecca, è un luogo di rifugio e di sicurezza per tutti gli uomini, e nessun Musulmano potrebbe opporsi a ciò: «Chi vi entra è al sicuro» (Cor. 3, 97); «Fa-cemmo della Casa un luogo di riunione e un rifugio per gli uomini» (Cor. 2, 125); «Chi vi risiede e chi vi si reca sono uguali» (Cor. 22, 25).

Art. 10 - I diritti delle minoranze

1) La condizione religiosa delle minoranze è fondata sul principio coranico: «Non c’è costrizione nella religione» (Cor. 2, 256).

2) La personalità civile e quella privata delle minoranze sono stabilite dalla Legge dell’Islam se i loro membri si rivolgono a noi per essere giudicati: «Se vengono da te, sii arbitro tra loro o allontanati. E se ti allontanerai, non potranno mai nuocerti in nulla. Se giudichi, fallo con giustizia» (Cor. 5, 42). Se non vorranno ricorrere al nostro giudizio, hanno l’obbligo di applicare le loro leggi religiose (sciara?i), in quanto esse, dal loro punto di vista, hanno un’origine divina: «Come mai potranno sceglierti come giudice, quando hanno la Torâh con il giudizio di Allah e dopo di ciò volgere le spalle?» (Cor. 5, 43); «Giudichi la gente del Vangelo in base a quello che Allah ha fatto scendere» (Cor. 5, 47).

Art. 11 - Il diritto a partecipare alla vita pubblica

1) Ogni individuo, membro della Comunità islamica, ha il di-ritto di essere informato su tutte le questioni che riguardano la vita della sua Comunità. Ha anche il dovere di partecipare, in base alle sue capacità e le sue inclinazioni, in conformità al principio della libera “consultazione” (sciura): «Coloro che si consultano vicendevolmente su quel che li concerne» (Cor. 42, 38). Ogni individuo membro della comunità islamica ha il diritto di assumere cariche e funzioni pubbliche, a condizione di possedere le necessarie capacità previste dalla Legge islamica. Questa idoneità non potrà essere li-mitata o diminuita in base a considerazioni attinenti la razza o la classe sociale: «Lo stesso sangue scorre in tutti i Musulmani, è per questo che saranno un tutto unico di fronte a chi volesse nuocere anche alla persona più umile che si sia messa sotto la loro protezione» (hadith).

2) Il principio della “libera consultazione” (sciura) sta alla base dei rapporti tra chi governa e la Comunità islamica. Essa ha il diritto di scegliere liberamente chi dovrà governarla, in conformità a questo principio. Essa ha il diritto di chiedere conto a coloro che la governano e di destituirli se si dovessero allontanare dalla Legge islamica: «Sono stato nominato vostro capo quando ancora non ci co-noscevamo. Se mi vedete nella verità sostenetemi; se mi vedete nell’errore, correggetemi. Obbeditemi fintanto che obbedirò a Dio e al Suo Inviato. Se dovesse succedermi di disobbedire loro, non potrò più chiedere di essere obbedito» (khabar)4.

Art. 12 - Il diritto alla libertà di pensiero, di fede e di parola

1) Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia, fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito. Nessuno infatti ha il diritto di propagandare la menzogna o di diffondere ciò che potrebbe incoraggiare la turpitudine o offendere la Comunità islamica: «Se gli ipocriti, coloro che hanno un morbo nel cuore e coloro che spargono la sedizione non smettono, ti faremo scendere in guerra contro di loro e rimaranno ben poco nelle tue vicinanze. Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte» (Cor. 33, 60-61).

2) Il libero pensiero che si applica alla ricerca della verità, non gode solo del diritto di farlo ma obbedisce anche ad un dovere: «Di’: “Ad una sola [cosa] vi esorto: state ritti per Allah, a coppie o singolarmente, e riflettete”» (Cor. 34, 46).

3) Ogni individuo ha il diritto e il dovere di proclamare che rifiuta e disapprova l’ingiustizia, e di combatterla senza temere di sfidare un potere che abusa della sua autorità, un governo che agisce iniquamente o un sistema tirannico. È questo il migliore «ji-had»5: «Chiesero all’Inviato di Dio: “qual è il miglior jihad?”. Rispose: “È proclamare la verità di fronte a un sovrano ingiusto”» (hadith).

4) Nessun ostacolo potrà essere frapposto alla diffusione delle informazioni e delle verità certe, a meno che dalla loro diffusione non nasca qualche pericolo per la sicurezza della comunità naturale e per lo Stato: «Quando giunge loro una notizia rassicurante o allarmante, essi la divulgano; se l’avessero riferita all’Inviato di Dio e a quelli di loro che detengono l’autorità, per domandare il loro parere avrebbero saputo se era il caso di accettarla, perché di solito si fa riferimento alla loro opinione» (Cor. 4,83).

5) Rispettare i sentimenti di coloro che, in materia religiosa, hanno opinioni diverse, è una delle virtù del Musulmano. Nessuno potrà quindi ridicolizzare le credenze degli altri o destare inimicizia sociale nei loro confronti: «Non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Allah, ché non insultino Allah per ostilità e ignoranza. Abbiamo reso belle [agli occhi di ogni comunità] le loro proprie azioni. Ritorneranno poi tutti verso il loro Signore» (Cor. 6, 108).

Art. 13 - Il diritto alla libertà religiosa

Ogni individuo ha piena libertà di fede e di pratica religiosa conforme alla fede: «A voi la vostra religione, a me la mia» (Cor. 109, 6).

Art. 14 - Il diritto all’invito all’Islam (da?wa) e di far conoscere (balag) il suo Messaggio.

1) Ogni individuo ha il diritto di partecipare, solo o con altri, alla vita della sua comunità naturale, sul piano religioso, culturale, politico etc., così come ha il diritto di dar vita a istituzioni e dotarsi dei mezzi necessari all’esercizio di tale diritto: «Di’: “Ecco la mia via: invito ad Allah in tutta chiarezza, io stesso e coloro che mi seguono. Gloria ad Allah, non sono uno dei politeisti”» (Cor. 12, 108).

2) Ogni individuo ha il diritto e il dovere di «raccomandare il bene e condannare il male», e di esigere dalla società che crei le istituzioni che gli permettano di assumersi questa responsabilità per concorrere meglio alla realizzazione del bene e della pietà: «Possiate formare una Comunità che esorti gli uomini al bene: ordini quello che è lecito e proibisca l’ingiustizia» (Cor. 3, 104); «Incoraggiatevi l’un l’altro alla pietà e al timore di Dio» (Cor. 5, 2); «Quando gli uomini assistono ad un’ingiustizia senza reagire, Dio è pronto a colpirli tutti quanti con il Suo castigo» (hadith).

Art. 15 - I diritti economici

1) La natura (tabia), con tutte le sue ricchezze, appartiene a Dio — esaltato sia il Nome Suo —: «La sovranità sui cieli e sulla terra e su tutto quello che comprendono, appartiene a Dio» (Cor. 5, 120). Egli l’ha donata agli uomini e ha dato loro il diritto di usarla: «Ha messo a vostra disposizione quello che si trova nei cieli e sulla terra. Tutto viene da Lui» (Cor. 45, 13). Ha proibito di corromperla e di distruggerla: «Non defraudate gli uomini dei loro averi e non commettete violenze sulla terra corrompendola» (Cor. 26, 183). Nessuno ha il diritto di monopolizzarla e ledere il diritto d’uso di cui gli altri uomini dispongono per procurarsi i mezzi di sussistenza: «I doni del tuo Signore non sono negati a nessuno» (Cor. 17, 20).

2) Tutti gli uomini hanno il diritto di lavorare e produrre per assicurarsi la sopravvivenza con tutti i mezzi riconosciuti leciti dalla Legge: «Non c’è animale sulla terra a cui Dio non provveda» (Cor. 11, 6); «Camminate dunque sulla sua estensione [della terra] e mangiate ciò che Iddio vi accorda per la vostra sopravvivenza» (Cor. 67, 15).

3) La proprietà privata è legittima, sia essa individuale o in partecipazione comunitaria e di conseguenza ogni essere umano ha il diritto di appropriarsi di tutto ciò che ha acquisito con il suo sforzo e il suo lavoro: «In verità è Lui che provvede ai bisogni dell’uomo e che lo arricchisce» (Cor. 53, 48).

Anche la proprietà pubblica è legittima e deve essere finalizzata all’interesse generale della Comunità islamica nel suo insieme: «Il bottino che Dio ha concesso al Suo Messaggero sulle genti delle città, appartiene a Dio, al Suo Messaggero, alla sua famiglia, agli orfani, ai poveri, ai viandanti, affinché non sia attribuito a quelli di voi che sono già ricchi» (Cor. 59, 7).

4) Nella Comunità islamica i poveri hanno un preciso diritto sui beni dei ricchi, diritto codificato dall’istituzione della «Zakat»6 (l’elemosina legale): «[…] quelli che sui loro beni prelevano una parte obbligatoria a favore del mendicante e di chi è sprovvisto di ogni cosa» (Cor. 70, 24/25). Questo è un diritto che nessuno potrebbe diminuire o abolire, o anche solo sottomettere all’autorizzazione di coloro che governano, anche se per applicarlo fosse necessario combattere apertamente coloro che vi si oppongono: «Giuro in Nome di Dio che se qualcuno mi rifiutasse il tributo che versava all’Inviato di Dio*, li combatterò fino a che non pagheranno tutto il dovuto (khabar) di Abu Bakr — che Iddio sia soddisfatto di lui)».

5) Mettere a disposizione della Comunità islamica le fonti di ricchezza e i mezzi di produzione è un obbligo che nessuno può trascurare o minimizzare: «Nessun pastore, al quale Dio ha affidato la cura di un gregge e che egli non lo abbia circondato della sua più solerte attenzione, non sentirà il profumo del Paradiso» (hadith). D’altra parte nessuno può sfruttare le risorse della terra in un modo che la Legge islamica proibisce o che potrebbe nuocere all’interesse generale della comunità naturale.

6) Per assicurare una saggia direzione dell’attività economica e per garantirne il sano funzionamento, l’Islam proibisce:

- la frode in tutte le sue forme: «Chi viene per frodare non è dei nostri» (hadith);

- l’alea, la mancanza di informazione e tutto ciò che potrebbe suscitare conflitti che non si potrebbero definire oggettivamente: «Il Profeta* ha vietato la vendita con il getto della pietra7 e la transazione indefinita» (khabar), «Il Profeta* ha vietato [di vendere] l’uva prima che sia matura (nera) e il grano prima che maturi» (khabar);

- lo sfruttamento e la frode reciproca nelle operazioni di scambio di prodotti: «Guai ai frodatori! Quando comprano esigono dagli altri misure ben piene; quando misurano o pesano per gli altri truffano» (Cor. 83, 1/3);

- la costituzione di un monopolio e qualsiasi concorrenza sleale: «Solo il peccatore monopolizza» (hadith);

- l’usura e qualsiasi altro profitto che sfrutta la situazione di altrui svantaggio: «Dio ha permesso la vendita e ha proibito l’usura»8 (Cor. 2, 275);

- la pubblicità mendace e ingannatrice: «Le due parti di una transazione hanno il diritto di opzione fino a che non si siano separate: se sono sinceri e onesti il loro contratto è benedetto da Dio, se invece sono bugiardi e truffatori, il loro commercio non sarà benedetto» (hadith).

7) Il rispetto dei superiori interessi della Comunità islamica e la fedeltà ai valori dell’Islam costituiscono la sola limitazione possibile all’attività economica della società musulmana.

Art. 16 - Il diritto alla protezione della proprietà

Non si può espropriare un individuo della proprietà che ha acquisito con mezzi leciti a meno che ciò non avvenga per ragioni di interesse generale: «Non consumate tra voi le vostre sostanze» (Cor. 2, 188); in caso di esproprio motivato deve essere versato un congruo indennizzo: «Chi, in questa vita, si approprierà di una terra sul quale non ha nessun diritto, nel Giorno della Resurrezione si vedrà sepolto sotto di essa, fino ad avere sopra di sé sette Terre» (hadith). Il carattere di inviolabilità della proprietà pubblica è ancora maggiore e le pene riservate a chiunque la danneggi sono, di conseguenza, più severe, in quanto è un pregiudizio che colpisce tutta la comunità naturale e un’empietà contro la Comunità islamica nel suo insieme: «Chi viene assunto per un certo lavoro e ci deruba fosse anche solo del valore di un ago, sarà considerato un truffatore e dovrà renderne conto nel Giorno della resurrezione» (hadith); «Un giorno gli dissero: “O Inviato di Dio, il tale è morto martire”. “Invece no!”, rispose. “L’ho visto all’Inferno avvolto in un mantello che aveva rubato” e poi disse: “Umar, alzati e proclama: ‘solo i veri credenti entreranno in Paradiso’ (tre volte)”» (hadith).

Art. 17 - I diritti e i doveri dei lavoratori

Il lavoro è un ideale che l’Islam ha elevato nella società che ha voluto costruire: «Di’: “Agite”» (Cor. 9, 105). E, se è vero che ogni lavoro deve essere fatto nel migliore dei modi: «Chi deve eseguire un lavoro lo faccia bene: ecco quello che Dio ama» (hadith), è altrettanto vero che ogni lavoratore gode di questi diritti:

a) ricevere il salario relativo alla sua fatica, senza limitazioni e senza ritardi: «Pagate l’operaio prima che gli si sia asciugato il sudore sulla fronte!» (hadith);

b) godere di un reddito che gli permetta una vita decente, proporzionalmente allo sforzo compiuto: «Ci saranno dei livelli diversi per ognuno di loro, in base a quello che hanno fatto» (Cor. 46, 19);

c) godere del rispetto per la sua persona da parte di tutta la società: «Agite! Iddio vedrà le vostre azioni, e così il Suo Inviato e gli altri credenti» (Cor. 9, 105); «Dio ama il credente che esercita una professione» (hadith);

d) essere protetto da ogni inganno e ogni sfruttamento: «Dice Iddio: ci sono tre generi di individui di cui sarò nemico nel Giorno della Resurrezione: chi inganna gli altri giurando in Mio Nome, chi vendendo un bene a un uomo libero froda sul prezzo, chi assume un lavoratore e rifiuta di pagarlo dopo che quello ha compiuto il lavoro stabilito» (hadith Kudsi).

Art. 18 - Il diritto dell’individuo ad avere la sua giusta parte dei beni necessari alla vita

Ogni individuo ha il diritto di avere una giusta parte dei beni necessari alla vita: cibo, bevande, abbigliamento, alloggio e tutte le cure richieste per il mantenimento della sua salute fisica e tutti i beni necessari alla sua salute morale e materiale: scienza, conoscenza e cultura, all’interno del quadro che viene proposto dalle risorse della Comunità Islamica. L’obbligo, che in questo settore ricade su di essa, comprende tutti i beni che l’individuo non potrebbe procurarsi in maniera autonoma: «Il Profeta è più legato ai credenti che loro a loro stessi» (Cor. 33, 6).

Art. 19 - Il diritto di fondare una famiglia

1) Il matrimonio, nel quadro islamico, è un diritto riconosciuto a ogni essere umano. È la via che la Legge islamica ha riconosciuto legittima per fondare una famiglia, assicurarsi una discendenza e conservarsi casti: «O uomini! Temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere, poi da esso ha creato la sua sposa e da questa coppia ha generato un gran numero di uomini e di donne» (Cor. 4, 1). Ognuno degli sposi ha dei diritti e dei doveri nei confronti dell’altro che la Legge islamica ha definito con esattezza: «Le donne hanno dei diritti pari ai loro obblighi, secondo le buone convenienze. E gli uomini hanno tuttavia una certa supremazia su di loro» (Cor. 2, 228). Il padre deve provvedere all’educazione dei figli, da un punto di vista fisico, morale e religioso, in conformità alla fede e alla sua Legge religiosa. Egli ha la responsabilità di scegliere la direzione che vuole dare alla loro vita: «Ognuno di voi è un pastore; ognuno di voi è responsabile del suo gregge» (hadith).

2) Ognuno degli sposi ha diritto al rispetto dell’altro e alla considerazione dei sentimenti che prova e della funzione che assolve, in un clima di amicizia e di misericordia reciproci: «Uno dei Suoi Segni è che Egli ha creato da voi stessi delle spose affinché riposiate con loro, e ha voluto l’amore e la compassione tra di voi» (Cor. 30, 21).

3) Il marito ha l’obbligo di assicurare il mantenimento (nafaqa) alla moglie e ai figli senza lesinare per avarizia: «Chi ha mezzi abbondanti provveda con larghezza. Chi possiede solo lo stretto necessario dia in proporzione a ciò che Dio gli ha concesso» (Cor. 65, 7).

4) Ogni bambino ha il diritto di essere educato, istruito e preparato alla vita nel migliore dei modi possibile, da parte dei suoi genitori: «Di’: “Mio Signore, sii misericordioso verso di loro come loro lo sono stati verso di me, allevandomi quando ero bambino”» (Cor. 17,24). Non si devono far lavorare i bambini in tenera età, e non gli si devono imporre incombenze troppo gravose, ostacolando la loro crescita fisica e annullando il loro diritto al gioco e allo studio.

5) Se i genitori non hanno la possibilità di far fronte alle esigenze del bambino, la responsabilità su di lui viene assunta dalla società e, in tal caso, il suo mantenimento è a carico della “Cassa comune” (Bayt al-mal) dei Musulmani (il Pubblico Erario): «Sono per ogni credente, un alleato piu legato a loro che loro stessi: se qualcuno di voi morisse lasciando un debito o un familiare senza risorse, saranno a mio carico. Se invece lascia qualche bene, spetteranno ai suoi eredi» (hadith).

6) Ogni membro della famiglia ha diritto a ricevere quello che gli permette di far fronte ai suoi bisogni: beni materiali, protezione, affetto, già dalla sua prima infanzia e anche quando è vecchio e inabile. I genitori hanno il diritto di esigere, dai loro figli, che assolvano al dovere di mantenerli e di occuparsi di loro fisicamente e moralmente: «La tua persona e i tuoi beni appartengono a tuo padre» (hadith).

7) La condizione materna ha il diritto di essere circondata di particolari premure da parte di tutta la famiglia: «“O Inviato di Dio*”, gli chiesero, “qual è la persona a cui devo maggior assistenza?”. “Tua madre” rispose. “E dopo di lei?”. “Tua madre” rispose ancora. “E dopo chi?”. Per la terza volta rispose: “Tua madre”, e aggiunse: “e poi tuo padre”» (hadith).

8) Le responsabilità della famiglia sono suddivise (sciarika) tra i tutti i suoi membri, ognuno nella misura delle sue forze e delle caratteristiche della sua costituzione. È una responsabilità che va ben al di là del semplice rapporto tra genitori e figli: comprende tutti i parenti sia uomini che donne: «“O Inviato di Dio*, chi è la persona più degna del mio rispetto?”. “È tua madre”, rispose, “ancora tua madre e sempre tua madre; poi tuo padre e gli altri parenti in ordine decrescente”» (hadith).

9) I figli, sia maschi che femmine, non potranno essere costretti al matrimonio con una persona per la quale non sentono inclinazione: «Una giovane serva, ancora vergine, venne dal Profeta* a protestare perché suo padre l’aveva sposata contro la sua volontà. L’Inviato di Dio * le riconobbe il diritto di opzione (hiyar)» (hadith).

Art. 20 - I diritti della donna sposata

La donna sposata gode dei seguenti diritti:

a) vivere con il marito dove egli ha fissato il suo domicilio: «Fate abitare le vostre donne nel luogo in cui vivete» (Cor. 65, 6);

b) essere mantenuta, secondo il buon uso, fintanto che dura il matrimonio, e durante il periodo di ritiro legale9 (idda) consecutivo alla rottura in caso di ripudio (talaq): «Gli uomini hanno autorità sulle donne in virtù della preferenza che Iddio ha loro concesso su quelle, e a causa delle spese che sostengono per il loro mantenimento» (Cor. 4, 34); «Se sono incinte provvedete ai loro bisogni fino al momento del parto» (Cor. 65, 6); inoltre devono ricevere dal padre le spese di mantenimento dei figli che sono stati loro affidati (hadana) sempre in proporzione ai suoi redditi: «Se allattano un figlio vostro, versate loro un compenso» (Cor. 65, 6);

c) la donna sposata ha diritto al mantenimento quale che sia la sua situazione finanziaria e ricchezza personale;

d) la donna sposata ha diritto di sollecitare dal suo sposo un accordo amichevole per mettere fine al vincolo matrimoniale che li unisce, versando un riscatto (hul): «Se temete di non potere obbedire alle Leggi di Dio, non sarà male per nessuno dei due se la sposa offre un riscatto» (Cor. 2, 229). Inoltre ha il diritto di presentarsi di fronte alla giustizia per chiedere il divorzio nel quadro delle norme previste dalla Legge islamica;

e) la donna sposata ha diritto all’eredità di suo marito insieme ai di lui genitori, figli e parenti stretti: «se non avete figli, alle vostre spose spetta un quarto di quello che lascerete. Se avete un figlio spetterà loro un ottavo» (Cor. 4, 12);

f) gli sposi hanno il dovere della reciproca riservatezza, di non divulgare nulla dei loro segreti intimi, di non denunciare i difetti fisici e le debolezze morali. Questo diritto deve essere particolarmente rispettato durante e dopo il ripudio o il divorzio: «Non dimenticate la generosità gli uni verso gli altri» (Cor. 2, 237).

Art. 21 - Il diritto all’educazione

1) I bambini hanno il diritto di ricevere dai loro genitori un’educazione sana, e i genitori devono essere trattati con pietà filiale e cortesia: «Il tuo Signore ha ordinato che non adoriate altri che Lui, e ha prescritto la bontà verso vostro padre e vostra madre. Se uno di loro o entrambi diventano vecchi presso di te non dir loro “uff”, non li rimproverare, parla loro con dolcezza. Inclina verso di loro, con bontà, l’ala della tenerezza e di’: “Signore! Abbi pietà di loro come l’hanno avuta con me allevandomi quando ero bambino”» (Cor. 17, 23/24).

2) L’istruzione è un diritto per tutti. La ricerca della conoscenza è anche un obbligo per tutti, uomini e donne: «La ricerca della conoscenza è un precetto divino imposto a tutti i Musulmani e a tutte le Musulmane» (hadith). Chi non ha istruzione può esigere che colui che è istruito gli comunichi il suo sapere: «Quando Dio stipulò l’alleanza con coloro ai quali è stata data la Scrittura, disse loro: “Lo spiegherete agli uomini, non lo nasconderete”, ma essi lo gettarono dietro le loro spalle, e lo vendettero a vil prezzo. Che affare detestabile!» (Cor. 3, 187); «Che il testimone riferisca a chi era assente» (hadith).

3) La società ha l’obbligo di garantire ad ogni individuo pari opportunità per istruirsi e svilupparsi: «Quando Dio ama qualcuno, gli concede inclinazione per le scienze religiose. Io non faccio altro che diffonderle, ma è Dio — esaltato sia il Nome Suo — che le dà» (hadith). Ogni individuo ha il diritto di scegliere quello che risponde meglio alle sue attitudini e capacità: «Ognuno riesce in ciò per cui è stato creato!» (hadith).

Art. 22 - Il diritto di ognuno alla protezione della vita privata

I segreti più profondi degli esseri umani possono essere conosciuti solo dal loro Creatore: «Non ho penetrato i segreti del suo cuore?» (hadith). La loro vita privata è un sacro bene che nessuno è autorizzato a violare: «Non spiatevi» (Cor. 49, 12); «Voi che avete proclamato il vostro Islam con le labbra mentre il vostro cuore è ancora ribelle alla fede, non danneggiate i Musulmani, non copriteli di vergogna e non andate a svelare le loro nudità. Iddio metterà a nudo chi cerca di mettere a nudo suo fratello Musulmano; e quello di cui Dio svelerà la nudità la vedrà esposta a tutti, fosse anche nel profondo della sua tomba» (hadith).

Art. 23 - Il diritto alla libertà di movimento e di residenza

1) Ogni individuo ha diritto al movimento e agli spostamenti a partire dal luogo della sua residenza, per poi ritornarvi. Ha il diritto di viaggiare, di emigrare lontano dal suo paese e di ritornarvi in seguito senza che gli vengano posti limiti e ostacoli: «È Lui che vi ha sottomesso la terra. Camminate dunque sulla sua estensione e mangiate ciò che Iddio vi accorda per la vostra sopravvivenza» (Cor. 67, 15); «Di’: “Viaggiate sulla terra, vedrete quale è stata la fine dei calunniatori”» (Cor. 6, 11); «La terra di Dio non è abbastanza vasta per permettervi di emigrare?» (Cor. 4, 97).

2) Nessuno può costringere un individuo a lasciare il suo paese o ad allontanarsene, se non ci sia un valido motivo previsto dalla Legge islamica: «Ti chiederanno della guerra durante i mesi sacri; di’: “Combattere in questi mesi è un grave peccato, ma distogliere gli uomini dalla via di Dio, essere empi nei Suoi confronti e verso la sacra Ka’aba, cacciare i suoi abitanti, tutto questo davanti a Dio è ancora più grave”» (Cor. 2, 217).

3) La “Casa dell’Islam” (Dar al-Islam) è una sola. È la patria di ogni Musulmano: nessuno può ostacolare i suoi spostamenti con barriere geografiche o frontiere politiche. Ogni paese musulmano ha il dovere di accogliere il Musulmano che vi emigri o vi giunga, come un fratello accoglie un altro fratello: «Quelli che si erano stabiliti prima di loro in questa dimora e nella fede, amano coloro che emigrano verso di loro. Non sentono nel cuore nessuna invidia per quello che è stato dato a questi emigrati. Li preferiscono a loro stessi nonostante la loro povertà. Quelli che si proteggono dalla loro stessa avarizia, quelli saranno i fortunati» (Cor. 59, 9).

Sia Lode a Dio Signore del creato

Note

1 Hadith kudsi: lett. “Discorso Santo”, è l’insieme delle rivelazioni date da Dio — Esaltato sia il Nome Suo dal Profeta Muhammad* — che però, per ordine divino, non fanno parte del Corano.

2 Questa è una caratteristica estremamente garantista della legislazione islamica: l’assoluta certezza della prova e l’assenza di qualsiasi dubbio sono indispensabili per l’applicazione della pena.

3 La Casa dell’Islam è un concetto politico-teologico in base al quale per i musulmani non esistono frontiere e Stati che possano separare i credenti. Ogni luogo abitato da musulmani è la casa del credente.

4 Khabar: racconto di un episodio della vita del Profeta Muhammad* fatto da uno dei suoi Compagni (Sahaba) o da uno dei Successori (Tabi’in).

5 Jihad: lo sforzo sulla via di Dio. È un obbligo per tutti i musulmani puberi e sani di mente, nelle condizioni previste dalla Legge Islamica.

6 Zakat: elemosina legale, decima. Il radicale trilittere che sta alla base di questa parola implica un concetto di purificazione: purificazione dei beni materiali, attraverso il riconoscimento dei diritti dei poveri e della comunità sui propri beni. Il pagamento della Zakat, insieme alla «shahada» (affermazione dell’unicità di Dio e della missione profetica di Mu-hammad), la «salah» (preghiera rituale, cinque volte al giorno), «saum ramadan» (il digiuno diurno durante il mese di Ramadan) e l’«hajj» (il pellegrinaggio alla Santa Ka’aba alla Mecca), costituisce la struttura (i pilastri) dell’Islam.

7 Sta ad indicare una vendita aleatoria o in cui le condizioni non siano state sufficientemente definite.

8 Usura (Riba): con questo termine si intendono l’interesse sul denaro, le transazioni scorrette sui prodotti alimentari e sui metalli preziosi e tutte le forme di speculazione commerciale scorrette.

9 Idda: il ritiro legale che la donna deve osservare in seguito a vedovanza o divorzio; dura da uno a quattro mesi, a seconda della condizione della donna e della ragione che l’ha determinata.

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In verità nella creazione dei cieli e della terra
e nell’alternarsi della notte e del giorno
ci sono certamente segni per coloro che hanno intelletto
(Corano Al-’Imran III, 190)
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Edizioni Al Hikma
www.islam-online.it

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Occidentale)

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

  1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
  2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
  2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

  1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
  2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

  1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
  2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

  1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.
  2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
  3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

  1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
  2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
  2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

  1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
  2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
  3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

  1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
  2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
  3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
  4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

  1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
  2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

  1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
  2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
  3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

  1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
  2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

  1. 1 Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
  2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
  3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.