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AMNESTY CHIEDE IL RILASCIO DEGLI ATTIVISTI DI TIENANMEN

Amnesty International ha chiesto oggi alle autorita’ cinesi di rilasciare
decine di persone ancora in carcere dai tempi delle proteste di Tiananmen,
risalenti ormai a 19 anni fa.

‘La repressione di Tiananmen del giugno 1989 fece centinaia di vittime. Da
allora, decine di persone che avevano preso parte alle manifestazioni
languono in carcere, condannati a seguito di processi gravemente iniqui.
Negli anni successivi, molti altri attivisti sono stati imprigionati per
aver ricordato o criticato l’operato del governo nel 1989. Le autorita’ di
Pechino non hanno alcuna scusa per continuare a tenerle in prigione’ – ha
dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty
International.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, le autorita’ cinesi hanno
dimostrato di poter rispondere in modo molto efficiente a una catastrofe
naturale, come il terremoto che il 12 maggio ha sconvolto la provincia del
Sichuan, ai sopravvissuti del quale Amnesty International porge le proprie
condoglianze ed esprime solidarieta’. ‘Chiediamo che il governo si
comporti allo stesso modo quando si tratta di diritti umani, precisamente
del diritto di esprimere pacificamente le proprie opinioni’ – ha aggiunto
Zarifi.

‘In vista delle Olimpiadi, la Cina ha promesso di migliorare la situazione
dei diritti umani. Rilasciare gli attivisti di Tiananmen, rendere
giustizia alle famiglie delle vittime e consentire pubbliche cerimonie
funebri e commemorazioni costituirebbero decisi passi avanti affinche’ i
Giochi lascino un’eredita’ positiva. Invece di perseguitarli, come fa da
anni, il governo cinese dovrebbe aiutare e proteggere i familiari di chi
perse la vita nella repressione di Tiananmen. E’ tempo che la Cina faccia
i conti con questa tragedia, iniziando a riconoscere le proprie
responsabilita’ e a rimarginare questa ferita’ – ha concluso Zarifi.

Ulteriori informazioni

Secondo la Fondazione Dui Hua, che ha sede negli Usa, sarebbero tra 60 e
100 le persone ancora in carcere per aver commesso reati nel corso delle
proteste del giugno 1989. Il numero esatto non e’ noto, poiche’ il governo
di Pechino non lo ha mai reso pubblico.

Nel 2006 le autorita’ hanno rilasciato diversi prigionieri, che tuttavia
rimangono sottoposti a stretta sorveglianza di polizia e al divieto di
prendere parte a qualsiasi attivita’ giudicata ‘sensibile’, come parlare
ai giornalisti.

Le Madri di Tiananmen, un gruppo di attiviste per i diritti umani i cui
figli o altri parenti stretti vennero uccisi nel corso della repressione,
continuano a chiedere alle autorita’ di consentire lo svolgimento di
pubbliche cerimonie, porre fine alla persecuzione delle vittime e delle
famiglie, rilasciare tutte le persone in carcere per aver preso parte alle
proteste pacifiche e avviare un’inchiesta completa e trasparente sugli
eventi del giugno 1989. Nel corso di questi anni, numerose esponenti delle
Madri hanno subito persecuzioni, discriminazioni e arresti arbitrari.

Alcuni casi

- Miao Deshun, arrestato nel giugno 1989 e condannato in primo grado a
morte per incendio. Nel 1991 la pena e’ stata tramutata in ergastolo e nel
1998 a 20 anni. E’ detenuto nella prigione di Yanqing, alla periferia di
Pechino; dovrebbe essere rilasciato il 15 settembre 2018;

- Liu Zhihua, condannato in primo grado all’ergastolo per aver svolto
discorsi ‘anti-governativi’ e aver incitato la folla a compiere ‘atti di
violenza, devastazioni e saccheggi’. Era stato tra i promotori di uno
sciopero in uno stabilimento per la produzione di materiali elettronici,
nella provincia dell’Hubei. La sua condanna e’ stata ridotta a 15 anni nel
settembre 1993 e aumentata a 20 anni nel 1997, dopo il suo coinvolgimento
in una rissa. Con la riduzione di pena di due anni per buona condotta,
ottenuta nel 2001, dovrebbe essere rilasciato il 16 gennaio 2011;

- Wang Jun, operaio di 18 anni della provincia dello Shaanxi. E’ stato
condannato a morte con sospensione della pena per aver lanciato sassi,
distrutto lampioni pubblici e dato fuoco a diversi veicoli nel corso di
‘gravi disturbi politici’ in un’industria della citta’ di Xi’an il 22
aprile 1989. E’ attualmente detenuto nella prigione di Fuping, nella
provincia dello Shaanxi. A seguito di quattro successive riduzioni di
pena, dovrebbe essere rilasciato l’11 dicembre 2009.

Amnesty International chiede al governo cinese di concedere l’amnistia a
tutte le altre persone imprigionate in relazione alle proteste del 1989,
considerando la lunghezza del periodo di carcere gia’ trascorso, la natura
sommaria e iniqua dei processi che determinarono le condanne e il rifiuto
di garantire loro un nuovo processo in linea con gli standard del diritto
internazionale.

A essere stati perseguitati, arrestati e imprigionati sono anche i
giornalisti che si sono occupati della repressione del 1989 e gli
attivisti che hanno sostenuto le richieste di commemorare gli eventi di
Tiananmen. Per Amnesty International si tratta di prigionieri di
coscienza, che devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni:

- Yang Tongyan (conosciuto con lo pseudonimo Yang Tianshui), scrittore
freelance, sta scontando una condanna a 12 anni di carcere nella prigione
municipale di Nanchino, nella provincia dello Jiangsu, per ‘sovversione’,
in relazione a diversi capi d’accusa tra cui aver scritto in favore di
riforme politiche e democratiche. Aveva gia’ scontato 10 anni di carcere
per aver criticato la repressione del 1989 e aver cercato, secondo
l’accusa, di costituire un partito politico di opposizione. Nel 2007
sarebbe stato costretto a lavorare, dalle otto alle 10 ore al giorno, in
un ambiente inquinato da sostanze tossiche, per produrre palloni da calcio
e da pallacanestro. Alla fine dell’anno, sarebbe stato assegnato a fare un
lavoro piu’ leggero, il bibliotecario della prigione;

- Shi Tao continua a scontare una condanna a 10 anni di carcere per aver
diffuso via mail la sintesi di una direttiva del dipartimento centrale
della Propaganda, in cui si davano indicazioni ai giornalisti su come
trattare il quindicesimo anniversario delle proteste del 1989. Dalla fine
del giugno 2007 si trova nella prigione Deshan di Changde, nella provincia
dello Hunan. Le sue condizioni detentive paiono migliorate e sua madre
puo’ ora visitarlo regolarmente. La Corte suprema del popolo ha accolto la
richiesta di rivedere il suo caso ma non si e’ ancora pronunciata nel
merito;

- Kong Youping, ex sindacalista, sta scontando una condanna a 15 anni di
carcere, emessa nel settembre 2004, per aver postato su internet articoli
e poesie che chiedevano la riabilitazione ufficiale del movimento per la
democrazia del 1989. Si trova nella prigione di Lingyuan, nella provincia
del Liaoning.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 3 giugno 2008

I volontari del Sichuan

Wang Xia che incontro a Hanwang è una donna di trent’anni, ma coi capelli corti, in jeans e t-shirt potrebbe essere una ventenne che incontri in discoteca a Pechino. Non è di qui, è arrivata con quattro amici da Xian, un gruppetto di volontari accorsi nell’epicentro del sisma per aiutare. “Quando abbiamo visto le immagini atroci alla tv lunedì sera non potevamo restarcene a casa. Siamo partiti subito. Dieci ore di autostrada sotto la pioggia e siamo arrivati qui, nel cuore dell’inferno”. Si aggirano in mezzo all’ospedale da campo di Hanwang, una cittadina del triangolo della morte: 50.000 abitanti, 6.700 morti già estratti dalle rovine. Un panorama di guerra, file di edifici che sembrano centrati da missili, squartati e accartocciati su se stessi. Siamo ai piedi delle montagne, che incombono sinistre: il verde intenso delle foreste del Sichuan è tranciato da slavine di terra rossa che sembrano ferite aperte. Lassù l’emergenza è drammatica: la scossa di assestamento (5,9 gradi della scala Richter) ha reso di nuovo impraticabili le stradine che l’esercito aveva riaperto con fatica. I villaggi lassù precipitano di nuovo nell’isolamento. Da quelle alture arrivano ancora dei superstiti. Un vecchio contadino si trascina con una gamba sanguinolenta, viene circondato da infermieri in camice bianco, lo allungano su una barella sotto la tenda blu della Croce Rossa cinese. Wang e gli altri volontari si avvicinano, un poliziotto li dirotta verso un camion carico di bottiglie d’acqua perché vadano a distribuirle. “Non importa cosa ci danno da fare, purché possiamo essere utili” dice Wang sorridendo. I cinque amici hanno lasciato a Xian degli impieghi da “precari”: due lavorano in un ristorante, uno in una piccola ditta edile, altri due sono fattorini per un corriere espresso. Sono un campione del nuovo fenomeno esploso in mezzo alla tragedia del Sichuan: una folla di volontari accorsi da tutta la Cina. C’è chi ha caricato su un’utilitaria le scorte alimentari che aveva in cucina ed è partito da Chongqing, da Shanghai, a molte centinaia di chilometri da qui. Ci sono intere società di taxi i cui autisti sono venuti tutti insieme per fare servizio d’ambulanza. Un corteo di Toyota con su la pubblicità di un concessionario d’auto. Un gruppo di camioncini della Iveco, da Nanchino. Furgoni che appartengono a ristoranti, fabbriche di scarpe, negozi di videogiochi. Per attraversare la Cina carichi di provviste, per passare ai posti di blocco dove la polizia dà la precedenza ai convogli militari, i volontari hanno incollato sui finestrini foglietti scritti a mano: “Combattiamo il terremoto, salviamo le vittime”. E’ un fenomeno senza precedenti. Com’è senza precedenti l’afflusso di donazioni agli uffici della Croce Rossa di Pechino: code per donare soldi, vestiti e medicinali, 192 milioni di euro raccolti in poche ore. Per decenni il partito comunista ha visto con sospetto il volontariato, un potenziale concorrente. Solo di recente sono state legalizzate le ong. Ma ai cittadini è stato insegnato che lo Stato è lungimirante e provvede ai grandi bisogni del paese. E dopo l’orgia di collettivismo di Mao, dopo tante “campagne di mobilitazione” dagli esiti sciagurati, era prevalso il riflusso individualista. Con il boom economico è esploso il consumismo, al senso civico sono subentrate le solidarietà di clan, la diffidenza verso gli slogan sull’interesse nazionale. La tragedia del Sichuan rivela un’altra Cina. Nel dolore scatta una unione sincera. Wang Xia e le migliaia di volontari hanno slanci che nessuno ha comandato, hanno trovato la strada da soli.

Pistorius parla delle Olimpiadi di Pechino

Oscar Pistorius non molla. E continua a sperare nelle Olimpiadi di Pechino. Quelle per normodotati. La Iaaf, la federazione internazionale di atletica, gli ha detto no: le protesi in carbonio gli darebbero troppi vantaggi sui concorrenti non disabili. Ma tra due settimane arriverà il verdetto di appello del Tribunale arbitrale di Losanna. “Ma in caso di ammissione, dovrò allenarmi molto: sono sopra di un secondo coi tempi dei 400 metri, per entrare alle Olimpiadi, e non mi rimane molto tempo, al massimo un mese e mezzo”. Anche perché Oscar Pistorius, 21 anni, sudafricano, tra i 100 personaggi più influenti del mondo secondo Time, non si sta allenando molto in queste ore. E’ in Italia per un convegno.

“Il Tribunale di Losanna - racconta Pistorius - sta facendo un buon lavoro, molto approfondito. Non ci resta che aspettare. Ci aspettiamo un risultato favorevole. Ma al di là del mio caso, il nostro lavoro legale è importante per i diritti di tutti gli atleti disabili”.

L’uso delle protesi in carbonio, secondo la Iaaf, dà un vantaggio a Pistorius, eppure, chiede una lettrice da Londra, nessuno tra gli altri atleti disabili si è mai lamentato per il loro uso. “Queste protesi - risponde Pistorius - sono usate dal 1997, dunque da molto tempo. Io le uso dal 2004. Dunque, sono strumenti che lo sport per disabili ha già accettato. E non si sono evolute tecnologicamente. I miglioramenti nei tempi che sono riuscito ad ottenere sono il risultato di impegno, sacrifici, allenamenti, metodo e diete”.

La famiglia di Pistorius lo ha sempre incoraggiato, ed educato ad essere e sentirsi normale. “I miei genitori mi hanno trattato sempre come mio fratello e mia sorella. Non mi hanno mai impedito di fare niente. Mi hanno insegnato a non sentire la mià disabilità come una mancanza, e a sfruttare al meglio le altre mie capacità”.

Cosa l’ha aiutato nei momenti difficili? Chiede un altro spettatore disabile. “La carta vincente è l’atteggiamento mentale. Deve essere positivo. Ci vuole la volontà di risolvere i problemi. Io vedo i vincenti attorno a me, e mi chiedo: perché non posso farlo anch’io? Durante la mia adolescenza ho sofferto perché non usavo bene le mie protesi. Ho dovuto provarne tanti tipi diversi. A 13 anni è difficile affrontare problemi come questi. Ma con la buona volontà si può superare anche questo”.

Negli altri sport, viene considerato giusto l’aiuto della tecnologia, pensiamo agli ultimi modelli di scarpe per l’atletica o alle nuove super tute dei nuotatori, ammesse ai Giochi. Perché le protesi di Pistorius invece non possono essere accettate? “Me lo chiedo anch’io. La tecnologia è una parte dello sport. Ma a decidere cosa va o no, sono le istituzioni dello sport, che decidono per tutti. Io lo confermo: non ho vantaggi dalle mie protesi. Ma la decisione finale non spetta a me”.

Cosa prova a gareggiare con gli atleti normali? “Per me è un’abitudine. Quasi sempre gareggio con loro. In Sudafrica il 90 per cento delle gare le faccio con loro. Per me non è un problema. Loro si rendono conto che i tempi che io ottengo sono frutto dei loro stessi sacrifici. Molti di loro non mi percepiscono come un disabile, ma come uno di loro. Altri invece la pensano diversamente. Un problema comune ad esempio è la dieta. Io in particolare ho un debole per la cucina. Mi piace cucinare, sperimentare piatti nuovi. Conosco più di 50 ricette per il pollo. In quello sono imbattibile”.

A parte la cucina, cosa fai nel tempo libero? “Mi piace guidare le moto, ma il mio allenatore non è molto felice. Poi disegno. Prima giocavo a pallanuoto, ma ho dovuto smettere perché sviluppa una muscolatura sbagliata per un velocista”.

Il tuo caso sta abbattendo le barriere tra abili e disabili? “Certo, Olimpiadi e Paralimpiadi si stanno unendo sempre di più. La separazione in certi casi è giusta, per riconoscere le varie disabilità. Ma bisogna lavorare anche per l’inclusione nello sport, non per l’esclusione. Lo sport è qualcosa che unisce. Unisce le persone. Le culture, le religioni, i generi, le razze”.

E’ vero che la pioggia dà particolarmente fastidio alle protesi di Pistorius? “La pioggia non piace a nessun atleta. Nel mio caso è molto difficile. Devo fare attenzione a calcolare bene il momento in cui la punta della mia gamba artificiale tocca terra. Non avendo la parte inferiore della gamba, la mia percezione è alterata”.

Faresti parte di un boicottaggio contro il governo cinese in difesa del Tibet? “La mia opinione è chiara. Per i politici è facile chiedere agli atleti: non andate ai Giochi. Ma per un atleta le Olimpiadi sono il frutto di 4 anni di vita e di lavoro. Dunque la decisione spetta ad ogni singolo atleta e non può essere imposta dalla politica”.

Sei fidanzato? “Sì, è un’unione perfetta. Lei non sa cucinare, e dunque non rischio di ingrassare per colpa sua”. Pistorius ha girato un video insieme ai Negramaro. Come è andata? “Benissimo. Loro mettono una passione enorme nella loro musica, come io la metto nello sport. Ci siamo subito intesi. Vedere dal vivo il lavoro di una rock band è stupendo”.

Altri morti sulla strada per Pechino 2008

I paesi del mondo stanno tentando un riavvicinamento con la Cina, ma è ancora alta la tensione del paese contro la minoranza religiosa dei tibetani.

Lunedì mattina nella cittadina di Dari, nel Qinghai, la polizia si era recata a casa di un agitatore della causa pro-Tibet per arrestarlo. L’intenzione degli agenti, però, è sfumata quando l’uomo (del quale non sono state divulgate le generalità, ndr) ha opposto resistenza, sparando poi su un agente e uccidendolo. Nella frazione di qualche secondo anche il manifestante è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco dalla Polizia.
In questo episodio di violenza, che dal 14 marzo scorso (l’inizio della rivolta, ndr) attanaglia le minoranza religiosa tibetana, si esprime un’ulteriore, drammatica, crudeltà: l’agitatore non sapeva che l’agente ucciso era in realtà un uomo di origine Tibetana il cui nome era Lama Cedain, come comunicano gli organi di stampa cinesi. Il poliziotto è attualmente acclamato dalle folle come eroe per la causa dell’unità nazionale.
A ridosso di questa tragica dimostrazione del fragile equilibrio tra le due fazioni, è di ieri la notizia secondo la quale la capitale Beijing ha annunciato ufficialmente l’arresto di ben trenta persone manifestanti.
Le condanne dei –presunti ?- delinquenti varieranno da un minimo di tre anni fino all’ergastolo, che nelle carceri cinesi non è decisamente un soggiorno facile.
Immediata la protesta delle associazioni umanitarie le quali chiedono processi pubblici e giustamente valutati. Pechino glissa, in quanto afferma che oltre duecento persone pubbliche abbiano assistito ai processi. (Vorremmo tanto una testimonianza!)
In un articolo apparso sempre ieri sul maggiore giornale cinese, China Daily, si legge l’accusa al Dalai Lama di “seminare menzogne su quanto sta succedendo in Tibet, con pezzi infarciti di voci e di “si dice”. Continua dichiarando: “Il Dalai ha affermato da lungo tempo che chiede l’autonomia e non l’indipendenza. Tuttavia, in una recente intervista ha sollecitato Pechino a ritirare le sue truppe dal Tibet. Come può
Il tentativo del Vaticano di appianare i problemi diplomatici e quello della delegazione francese che tenta anch’essa di ricucire i rapporti che il presidente Sarkozy ha “strappato”, sono segno di una volontà comune di pace. Purtroppo i due morti di lunedì scorso, non la fanno pensare in questo modo e intanto la torcia olimpica sta giungendo a Pechino, protetta da ali di centinaia di poliziotti.

Il Dalai Lama come Pinocchio? Per Pechino sì!

Il presidente cinese Hu Jintao ha invitato il Dalai Lama e i suoi sostenitori a mostrare “sincerità” e li ha di nuovo accusati di essere i responsabili della rivolta in Tibet e del tentativo di danneggiare le Olimpiadi di Pechino 2008.

Hu, che parlava dopo un incontro a Tokyo col premier giapponese Yasuo Fukuda, ha detto che i recenti colloqui delle autorità cinesi coi rappresentanti del leader buddista del Tibet in esilio sono stati “coscienziosi e seri” e che le due parti hanno convenuto di continuare a restare in contatto.

Ma il presidente cinese ha anche attribuito ai sostenitori del Dalai Lama la recente rivolta in Tibet, affermando che essi operano per danneggiare la vetrina dei Giochi olimpici di Pechino ad agosto.

“Speriamo che la parte del Dalai userà le proprie azioni per mostrare sincerità”, ha detto Hu nel corso di una conferenza stampa, invitando i sostenitori del leader buddista a smettere di creare problemi e di cercare di separare il Tibet dalla Cina.

Il Dalai Lama, per parte sua, ha spiegato di volere l’autonomia, e non la piena indipendenza del Tibet, di essere favorevole alle Olimpiadi di Pechino e di respingere l’uso della violenza. Ma per la Cina il suo atteggiamento non è sincero.

Il premier giapponese Fukuda ha detto, nel corso della stessa conferenza stampa, di aver apprezzato la decisione della Cina di tenere colloqui coi rappresentanti tibetani in esilio, e ha chiesto che il dialogo continui.

Uno sguardo che parte da lontano

Il nostro tempo è Qui. E comincia Adesso

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Urbano Cristini, che ringraziamo per il contributo)

L’antipolitica contemporanea porta spesso politici, giornalisti, capi di stato, opinionisti in generale, che tendono a sottovalutare le capacità intellettive e intellettuali di chi ascolta o legge, ad affermare che un evento “non deve essere politico né politicizzato”. Un esempio eclatante ne è la discussione sorta intorno alle prossime Olimpiadi, denunciate di essere state strumentalizzate politicamente, a differenza delle precedenti.

Chi sostiene ciò dimostra una ben scarsa cultura.

Facciamo un salto indietro, anteriore alle Prime Olimpiadi dell’età moderna. Risaliamo con la memoria agli antichi Giochi Olimpici disputati nella Grecia, quasi 3000 anni or sono.

Oltre ad essere una manifestazione sportiva di rilievo, le Olimpiadi avevano un’importanza fondamentale nell’Ellade.

Innanzi tutto erano anche una manifestazione religiosa tributata a Zeus Olimpico, la cui enorme statua, una delle Meraviglie del Mondo, troneggiava ad Olimpia.

In occasione dei Giochi Olimpici, inoltre, le eterne rivalità belliche tra poleis erano sospese. È un particolare da non sottovalutare: non esisteva una nazione greca, né una confederazione tra tutte le città. Ognuna era chiusa su di sé (solo in epoca più tarda ebbero rapporti con le proprie colonie e con le altre città), orgogliosa e fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, gelosa della propria terra. Solo un evento eccezionale come le olimpiadi rompeva questo muro.

Ma i Giochi erano anche un momento culturale, sia per il valore che gli Elleni riconoscevano agli sport, considerati sacri, sia perché alle Olimpiadi erano invitati i più grandi oratori, rethores, della penisola.

A parte alcuni esempi di pura e ridondane retorica, chi parlava all’intera assemblea achea voleva improntare l’evento a principi e valori ben precisi. Generalmente, in modo che oggi si definirebbe nazionalista, si esortavano gli Elleni ad unirsi contro il Re dei Re (il Re dell’impero Persiano), a costituire un “Panellenismo” tra tutti i discendenti di Acheo, basato sui valori di “democrazia” (da notare l’ipocrisia), della cultura, dell’unione contro il nemico barbaros, dell’esportazione della splendente cultura greca oltremare, in un’ottica che vedeva l’Ellade come faro di pace e benessere. Esemplare può essere l’orazione fatta da Isocrate nel 380 a. C., ma sembra di sentire discorsi molto più recenti.

Il culmine fu raggiunto però nel 388 a.C. da Lisia, che, in nome dei valori della “democrazia” greca, si scagliò contro il tiranno Dionigi da Siracusa. L’orazione portò all’attacco e all’incendio delle tende dei Siracusani, che partecipavano anch’essi alla competizione. E la storia si ripeté molti secoli dopo.

Tornando a tempi più recenti, è opportuno ricordare che le VI, le XII e le XIII Olimpiadi furono annullate per i conflitti mondiali, simbolo di quanto siamo riusciti ad ereditare dalle culture di cui spesso ci fregiamo.

Nel 1936, Adolf Hitler organizzò le Olimpiadi di Berlino cercando di mostrare i grandi traguardi culturali, tecnologici e architettonici del III Reich. Da questo punto di vista le XI Olimpiadi furono un successo. All’Olimpiastadium ancora oggi un’enorme volto di Hitler accoglie i visitatori. Ma per lo in ambito sportivo le Olimpiadi furono una disfatta: Hitler aveva espressamente ordinato di preparare al meglio una squadra di atleti tedeschi e “ariani” per mettere il risalto la superiorità di quella razza. Era una squadra indubbiamente di aspetto splendido, muscoloso, alto e biondo, ma completamente priva di esperienza.

Fu perlomeno imbarazzante che Jesse Owens, nero, e quindi per Hitler appartenente ad una razza inferiore, vincesse ben quattro medaglie d’oro, schiacciando l’equipe del Reich. Davanti agli occhi del mondo il Führer mostrò il proprio razzismo abbandonando lo stadio al momento della premiazione.

Ai Giochi Olimpici di Città del Messico, nel 1968, durante la premiazione della finale dei 200 metri, Thomas “Tommie” Smith e John Carlos, medaglie d’oro e di bronzo, salutarono l’inno americano con il pugno teso guantato di nero, simbolo del Black Power. Si scagliarono così contro le discriminazioni razziali verso i neri negli USA, che ancora non avevano gli stessi diritti civili della popolazione bianca.

Un tragico incidente pesò invece alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un gruppo di Palestinesi del gruppo Settembre Nero presero in ostaggio la squadra israeliana. L’evento si concluse nel sangue degli attentatori e degli atleti durante una sparatoria con la polizia. Le Olimpiadi furono sospese per un giorno, e il fatto che continuassero fu aspramente criticato.

Nel 1976, a Montréal, i paesi africani chiesero l’esclusione dai Giochi della Nuova Zelanda, la cui squadra di rugby aveva partecipato ad un incontro in Sudafrica, dove vigeva l’apartheid. Il CIO rifiutò e 31 nazioni boicottarono i giochi.

USA e URSS boicottarono i giochi degli avversari, rispettivamente a Mosca, nel 1980, e a Los Angeles, nel 1984, in piena Guerra Fredda. La Repubblica Popolare Cinese prese parte invece a questi ultimi.

La Corea del Nord e Cuba si rifiutarono di partecipare ai Giochi nel 1988 a Seoul.

Il centenario delle Olimpiadi, ad Atlanta nel 1996, fu di nuovo teatro di tragedia.

Oltre alle critiche per la scelta dello sponsor, la Coca-Cola, che sanciva definitivamente l’assoggettamento dello spirito sportivo agli interessi delle multinazionali, ci fu un altro attentato terroristico la cui matrice è tuttora ignota.

Le Olimpiadi del 2000, si svolsero senza incidenti, probabilmente perché l’Occidente sente molto lontano da sé stesso le discriminazioni e le ingiustizie che da oltre 200 anni perseguitano i Maori.

Affermare quindi che le Olimpiadi di Pechino, le XXIX, non debbano essere uno spettacolo politico, appare una farsa dopo millenni che dimostrano il contrario.

Semmai non devono essere un prodotto partitico, in cui gli atleti si fanno promotori degli schieramenti parlamentari, dei governi, dei regimi, delle questioni puramente ideologiche.

Gli sport, e soprattutto le Olimpiadi, non sono un semplice calcolo chimico-matematico di muscoli, forze, tempi degli atleti. Vederle così vuol dire sminuirne enormemente il valore.

Lo Sport è altro. I Giochi Olimpici e il loro Spirito sono altro.

Lo Sport non è bello solo perché è divertente, perché fa muovere, perché è agonistico.

Ma perché è il frutto dell’impegno e della costanza nella preparazione della disciplina, della dedizione profonda a quello Spirito. Sono espressione dei principi della correttezza e della lealtà, dell’amore della competizione alla pari, del rifiuto di fare qualcosa solo per motivi economici.

Quando si è lì sul campo, sull’arena, nello stadio, si crea lo spirito di fratellanza, uguaglianza e unione che poche altre esperienze sono in grado di generare.

Questo Spirito si trasmette anche nel giuramento prestato da un membro della squadra ospitante:

“A nome di tutti i concorrenti, giuro che prenderemo parte a questi Giochi olimpici rispettando le norme che li regolano, nel pieno spirito di sportivi, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre”.

Non riconoscere nello sport questi principi politici è da miopi. O da chi volontariamente non vuole vedere.

Questo è l’impegno politico, nello sport e nella vita, che poteri forti vorrebbero annientare definitivamente, ponendoci tutti nell’adorazione dell’altare del denaro.

Questo è lo Sport e l’essere Sportivi.

I Giochi sono importanti per la pubblicità dell’evento, per i guadagni fatti, e per i finanziamenti che i paesi ottengono. Ma sono ancora più fondamentali perché la città olimpica e gli atleti sono al centro del palcoscenico del mondo. È quindi anche una grande occasione di risalto.

Possiamo sperare molto per Pechino 2008. Non interventi armati, né pro Tibet, né di repressione violenta, come spesso assistiamo in questi giorni, né attacchi terroristici sullo stampo di Monaco 1972. Possiamo sperare che gli atleti, esponendosi alle critiche anche dei loro governi, che li vorrebbero solo come strumenti di gloria dei propri paesi, diano una forte testimonianza di libertà e di giustizia, come coraggiosamente fecero Smith e Carlos quaranta anni fa. Possiamo sperare che di nuovo i loro volti e i loro sguardi si levino a guardare in faccia il potere, e ad accusarlo e a denunciarlo.

Concludo con una poesia, una delle mie preferite, di Piero Calamandrei.

In lei c’è scritto “Camerata Kesselring”, ma basta cambiare queste parole con “Presidente Bush”, “Segretario Stalin”, “Mao”, “Generale Silla”, “Eccellenza Mussolini”, “Comandante Castro”, “Robespierre”, “Colonnello Chivington” “Reynald de Chatillon”, “Capitano Cortés”, affinché resti sempre attualissima.

Attuale contro ogni potere che si arroga il compito di pensare per l’altro, che fornisce la scelta già fatta, che svuota la donna e l’uomo di ciò che li distingue dalle bestie, il Libero Arbitrio e la Ragione, e che offrono solo quella felicità frivola, insignificante e “bovina”, risultato dell’unica libertà che sono in grado di offrire: libertà DAL pensiero, libertà DALLA Scelta.

Una libertà che al giorno d’oggi è sempre più ben accolta.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
Ora e Sempre
RESISTENZA

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