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Altri morti sulla strada per Pechino 2008

I paesi del mondo stanno tentando un riavvicinamento con la Cina, ma è ancora alta la tensione del paese contro la minoranza religiosa dei tibetani.

Lunedì mattina nella cittadina di Dari, nel Qinghai, la polizia si era recata a casa di un agitatore della causa pro-Tibet per arrestarlo. L’intenzione degli agenti, però, è sfumata quando l’uomo (del quale non sono state divulgate le generalità, ndr) ha opposto resistenza, sparando poi su un agente e uccidendolo. Nella frazione di qualche secondo anche il manifestante è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco dalla Polizia.
In questo episodio di violenza, che dal 14 marzo scorso (l’inizio della rivolta, ndr) attanaglia le minoranza religiosa tibetana, si esprime un’ulteriore, drammatica, crudeltà: l’agitatore non sapeva che l’agente ucciso era in realtà un uomo di origine Tibetana il cui nome era Lama Cedain, come comunicano gli organi di stampa cinesi. Il poliziotto è attualmente acclamato dalle folle come eroe per la causa dell’unità nazionale.
A ridosso di questa tragica dimostrazione del fragile equilibrio tra le due fazioni, è di ieri la notizia secondo la quale la capitale Beijing ha annunciato ufficialmente l’arresto di ben trenta persone manifestanti.
Le condanne dei –presunti ?- delinquenti varieranno da un minimo di tre anni fino all’ergastolo, che nelle carceri cinesi non è decisamente un soggiorno facile.
Immediata la protesta delle associazioni umanitarie le quali chiedono processi pubblici e giustamente valutati. Pechino glissa, in quanto afferma che oltre duecento persone pubbliche abbiano assistito ai processi. (Vorremmo tanto una testimonianza!)
In un articolo apparso sempre ieri sul maggiore giornale cinese, China Daily, si legge l’accusa al Dalai Lama di “seminare menzogne su quanto sta succedendo in Tibet, con pezzi infarciti di voci e di “si dice”. Continua dichiarando: “Il Dalai ha affermato da lungo tempo che chiede l’autonomia e non l’indipendenza. Tuttavia, in una recente intervista ha sollecitato Pechino a ritirare le sue truppe dal Tibet. Come può
Il tentativo del Vaticano di appianare i problemi diplomatici e quello della delegazione francese che tenta anch’essa di ricucire i rapporti che il presidente Sarkozy ha “strappato”, sono segno di una volontà comune di pace. Purtroppo i due morti di lunedì scorso, non la fanno pensare in questo modo e intanto la torcia olimpica sta giungendo a Pechino, protetta da ali di centinaia di poliziotti.

Il Dalai Lama come Pinocchio? Per Pechino sì!

Il presidente cinese Hu Jintao ha invitato il Dalai Lama e i suoi sostenitori a mostrare “sincerità” e li ha di nuovo accusati di essere i responsabili della rivolta in Tibet e del tentativo di danneggiare le Olimpiadi di Pechino 2008.

Hu, che parlava dopo un incontro a Tokyo col premier giapponese Yasuo Fukuda, ha detto che i recenti colloqui delle autorità cinesi coi rappresentanti del leader buddista del Tibet in esilio sono stati “coscienziosi e seri” e che le due parti hanno convenuto di continuare a restare in contatto.

Ma il presidente cinese ha anche attribuito ai sostenitori del Dalai Lama la recente rivolta in Tibet, affermando che essi operano per danneggiare la vetrina dei Giochi olimpici di Pechino ad agosto.

“Speriamo che la parte del Dalai userà le proprie azioni per mostrare sincerità”, ha detto Hu nel corso di una conferenza stampa, invitando i sostenitori del leader buddista a smettere di creare problemi e di cercare di separare il Tibet dalla Cina.

Il Dalai Lama, per parte sua, ha spiegato di volere l’autonomia, e non la piena indipendenza del Tibet, di essere favorevole alle Olimpiadi di Pechino e di respingere l’uso della violenza. Ma per la Cina il suo atteggiamento non è sincero.

Il premier giapponese Fukuda ha detto, nel corso della stessa conferenza stampa, di aver apprezzato la decisione della Cina di tenere colloqui coi rappresentanti tibetani in esilio, e ha chiesto che il dialogo continui.

Uno sguardo che parte da lontano

Il nostro tempo è Qui. E comincia Adesso

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Urbano Cristini, che ringraziamo per il contributo)

L’antipolitica contemporanea porta spesso politici, giornalisti, capi di stato, opinionisti in generale, che tendono a sottovalutare le capacità intellettive e intellettuali di chi ascolta o legge, ad affermare che un evento “non deve essere politico né politicizzato”. Un esempio eclatante ne è la discussione sorta intorno alle prossime Olimpiadi, denunciate di essere state strumentalizzate politicamente, a differenza delle precedenti.

Chi sostiene ciò dimostra una ben scarsa cultura.

Facciamo un salto indietro, anteriore alle Prime Olimpiadi dell’età moderna. Risaliamo con la memoria agli antichi Giochi Olimpici disputati nella Grecia, quasi 3000 anni or sono.

Oltre ad essere una manifestazione sportiva di rilievo, le Olimpiadi avevano un’importanza fondamentale nell’Ellade.

Innanzi tutto erano anche una manifestazione religiosa tributata a Zeus Olimpico, la cui enorme statua, una delle Meraviglie del Mondo, troneggiava ad Olimpia.

In occasione dei Giochi Olimpici, inoltre, le eterne rivalità belliche tra poleis erano sospese. È un particolare da non sottovalutare: non esisteva una nazione greca, né una confederazione tra tutte le città. Ognuna era chiusa su di sé (solo in epoca più tarda ebbero rapporti con le proprie colonie e con le altre città), orgogliosa e fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, gelosa della propria terra. Solo un evento eccezionale come le olimpiadi rompeva questo muro.

Ma i Giochi erano anche un momento culturale, sia per il valore che gli Elleni riconoscevano agli sport, considerati sacri, sia perché alle Olimpiadi erano invitati i più grandi oratori, rethores, della penisola.

A parte alcuni esempi di pura e ridondane retorica, chi parlava all’intera assemblea achea voleva improntare l’evento a principi e valori ben precisi. Generalmente, in modo che oggi si definirebbe nazionalista, si esortavano gli Elleni ad unirsi contro il Re dei Re (il Re dell’impero Persiano), a costituire un “Panellenismo” tra tutti i discendenti di Acheo, basato sui valori di “democrazia” (da notare l’ipocrisia), della cultura, dell’unione contro il nemico barbaros, dell’esportazione della splendente cultura greca oltremare, in un’ottica che vedeva l’Ellade come faro di pace e benessere. Esemplare può essere l’orazione fatta da Isocrate nel 380 a. C., ma sembra di sentire discorsi molto più recenti.

Il culmine fu raggiunto però nel 388 a.C. da Lisia, che, in nome dei valori della “democrazia” greca, si scagliò contro il tiranno Dionigi da Siracusa. L’orazione portò all’attacco e all’incendio delle tende dei Siracusani, che partecipavano anch’essi alla competizione. E la storia si ripeté molti secoli dopo.

Tornando a tempi più recenti, è opportuno ricordare che le VI, le XII e le XIII Olimpiadi furono annullate per i conflitti mondiali, simbolo di quanto siamo riusciti ad ereditare dalle culture di cui spesso ci fregiamo.

Nel 1936, Adolf Hitler organizzò le Olimpiadi di Berlino cercando di mostrare i grandi traguardi culturali, tecnologici e architettonici del III Reich. Da questo punto di vista le XI Olimpiadi furono un successo. All’Olimpiastadium ancora oggi un’enorme volto di Hitler accoglie i visitatori. Ma per lo in ambito sportivo le Olimpiadi furono una disfatta: Hitler aveva espressamente ordinato di preparare al meglio una squadra di atleti tedeschi e “ariani” per mettere il risalto la superiorità di quella razza. Era una squadra indubbiamente di aspetto splendido, muscoloso, alto e biondo, ma completamente priva di esperienza.

Fu perlomeno imbarazzante che Jesse Owens, nero, e quindi per Hitler appartenente ad una razza inferiore, vincesse ben quattro medaglie d’oro, schiacciando l’equipe del Reich. Davanti agli occhi del mondo il Führer mostrò il proprio razzismo abbandonando lo stadio al momento della premiazione.

Ai Giochi Olimpici di Città del Messico, nel 1968, durante la premiazione della finale dei 200 metri, Thomas “Tommie” Smith e John Carlos, medaglie d’oro e di bronzo, salutarono l’inno americano con il pugno teso guantato di nero, simbolo del Black Power. Si scagliarono così contro le discriminazioni razziali verso i neri negli USA, che ancora non avevano gli stessi diritti civili della popolazione bianca.

Un tragico incidente pesò invece alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un gruppo di Palestinesi del gruppo Settembre Nero presero in ostaggio la squadra israeliana. L’evento si concluse nel sangue degli attentatori e degli atleti durante una sparatoria con la polizia. Le Olimpiadi furono sospese per un giorno, e il fatto che continuassero fu aspramente criticato.

Nel 1976, a Montréal, i paesi africani chiesero l’esclusione dai Giochi della Nuova Zelanda, la cui squadra di rugby aveva partecipato ad un incontro in Sudafrica, dove vigeva l’apartheid. Il CIO rifiutò e 31 nazioni boicottarono i giochi.

USA e URSS boicottarono i giochi degli avversari, rispettivamente a Mosca, nel 1980, e a Los Angeles, nel 1984, in piena Guerra Fredda. La Repubblica Popolare Cinese prese parte invece a questi ultimi.

La Corea del Nord e Cuba si rifiutarono di partecipare ai Giochi nel 1988 a Seoul.

Il centenario delle Olimpiadi, ad Atlanta nel 1996, fu di nuovo teatro di tragedia.

Oltre alle critiche per la scelta dello sponsor, la Coca-Cola, che sanciva definitivamente l’assoggettamento dello spirito sportivo agli interessi delle multinazionali, ci fu un altro attentato terroristico la cui matrice è tuttora ignota.

Le Olimpiadi del 2000, si svolsero senza incidenti, probabilmente perché l’Occidente sente molto lontano da sé stesso le discriminazioni e le ingiustizie che da oltre 200 anni perseguitano i Maori.

Affermare quindi che le Olimpiadi di Pechino, le XXIX, non debbano essere uno spettacolo politico, appare una farsa dopo millenni che dimostrano il contrario.

Semmai non devono essere un prodotto partitico, in cui gli atleti si fanno promotori degli schieramenti parlamentari, dei governi, dei regimi, delle questioni puramente ideologiche.

Gli sport, e soprattutto le Olimpiadi, non sono un semplice calcolo chimico-matematico di muscoli, forze, tempi degli atleti. Vederle così vuol dire sminuirne enormemente il valore.

Lo Sport è altro. I Giochi Olimpici e il loro Spirito sono altro.

Lo Sport non è bello solo perché è divertente, perché fa muovere, perché è agonistico.

Ma perché è il frutto dell’impegno e della costanza nella preparazione della disciplina, della dedizione profonda a quello Spirito. Sono espressione dei principi della correttezza e della lealtà, dell’amore della competizione alla pari, del rifiuto di fare qualcosa solo per motivi economici.

Quando si è lì sul campo, sull’arena, nello stadio, si crea lo spirito di fratellanza, uguaglianza e unione che poche altre esperienze sono in grado di generare.

Questo Spirito si trasmette anche nel giuramento prestato da un membro della squadra ospitante:

“A nome di tutti i concorrenti, giuro che prenderemo parte a questi Giochi olimpici rispettando le norme che li regolano, nel pieno spirito di sportivi, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre”.

Non riconoscere nello sport questi principi politici è da miopi. O da chi volontariamente non vuole vedere.

Questo è l’impegno politico, nello sport e nella vita, che poteri forti vorrebbero annientare definitivamente, ponendoci tutti nell’adorazione dell’altare del denaro.

Questo è lo Sport e l’essere Sportivi.

I Giochi sono importanti per la pubblicità dell’evento, per i guadagni fatti, e per i finanziamenti che i paesi ottengono. Ma sono ancora più fondamentali perché la città olimpica e gli atleti sono al centro del palcoscenico del mondo. È quindi anche una grande occasione di risalto.

Possiamo sperare molto per Pechino 2008. Non interventi armati, né pro Tibet, né di repressione violenta, come spesso assistiamo in questi giorni, né attacchi terroristici sullo stampo di Monaco 1972. Possiamo sperare che gli atleti, esponendosi alle critiche anche dei loro governi, che li vorrebbero solo come strumenti di gloria dei propri paesi, diano una forte testimonianza di libertà e di giustizia, come coraggiosamente fecero Smith e Carlos quaranta anni fa. Possiamo sperare che di nuovo i loro volti e i loro sguardi si levino a guardare in faccia il potere, e ad accusarlo e a denunciarlo.

Concludo con una poesia, una delle mie preferite, di Piero Calamandrei.

In lei c’è scritto “Camerata Kesselring”, ma basta cambiare queste parole con “Presidente Bush”, “Segretario Stalin”, “Mao”, “Generale Silla”, “Eccellenza Mussolini”, “Comandante Castro”, “Robespierre”, “Colonnello Chivington” “Reynald de Chatillon”, “Capitano Cortés”, affinché resti sempre attualissima.

Attuale contro ogni potere che si arroga il compito di pensare per l’altro, che fornisce la scelta già fatta, che svuota la donna e l’uomo di ciò che li distingue dalle bestie, il Libero Arbitrio e la Ragione, e che offrono solo quella felicità frivola, insignificante e “bovina”, risultato dell’unica libertà che sono in grado di offrire: libertà DAL pensiero, libertà DALLA Scelta.

Una libertà che al giorno d’oggi è sempre più ben accolta.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
Ora e Sempre
RESISTENZA

Pinocchio espulso dalla Cina…!!!

Povero Collodi, chi glielo avrebbe detto di finire sotto la scure della censura cinese. Succede anche questo, nel clima di psicosi che si è generato a Pechino dopo le contestazioni internazionali contro la fiaccola olimpica. Le autorità cinesi vedono rischi dappertutto, anche le più amichevoli manifestazioni culturali possono nascondere un agguato, l’occasione per una protesta.

‘ultima vittima del giro di vite è Le avventure di Pinocchio, ovvero bugie musicali, spettacolo per l’infanzia messo in scena dall’Associazione Dall’Orto di Firenze. Dovevano rappresentarlo alla Beijing Concert Hall ai primi di giugno (in occasione della locale Festa del Bambino), poi portarlo in tournée in altre cinque città della Repubblica Popolare. Tutto concordato con mesi di anticipo. L’Istituto Italiano di Cultura e la Regione Toscana avevano ricevuto un regolare invito dalle autorità locali. Poi il clima è cambiato.

Improvvisamente la censura di Stato ha voluto controllare il testo tradotto in mandarino: forse a caccia di allusioni ai diritti umani? L’innocuo testo di Collodi è passato sotto l’esame dei censori, ma neppure questo è bastato a rassicurare il governo. Pinocchio è stato cancellato, la recita a giugno non si farà.

All’Istituto Italiano di Cultura sono rimasti allibiti di fronte alla motivazione: “ragioni di sicurezza”. Resteranno a casa anche gli Sbandieratori di Cori. Loro dovevano esibirsi in una grande fiera enogastronomica promossa a Pechino dall’Unione europea: la Food, Wine, Tourism and Culture Extravaganza prevista il 10 e 11 maggio. Cancellata. Con la stessa giustificazione: “esigenze di sicurezza”. Forse per timore che i nostri sbandieratori tirassero fuori all’improvviso l’emblema del Tibet? Rischiano di saltare anche una esposizione di foto su tutte le Olimpiadi precedenti (compresa Roma 1960) e il festival della Fotografia, altri due eventi ufficiali concordati da tempo e per i quali erano stati commissionati interventi dall’Italia. Ma non è il nostro paese a essere preso di mira in modo particolare.

Vengono revocate una dietro l’altra importanti manifestazioni culturali francesi, inglesi, americane. E perfino cinesi: un popolare concerto di pop music all’aperto è stato vietato senza preavviso, sempre per la medesima ragione. Con disagi e costi non indifferenti per gli organizzatori: biglietti aerei già comprati e talvolta non rimborsabili, prenotazioni di hotel disdette all’ultimo.

In questi anni Pechino è diventata una grande metropoli cosmopolita, dalla vita culturale sempre più intensa. Sono state costruite e inaugurate strutture ambiziose come il nuovo teatro dell’Opera disegnato dall’architetto francese Paul Andreu, per ospitare un cartellone internazionale. I Giochi dovevano segnare l’apoteosi di questa città, consacrare definitivamente l’apertura di Pechino al resto del mondo. Invece sta succedendo il contrario. Inviperito dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, il regime si comporta come se fosse in stato di assedio.

Vuole ridurre le occasioni di contatto con l’estero in questo periodo “critico”. Spettacoli, fiere, convegni internazionali sono sospetti: potrebbero servire da paravento per infiltrare nel cuore di Pechino agenti provocatori del Dalai Lama. E’ la stessa ragione per cui i consolati cinesi hanno ricevuto da settimane l’ordine di centellinare i visti, anche per viaggi d’affari, moltiplicando le complicazioni burocratiche. All’inizio il governo cinese ha smentito la stretta sui visti. Di fronte al coro di proteste che si è levato dall’Unione europea all’America, da Hong Kong all’Australia, solo ieri i cinesi hanno ammesso che sì, le regole sui visti sono cambiate. “Normale prassi in tutti i paesi che ospitano le Olimpiadi”, è la spiegazione ufficiale.

Lo strano percorso: la”lunga marcia”della torcia olimpica (parte XVII - Macao)

La staffetta della fiaccola olimpica è passata da Macao, la capitale cinese del gioco d’azzardo, portata tra gli altri dall’imprenditore Stanley Ho, fondatore del primo casinò della città che oggi ha 88 anni. L’ ‘altra meta” della fiaccola olimpica, quella che dovrebbe essere portata sulla cima dell’Everest da un gruppo di alpinisti, è invece bloccata a causa di un’improvvisa nevicata.

A Macao decine di studenti universitari hanno innalzato cartelli contro la Cnn, accusata come altri mezzi d’ informazione occidentali di non aver riportato con obiettività le notizie sulla rivolta in corso in Tibet da quasi due mesi. La sicurezza è stata severa e si prevede che lo sarà anche a Sanya, la prima località della Repubblica Popolare Cinese ad essere toccata dalla staffetta della fiaccola dopo le proteste che l’hanno caratterizzata nel suo viaggio per il mondo. Manifestazioni pro-Tibet e anticinesi hanno accompagnato quasi tutte le tappe della fiaccola, dalla sua partenza da Olimpia in Grecia alle clamorose contestazioni di Londra e Parigi fino alle proteste di ieri ad Hong Kong.

Il momento più delicato si avrà con il passaggio della fiaccola dal tormentato territorio del Tibet dove anche questa settimana si sono svolte dimostrazioni contro la Cina ed a favore del Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio da oltre cinquant’anni. Sull’Everest, la montagna più alta del mondo, da ieri sta nevicando e il gruppo di alpinisti che dovrebbe portarla sulla cima è bloccato nel campo base delle spedizioni, a 6.500 metri.

I meteorologi segnalano che le nevicate sull’Everest possono protrarsi per alcuni giorni. Per ora, la scalata alla vetta di 8.848 metri è solo rimandata. I pochi giornalisti invitati a seguire l’ evento sono anche loro bloccati al campo base e si lamentato della scarsità di notizie. “Tutto quello che sappiamo - ha detto uno di loro - è che la fiaccola si trova da qualche parte in Tibet. Nessuno ci ha detto se e quando sarà portata sulla cima e come potremo seguire l’avvenimento”.

La tattica di Pechino verso l’occidente

Hanno varcato la frontiera cinese arrivando all’aeroporto intercontinentale di Hong Kong: uno in provenienza dalla Svizzera, l’altro dagli Stati Uniti. Poi sono sbarcati sulla terraferma a Shenzhen, la città-boom cresciuta dal niente a dodici milioni di abitanti in meno di vent’anni, un simbolo della potenza economica cinese. E oggi a Shenzhen i due esuli tibetani, rappresentanti ufficiali del Dalai Lama, avranno un incontro con le autorità cinesi. Si apre così quello che è stato battezzato il “dialogo” tra il regime di Pechino e il Dalai Lama, un termine che rischia di rivelarsi ottimista e prematuro.

L’incontro , che catalizza l’attenzione internazionale, è il primo contatto tra le autorità cinesi e il governo tibetano in esilio dopo l’insurrezione divampata a Lhasa il 14 e 15 marzo. Ma non è quella novità clamorosa che il governo cinese ha “venduto” alle diplomazie occidentali come un segno della sua buona volontà. In realtà i contatti tra Pechino e gli emissari del Dalai Lama hanno una storia lunga e ingloriosa.

Solo nell’epoca più recente si sono consumati ben sei cicli di consultazioni bilaterali, dal 2002 alla fine del 2007, senza alcun risultato. Quei precedenti rendono scettici i tibetani. “Non abbiamo grandi aspettative - ha dichiarato ieri il premier del governo in esilio Samdhong Rinpoche - ma siamo contenti che ci si parli”. Più secco il comunicato della Gioventù tibetana, un’organizzazione radicale che continua a rivendicare l’indipendenza dalla Cina (obiettivo più volte sconfessato dal Dalai Lama). “Le nostre esperienze passate non ci ispirano fiducia - è stato il commento dell’associazione giovanile - perché i cinesi non sono mai stati sinceri”.

Il sospetto che i due portavoce del Dalai Lama possano essere strumentalizzati è avvalorato dall’atmosfera che si respira a Pechino. Mentre l’incontro è stato pubblicizzato all’estero, a uso e consumo dei governi occidentali, in Cina nessun mezzo d’informazione ne ha dato notizia. Al contrario i mass media governativi continuano a lanciare contro il Dalai Lama bordate di accuse a cadenza quotidiana. Ieri il Quotidiano del Tibet ha pubblicato un editoriale di fuoco: “Il popolo patriottico del Tibet condanna duramente e denuncia con vigore la catena di crimini commessi dal Dalai Lama e dai suoi seguaci”. Nella migliore delle ipotesi, la tattica cinese punta a intimidire gli interlocutori per avviare il negoziato da posizioni di forza, e concedere il minimo possibile. Ma è azzardato pensare che il regime cinese sia intenzionato a negoziare e a fare concessioni.

L’incontro è la conseguenza del “gesto” che il presidente Hu Jintao ha fatto giorni fa per allentare la tensione internazionale sul Tibet, e riparare i danni all’immagine esterna della Cina. La tempistica non è stata lasciata al caso. Sono passate sette settimane dai violenti disordini di Lhasa, a cui è seguita una dura repressione militare che ha isolato il Tibet dal resto del mondo, con massicce retate nella popolazione e nei monasteri buddisti, condanne esemplari al carcere, deportazioni e campagne di “rieducazione” dei monaci. Mancano tre mesi ai Giochi di Pechino, minacciati dalle proteste che hanno accompagnato il percorso mondiale della fiaccola.

La fiaccola è tornata finalmente sulla terraferma cinese, dove ogni manifestazione può essere prevenuta con tutta la forza dell’apparato repressivo cinese. La tappa di Macao è stata tranquilla: a differenza che a Hong Kong, nella ex colonia portoghese non si sono registrate proteste. La Las Vegas d’Oriente aveva preso precauzioni accorciando e spostando l’orario della staffetta. Alla fine si ricorderà solo che tra i tedofori c’era il settantenne Stanley Ho, uno dei miliardari più facoltosi dell’Asia, magnate del gioco d’azzardo i cui casinò nel 2006 hanno superato il fatturato di quelli del Nevada.

Ora che la fiaccola sembra al sicuro e il governo “gioca in casa”, può alternare i toni intransigenti e le aperture. È una tattica che sembra efficace verso l’Occidente. Hu Jintao ha annunciato l’apertura del dialogo con il Dalai Lama solo dopo avere incassato le scuse di Nicolas Sarkozy per le manifestazioni di Parigi contro i Giochi. Dopo Londra, Parigi e San Francisco il governo cinese ha soffiato sul fuoco del nazionalismo, tra la gioventù in patria e nelle vaste comunità della diaspora. Si è arrivati alle manifestazioni xenofobe, alle minacce di boicottaggio del made in France, alle intimidazioni contro la stampa estera. Dopo il mea culpa di Sarkozy, il regime cinese ha cambiato i toni.

Da Internet sono scomparsi d’incanto alcuni blog che invocavano manifestazioni e rappresaglie. La polizia è andata a sorvegliare i supermercati Carrefour per contenere il patriottismo anti francese dei giovani.
L’incontro coi tibetani a Shenzhen sembra il tassello di un’operazione d’immagine. Il Dalai Lama non può rifiutare l’offerta di dialogo. La diplomazia cinese può prolungare gli incontri moltiplicando le richieste di “garanzie” alla controparte: infinite volte sarà richiesto al Dalai Lama di rinunciare all’indipendenza, di sconfessare i ribelli, di condannare le violenze anti cinesi del 14 e 15 marzo.

Giocando sul tempo la speranza di Pechino è di placare l’atmosfera in Tibet, e dissuadere i leader occidentali tentati dal boicottaggio della cerimonia inaugurale dei Giochi. Nel lungo termine si tratta di arrivare fino al giorno della morte del Dalai Lama, per controllare la successione e pilotarla verso un leader più malleabile.

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