Archive for the 'Diritti umani' Category

TIBET: CINA, SARKOZY PAGHERA’ ALTO PREZZO INCONTRO DALAI LAMA

Il presidente francese Nicolas Sarkozy paghera’ un alto prezzo per aver incontrato il Dalai Lama. Lo ha scritto il Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista Cinese (PCC), nella edizione internazionale.
Durante l’incontro, il capo dell’Eliseo francese e presidente di turno dell’Ue, ha deto di condividere le preoccupazioni del leader spirituale tibetano in esilio sul futuro del Tibet. Il Dalai Lama chiede una vera autonomia per la regione ed e’ considerato da Pechino un pericoloso secessionista. La Cina ha definito l’incontro una “maliziosa provocazione che sara’ inevitabilmente pagata a caro prezzo”. Sarkozy ha difeso la sua decisione sostenendo che e’ “un dovere incontrare un premio Nobel per la pace a prescindere dalle sue origini e dalle cause che difende. Credo profondamente - ha aggiunto l’inquilino dell’Eliseo - sia uno dei piu’ grandi Paesi del mondo e che debba avere un ruolo nelle questioni internazionali”.

Cina respinge richieste di autonomia del Dalai Lama

La Cina ha detto che non ci sono speranze di accogliere le richieste di autonomia del Tibet avanzate dal Dalai Lama, utilizzando i media di Stato per condannare le posizioni del leader buddista in esilio in vista del suo incontro col presidente francese Nicolas Sarkozy.

Due commenti diffusi oggi dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua sono stati gli ultimi colpi nella campagna di Pechino contro il Dalai Lama, che chiede un “alto livello di autonomia” per la sua patria montuosa, dando un autogoverno ai tibetani sotto una sovranità cinese.

In vista del viaggio del Dalai Lama in Polonia, dove sabato incontrerà Sarkozy, la Cina ha chiesto al presidente francese di non partecipare all’incontro ed ha annullato per protesta un incontro con l’Unione Europea a Lione per lunedì, programmato da tempo.

I commenti della Xinhua sottolineano che il Dalai Lama ignora le libertà politiche e religiose che la Cina riconosce ai tibetani, dicendo che accettare le sue richieste significherebbe rischiare seriamente delle spaccature etniche.

CINA: INCONTRO SARKOZY-DALAI LAMA, PECHINO MINACCIA CONSEGUENZE

Pechino minaccia conseguenze nei rapporti tra la Cina e la Francia se Nicolas Sarkozy manterra’ il suo proposito di incontrare sabato a Danzica il Dalai Lama. “Adesso e’ arrivato il momento che la parte francese prenda una decisione importante sulla questione - ha ammonito il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Jianchao - e noi speriamo che prendera’ la decisione importante di creare un’atmosfera sana e le condizioni per far avanzare le relazioni della Cina con l’Europa e la Francia”. Quindi l’avvertimento al presidente francese, che e’ anche presidente di turno dell’Ue: “I fatti dimostrano che quando le preoccupazioni di entrambe le parti vengono rispettate, le relazioni tra la Cina e la Francia possono svilupparsi in modo rapido, sano e stabile”. In conseguenza della decisione di Sarkozy di incontrare il 6 in Polonia il leader spirituale tibetano - nell’ambito di una riunione di alcuni Nobel per la pace - Pechino aveva annullato nei giorni scorsi il vertice Ue-Cina che era in programma ieri a Lione.

Granbassi dal Dalai Lama “Sensazione meravigliosa”

Margherita Granbassi, due medaglie di bronzo alle Olimpiadi di Pechino nel fioretto, ha incontrato il Dalai Lama in un grande albergo della città ceca e gli ha regalato la sua maschera protettiva. Il capo spirituale dei tibetani ha a sua volta regalato una sciarpa bianca all’atleta italiana, che da tempo aveva manifestato il desiderio di questo incontro, che si è commossa.

Emozionata la fiorettista triestina, che in questa stagione affianca Michele Santoro nella trasmissione di Raidue AnnoZero: “È stata una grande emozione - ha detto ai microfono della Rai regionale - tanto che ancora non credo di essermi ripresa. Poter stare a pochi centimetri di distanza da lui è stata veramente qualcosa che mi ha fatto provare una sensazione meravigliosa. Ho potuto abbracciarlo, mentre io pensavo che avrei dovuto stargli a debita distanza. Invece ho scoperto una persona che ha avuto la capacità di mettermi immediatamente a mio agio. Non so quanto sia durato l’incontro: potrebbe essere durato un minuto come un’ora. Lui mi ha messo intorno al collo la sciarpa bianca e io gli ho raccontato cosa serve la maschera allo schermitore. Poi gli ho spiegato che ho deciso di donargli la maschera e non il fioretto. Il fioretto è un’arma che offende, mentre la maschera protegge, quello che fa lui con il suo popolo”.

Granbassi mantiene la promessa domenica incontrerà il Dalai Lama

Appuntamento a Praga. Domenica mattina, in un hotel del centro storico della capitale ceca. Dopo trattative durate settimane, il Dalai Lama riceverà Margherita Granbassi che gli regalerà la maschera da scherma usata in gara alle Olimpiadi di Pechino.Una promessa, finalmente mantenuta, tre mesi dopo la conclusione dei Giochi.

Non è stata una dichiarazione a effetto quindi, ma un gesto concreto e pieno di significato quello della fiorettista triestina. Due medaglie di bronzo in Cina, e un appello che scosse gli atleti ormai assuefatti alla perfezione organizzativa dell’Olimpiade di Pechino. Appena tornata in Italia la Granbassi venne a conoscenza della repressione attuata proprio in quei giorni nel Tibet. Dopo il primo momento di dolore e smarrimento, ecco la “provocazione”, ripetuta anche in queste ore che precedono l’incontro al Boscolo hotel Carlo IV: “Donerò la mia maschera al Dalai Lama: la stessa maschera che mi ha protetto a Pechino dagli attacchi delle mie avversarie, vorrei che potesse servire a lui per proteggere il suo popolo dai soprusi”.

Il Dalai Lama sarà a Praga su invito di Forum 2000 e dell’ex presidente della Repubblica Ceca Vàclav Havel, il primo capo di stato a ricevere il leader spirituale in visita ufficiale, nel 1990. Questo sarà il settimo incontro tra i due, uno dei più importanti, visto che per il Dalai Lama è il primo viaggio in Europa dopo le Olimpiadi di Pechino. Fitta la sua agenda: l’incontro con Havel, la conferenza all’intergruppo parlamentare “Tibet Group” del Parlamento ceco, un public talk sul tema “Compassion: the basis of happiness”. La figura chiave nell’avvicinare Sua Santità alla Granbassi è italiana: Laura Gancia, imprenditrice milanese, è amica personale del Dalai Lama e ha tenuto i contatti con l’entourage tibetano e quello della fiorettista.


“Sono molto emozionata all’idea di incontare il Dalai Lama” spiega Margherita prima di imbarcarsi per Praga. “Lui è un uomo che da sessant’anni combatte in modo pacifico per la causa del suo popolo. Ho sempre ammirato l’equilibrio con cui ha saputo guidare la propria gente e farne sentire la voce in tutto il mondo dall’esilio. So che il mio gesto è una cosa piccola rispetto alla dimensione del problema, ma credo anche che sia dovere di ognuno fare quel che è nelle sue possibilità per contribuire al rispetto dei diritti umani. Non solo in Tibet, ma in tutti i paesi del mondo. Credo che noi sportivi possiamo contribuire proprio tenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica”.

La sua presa di posizione a Pechino spinse altri atleti, come Antonio Rossi e Josefa Idem, a unirsi nella solidarietà al popolo tibetano e nella difesa dei diritti civili. Ma nessuno è stato duro come la Granbassi in quei giorni: “Mi sono sentita quasi in colpa. Per aver gioito per le mie due medaglie, mentre nello stesso paese si reprimono le manifestazioni di gente innocente. Siamo stati protagonisti di un simpatico teatrino. A questo punto credo che le Olimpiadi siano state inutili”. In questi tre mesi Margherita è diventata conduttrice di Annozero tra mille polemiche, è uscita dall’Arma dei Carabinieri, ha ripreso ad allenarsi. Incontrando il Dalai Lama, si chiuderanno davvero le sue Olimpiadi.

Roma conferisce cittadinanza onoraria al Dalai Lama

l Consiglio comunale di Roma ha deciso oggi di conferire al Dalai Lama la cittadinanza onoraria della Capitale. Lo riferisce l’ufficio stampa del Campidoglio, secondo cui la mozione è stata approvata con 38 voti a favore e due astensioni.

Nei mesi scorsi il sindaco Gianni Alemanno, che aveva sostenuto la proposta avanzata dal coordinatore del Pd Goffredo Bettini, aveva ipotizzato che la cerimonia per il conferimento della cittadinanza al leader spirituale in esilio dei tibetani potesse avvenire durante la Festa del Cinema, che quest’anno si terrà dal 22 al 31 ottobre.

“Voglio esprimere grande soddisfazione, a nome mio e della città di Roma, per il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama, deciso con una mozione del Consiglio Comunale approvata sia da maggioranza che dall’opposizione”, ha detto Alemanno in un comunicato.

“Il leader religioso … rappresenta un esempio di lotta politica non violenta e di dialogo. Con questo riconoscimento, Roma … esprime la sua vicinanza al popolo tibetano e ribadisce la sua stima per la vita e l’opera del premio Nobel”.

Soddisfazione ha espresso anche il promotore dell’iniziativa Goffredo Bettini. “Oggi è una bellissima giornata all’insegna della pace, della tolleranza e del dialogo. Aver deliberato la cittadinanza onoraria di Roma al Dalai Lama è una decisione di grande significato che può avere una risonanza positiva in tutto il mondo”, ha affermato in una nota.

Il Dalai Lama, che da decenni vive in esilio in India, è stato accusato nei mesi scorsi dalle autorità cinesi accusano di aver fomentato le recenti rivolte in Tibet contro il dominio di Pechino sulla regione himalayana.

Le relazioni tra i paesi occidentali e il Dalai Lama sono un tema sensibile per la Cina.

Il leader spirituale - che pure si è espresso a favore delle recenti Olimpiadi di Pechino e ha ribadito di volere l’autonomia e non l’indipendenza per il Tibet - non è stato ricevuto nell’ultima visita in Italia dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, secondo i critici, proprio nel timore di urtare il governo cinese e di danneggiare le relazioni economiche col gigante asiatico.

La cittadinanza, ha aggiunto Alemanno, verrà consegnata al Dalai Lama “appena le sue condizioni di salute gli consentiranno di intraprendere il viaggio già programmato in Europa”.

Il Dalai Lama cittadino di Bologna

Bologna, 23 settembre 2008 - Il Dalai Lama, simbolo mondiale della cultura del dialogo e della non-violenza, sara’ cittadino onorario di Bologna: lo ha deciso ieri il Consiglio comunale, votando all’unanimita’ il conferimento della cittadinanza bolognese al XIV Dalai Lama del Tibet, Tanzin Gyatso, che gia’ nel 1989 aveva ricevuto la laurea honoris causa in biologia dall’Universita’ di Bologna. E Bologna ha intenzione di continuare a tenere accesi i riflettori sul Tibet. “Dopo le Olimpiadi, l’attenzione e’ crollata”, rileva Gianni Sofri, presidente del Consiglio comunale, presentando “Tibet, un mondo in estinzione”, un seminario organizzato dall’associazione per la biodiversita’ e la sua conservazione, in programma venerdi’.
L’iniziativa rientra nella “Festa del Cactus” che si terra’ da venerdi’ a domenica, al Museo memoriale della liberta’ di via Giuseppe Dozza a Bologna. Sofri, felicitandosi per la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, si compiace dell’iniziativa che vede il Tibet protagonista con la sua cultura millenaria, il suo patrimonio artistico e ambientale messo a dura prova dalla repressione cinese. A presentare il seminario di venerdi’, c’e’ anche Tenzin Thupten, presidente della comunita’ tibetana in Italia, che ricorda come, “oltre alle violazioni dei diritti umani, in Tibet esiste anche un problema ambientale”. Il Tibet infatti, spiega, “e’ un delicato ecosistema” messo a dura prova dalla massiccia immigrazione cinese, dalla deforestazione e dallo sfruttamento eccessivo delle piante alla base della medicina tibetana. Ma “l’aspetto ambientale in Tibet non riceve abbastanza attenzione.
Per questo e’ importante che se ne parli”.

E se il seminario di venerdi’ dara’ voce ai tibetani messi in minoranza nel loro stesso territorio, la Festa del Cactus, giunta alla sua terza edizione, studiera’ le “minoranze biologiche” presentando rari esemplari di piante grasse e cactus provenienti dalle regioni tropicali di tutto il mondo.
La festa del Cactus, che propone quest’anno il tema del Tibet, sia dal punto di vista dei diritti umani che da quello dell’ambiente, nasce per raccogliere fondi destinati alla realizzazione di “Verdi visioni”, il progetto per la costruzione a San Lazzaro di Savena di un centro ambientale in grado di ospitare la collezione di oltre 50.000 piante grasse (attualmente ospitata presso l’Ansaloni garden center) curata dal botanico bolognese Andrea Cattabriga. Musica, gastronomia, incontri sulla diversita’ e una mostra mercato di piante tropicali non mancheranno neanche in questa edizione della festa cui l’anno scorso hanno partecipato circa 2.000 persone.

Concluse le Paralimpiadi di Pechino, l’appuntamento è per Londra 2012. Ottimo il risultato degli azzurri, con 18 medaglie totali.

Si sono concluse le Paralimpiadi di Pechino 2008, e l’Italia chiude in bellezza con una medaglia nella regina delle discipline olimpiche: la maratona.
Il bronzo è andato a Walter Endrizzi nella maratona categoria T46 Sono felicissimo, questo terzo posto qui a Pechino vale più di un Mondiale ha dichiarato l’atleta.

Primo posto e medaglia d’oro sono andati al messicano Santillan, argento per il brasiliano Sena.

Altro bronzo anche per Andrea Pellegrini nella sciabola (alla sua quarta paralimpiadi e già plurimedagliato), che ha avuto la meglio sul russo Sergey Frolov, ma è stato battuto dal cinese Tian Jianguan in semifinale.

La delegazione azzurra può dirsi più che soddisfatta. Non del trattamento ricevuto dai media nazionali, non della considerazione dalle autorità italiane, ma di sicuro dei risultati raggiunti. Gli atleti tornano a casa con 18 medaglie totali. 4 medaglie d’oro, 7 medaglie d’argento, 7 medaglie di bronzo.

28° posto nella classifica generale, meglio di quanto lo stesso comitato paralimpico si aspettasse.

Arrivederci a Londra!

Nba e il culto di Kobe Bryant a Pechino

Ragazzo e ragazza si baciano teneramente. Lui indossa un numero 24 viola-giallo dei Los Angeles Lakers, lei è una rossa degli All Stars: le due maglie di Kobe Bryant, il campione di pallacanestro più celebre del mondo. Sono una marea i giovani cinesi vestiti come loro, affluiscono disciplinati verso il Beijing Olympic Basketball Gymnasium. Più che a un match sembra di andare a una celebrazione in onore di Bryant, per l’onnipresenza del suo logo nella folla giovanile. Il manifesto trompe-l’oeil di un cestista gigante ricopre quaranta piani della fiancata di un intero grattacielo in costruzione vicino al Palasport. Una regìa sorniona sembra averlo piazzato lì: ricorda che il boom dei cantieri di Pechino, l’ascesa economica della Repubblica Popolare verso la stratosfera, comportano un prezzo da pagare. L’irresistibile popolarità del basket americano segna la cultura di massa delle giovani generazioni.
La Cina esporta praticamente tutto ciò che gli Stati Uniti consumano. In cambio l’America vende simboli, sogni, modelli di vita, celebrità. Kobe Bryant “vale” quante navi portacontainer cariche di computer?
Stati Uniti-Angola non è sfida memorabile sul piano sportivo ma è un match carico di memoria storica, un indicatore geopolitico del cammino percorso dalla Cina comunista. Solo un vecchio cinese seduto a fianco a me sembra venuto per tifare Angola; solo lui sembra accorgersi che la bandiera angolana ha falce e martello e una bella stella dorata come quella cinese su sfondo rosso. Ma si addormenta placido dopo pochi minuti di gioco. La massa dei teen-agers vestiti col merchandising delle squadre americane, vibrano sulle note di “Everybody needs somebody” (James Brown), scattano sull’attenti quando suona l’inno americano. E’ l’inno degli esami Toefl e Sat che tanti di loro hanno passato quest’estate per candidarsi a Harvard, Stanford, Columbia e Yale. Nella folla dello stadio nessuno pensa a ciò che fu l’Angola. Sorella rivoluzionaria all’epoca in cui Mao Zedong e Zhou Enlai guidavano il movimento dei paesi non-allineati. Simbolo del Terzo mondo nella lotta anticoloniale. Allora in un match del genere il partito avrebbe istruito le masse a dovere: tifare per i compagni africani, sostenerli contro la squadra degli imperialisti yankee. Stasera i volontari in tuta biancoceleste del comitato olimpico non hanno ordini di scuderia, il palazzetto del basket è tutto filo-americano, ma la politica è lontana anni luce da questa generazione. E’ lo star-system che conta. Bryant è il Bill Gates del basket, il suo nome trasuda miliardi, più dello sport incanta l’immagine del vincente nella competizione. “Uòah!” è l’urlo che s’alza prorompente a ogni slam-dunk del Dream Team americano (Dwight Howard ha il primato della serata a quota quattro). Il match si gioca a ritmi d’allenamento, brevi sprazzi di talento bastano agli americani per scavare un solco nel punteggio. Finisce 97 a 76 e l’angolano Joaquim Gomes si accontenta: “Perdere per soli 20 punti non è male”. Negli annali dell’Angola brucia ancora un 46 a 1 nell’unico match olimpico contro l’America, era il 1992 a Barcellona. Il vero spettacolo è quello messo in scena per due ore sugli spalti, la grande esibizione d’amore per Kobe. Lui in campo è un’ombra, con gli errori che colleziona è un handicap per il Dream Team, ma non importa. La serata è un interminabile spot pubblicitario per la Nba, il campionato americano che in Cina ha il record assoluto di audience tv, un logo più potente di MacDonald. All’inizio del 2008 è stata creata la Nba-China, società per azioni che sotto la consulenza della banca d’affari Goldman Sachs ha accolto cinque azionisti privati: Espn (la tv sportiva del gruppo Walt Disney), China Group Investment, la Legend Holdings (finanziaria del colosso informatico Lenovo) e il magnate di Hong Kong Li Ka-Shing. Nba-China ha contratti con 51 reti tv della Repubblica Popolare, controlla 16 società di marketing, vende più di 500 prodotti in merchandising, organizza tornei di esibizione delle star americane a Pechino, Shanghai, Macao. Il nome Nba è il termine sportivo di gran lunga più cliccato su Baidu.com, il motore di ricerca che è il Google dei cinesi. La massa dei giovani è venuta ad applaudire anche le cheerleaders sempre più svestite e sculettanti – gruppi come le Beijing Dream Dancers dai collant leopardati e mingonne inguinali – le cui mossette di hula-op ai tempi di Mao sarebbero state sanzionate con anni di lavori forzati nei laogai. Povera Angola, in fondo ancora oggi è un’alleata fedele della Cina: primo partner africano di Pechino, grande fornitrice di petrolio e diamanti, riserva il 70% di tutte le gare d’appalto ad imprese cinesi. Decine di migliaia di operai cinesi lavorano a Luanda, dove in cambio delle materie prime costruiscono strade, ospedali, scuole. Di fronte a Kobe Bryant anche il petrolio passa in secondo piano. Questi ragazzi di Pechino, addestrati a competere in una società meritocratica e selettiva, adorano solo il numero uno.

Gli sponsor cinesi

Omega e Coca Cola, MacDonald e Visa, Adidas e Kodak. Molti occidentali considerano questi sponsor come i veri padroni dei Giochi, le multinazionali dai “logo” globali che governano il grande evento sportivo nelle sue ricadute per il business. Ma l’esperienza passata insegna che le Olimpiadi spesso riservano sorprese. Più volte è accaduto: la gerarchia del capitalismo ha registrato dei nuovi ingressi anche grazie ai Giochi. Le rivelazioni, gli outsider che emergono, non ci sono solo negli stadi e sulle piste di gara. Nei due precedenti asiatici, alcune grandi imprese si sono affermate dopo l’effetto di trascinamento dei Giochi svolti a casa loro. Sony e Panasonic cominciarono la loro ascesa verso la leadership mondiale nell’elettronica dopo le Olimpiadi di Tokyo 1964. Samsung ebbe lo stesso balzo di notorietà e di successo dopo Seul 1988. Occhio dunque agli sponsor cinesi di Pechino 2008: sono nomi che con ogni probabilità il consumatore italiano incontrerà sempre più spesso, protagonisti dell’economia globale. Per molte di queste imprese i Giochi sono l’occasione di un salto di qualità “definitivo”. Devono scrollarsi di dosso l’immagine di un made in China ancora troppo spesso associato ai bassi costi. Voltare pagina, liberarsi dalla zavorra del passato, questo è l’obiettivo. Vogliono operare una riconversione nella reputazione aziendale che ripeta il miracolo giapponese degli anni Settanta e Ottanta: quando il made in Japan si costruì un patrimonio di credibilità. E’ questa la strategia di Lenovo, uno dei Worldwide Partners di questi Giochi. Quarto produttore mondiale di personal computer, con un fatturato di 13 miliardi di dollari e l’8% di quota del mercato globale, Lenovo ha ancora una visibilità ridotta in Occidente. Non molti consumatori italiani sanno che i personal computer dell’Ibm sono passati già dal 2005 sotto il controllo del gruppo cinese. Ai vertici della Lenovo la rivoluzione strategica s’identifica con un nome e un volto: Yang Yuanqing, 43 anni, membro del partito comunista, manager brillante, all’interno dell’azienda viene definito “una rock star” per il suo talento di comunicatore. Gran venditore del suo marchio aziendale, grazie ai Giochi Yang vuole affermare la notorietà del marchio Lenovo fra i telespettatori dei quattro continenti. E’ deciso a scrollarsi di dosso per sempre l’idea che il prodotto cinese si vende solo perché costa meno. “Tecnologia, innovazione, qualità del servizio” sono i tre slogan che ripete Alice Li, responsabile del marketing olimpico del colosso informatico. La qualità del servizio è la sfida che deve vincere Air China, vettore ufficiale delle Olimpiadi. Ha vestito 300 hostess della business class con una divisa nuova fiammante, una versione del tradizionale qipao di seta aderente. Per la prima volta nella sua storia questo è il segnale che Air China non punta più soltanto sulle tariffe basse, ma insegue i modelli leader del suo settore che sono Singapore Airlines, Cathay Pacific, Thai. Deve approfittare di una congiuntura eccezionale: le compagnie aeree americane sono in grave crisi per la recessione e i rincari energetici, anche in Europa poche si salvano; solo l’Asia continua a godere di forti incrementi del traffico aereo. E’ qui che si gioca la sfida del futuro. Air China vuole combatterla ad armi pari con compagnie dall’immagine ben più raffinata. Un altro nome del made in China che ha deciso di usare la sponsorizzazione olimpica è Haier, colosso mondiale degli elettrodomestici. Un’azienda in piena mutazione genetica. Partita alla conquista dei mercati esteri sfruttando soprattutto il basso costo della manodopera cinese, la Haier ha già cominciato a spostarsi su fasce di mercato sempre più alte. In America i suoi condizionatori d’aria hanno ricevuto un riconoscimento quando la Environmental Protection Agency li ha promossi per la tecnologia che non danneggia la fascia di ozono. Degli sponsor locali fa parte Bank of China, seconda azienda di credito della Repubblica Popolare. A Wall Street e nella City londinese non ha bisogno di presentazioni, perché nel Gotha della finanza internazionale è già stata chiamata come “cavaliere bianco” in soccorso delle banche occidentali in difficoltà per la crisi dei mutui. Ma alla Bank of China non basta sedere nei consigli d’amministrazione che contano. Deve operare un cambiamento di cultura aziendale, conquistare un know how di servizio che la prepari a reggere la concorrenza delle banche straniere nella caccia ai risparmiatori cinesi. La birra Tsingtao parte dalla posizione leader nel mercato più grande del mondo: con 40 miliardi di litri consumati all’anno, i cinesi sono di gran lunga i più importanti consumatori di birra. Tutto grazie all’espansionismo imperiale tedesco, che portò alla fondazione nel 1903 di una birreria nella città di Qingdao dove la Germania aveva una concessione.

Bandiera a mezz’asta, il Cio dice no alla Spagna

All’aeroporto di Madrid 153 persone sono morte in un incidente aereo. L’intera Spagna è in lutto, eppure c’è chi ha deciso che a questo disastro non andava dedicato neanche uno di quei gesti che sono soliti in certe circostanze. La delegazione spagnola presente ai Giochi di Pechino aveva chiesto al Cio di far indossare agli atleti iberici una fascia nera al braccio in segno di lutto, fascia indossata ieri dai giocatori della nazionale di calcio in occasione dell’amichevole contro la Danimarca. Il comitato olimpico internazionale ha respinto la richiesta spagnola, il perché ancora non si sa. Altro no è arrivato alla successiva richiesta della Spagna, un altro gesto simbolico ma importante, esporre cioè nel villaggio olimpico la bandiera a mezz’asta. Il comitato non ha dato spiegazioni del diniego, espresso solo verbalmente. “Aspettiamo una risposta per iscritto”, ha spiegato un portavoce della delegazione visibilmente amareggiato.

Il CIO non si smentisce…dopo l’assegnazione a Pechino delleOlimpiadi 2008 un altro segno di stile…

Campo di lavoro per 2 anziane che volevano protestare

Le autorità cinesi hanno condannato due anziane donne a trascorrere un anno in un campo di lavoro per aver chiesto di poter protestare durante i Giochi Olimpici, per essere state sfrattate dalle loro case di Pechino nel 2001. Stando a quanto riferito dal figlio di una delle due, Li Xuehui, le donne erano ancora nella loro abitazione tre giorni dopo aver ricevuto la notifica della sentenza, ma poste sotto osservazione da un gruppo di controllo del vicinato. Un gruppo in difesa dei diritti umani ritiene che la minaccia della prigione sia solo una tattica intimidatoria. Secondo Li, le autorità cinesi non hanno precisato il motivo dell’arresto della madre, la 79enne Wu Dianyuan, e della sua vicina, Wang Xiuying, 77. Sono state 77, finora, le richieste presentate alle autorità per organizzare manifestazioni di protesta, da svolgersi in tre zone designate lontano dai siti olimpici.

Segreto di Stato sulle ginnaste-bambine

Riscrivere la storia è sempre stata una specialità dei regimi autoritari. La Cina non fa eccezione. Per decenni i suoi manuali scolastici sono stati adattati ai capricci della propaganda. Gerarchi del partito comunista che erano stati celebrati come eroi sono scomparsi misteriosamente, non appena caduti in disgrazia. I tempi cambiano, la censura di Stato ha dovuto aggiornarsi all’èra di Internet, ma i suoi metodi hanno un’aria familiare. Grazie al controllo sui mass media – compresi i siti online – le autorità cinesi hanno soffocato sul nascere uno scandalo olimpico: la medaglia d’oro conquistata da tre ginnaste che non hanno l’età legale per competere. Quando la stampa straniera ha smascherato l’imbroglio, le biografie delle ginnaste-bambine sono sparite da Internet. Oscurate grazie a un provvidenziale blackout, quando sono riapparse erano “ritoccate” per mostrare l’età giusta. Anche su Internet la storia si può riscrivere, a maggior gloria della Repubblica Popolare. Lo scandalo-che-non c’è riguarda la gara di ginnastica femminile per squadre, vinta a sorpresa dalle cinesi contro le americane mercoledì 13. Un’eccezionale prestazione delle atlete di casa che hanno conquistato l’oro con lo strepitoso punteggio di 188,90. Ma l’exploit può essere stato conquistato con l’imbroglio, facendo gareggiare tre bambine (cioè metà della squadra) sotto l’età minima regolamentare che è di 16 anni. In molte figure di ginnastica la giovane età è un vantaggio: meno peso, più flessibilità, meno coscienza del rischio. Nelle squadre concorrenti il mormorìo sull’età delle cinesi era assordante già prima della gara. Dopo la vittoria cinese la controversia è stata sollevata dall’allenatrice delle rivali americane, Bela Karolyi. Un’esperta della materia: quando allenava le ginnaste romene (inclusa Nadia Comaneci, medaglia d’oro olimpica) lei stessa fu accusata di aver falsificato i passaporti di qualche bambina per ammetterla in competizione prima dell’età legale. La Karolyi ha attirato l’attenzione sulla corporatura pre-puberale di tre cinesi. “Ce n’è una a cui manca un dente”, ha detto, alludendo a un dente da latte perso di recente. Le sospette bambine sono He Kexin, Jiang Yuyuan e Yang Yilin. I dirigenti della federazione cinese di ginnastica hanno subito esibito i loro passaporti: tutti emessi di recente e tutti perfetti, con il 1992 come anno di nascita. Tre sedicenni. “In un paese simile – ha ribattuto la Karolyi – sono esperti nel falsificare i documenti. Se c’è la copertura delle autorità è impossibile smascherarli”. Nella conferenza stampa che ha seguito il trionfo di mercoledì i cronisti stranieri hanno provato a cogliere le ragazzine in fallo con delle domande tranello. “Deng, qual è il tuo segno zodiacale?” Risposta impeccabile: la scimmia (in Cina l’anno di nascita è riconoscibile dall’animale del calendario astronomico). “Ricordi come hai trascorso il tuo 15esimo compleanno?” Nelle risposte delle tre non c’erano indugi né contraddizioni. L’imbroglio è emerso solo dopo un’accurata ricerca online. The Associated Press ha fatto una scoperta inequivocabile negli archivi elettronici dell’agenzia stampa ufficiale Xinhua (Nuova Cina). Nove mesi prima dei Giochi, un resoconto di una gara di ginnastica apparso sul sito Internet di Xinhua indicava He Kexin come una 13enne. E’ possibile invecchiare di tre anni in nove mesi? The Associated Press ha rintracciato anche una cronaca più recente (23 maggio 2008) apparsa sul quotidiano governativo China Daily. Anche quell’articolo attribuiva 13 anni a He. Ma ecco il miracolo della censura elettronica. Subito dopo la denuncia della stampa americana, dal sito Internet dell’agenzia Xinhua è sparita ogni traccia di quel notiziario di nove mesi fa. The Associated Press ne ha conservato una copia digitale. Per i cinesi quel testo semplicemente non è mai esistito. In quanto all’articolo del China Daily, è stato elettronicamente corretto ex post. Ora consultandolo negli archivi digitali del giornale lo si ritrova, sì, ma l’età di He Kexin è cambiata: 16 anni, come da regolamento. La redazione del New York Times ha fatto una scoperta simile. Le sue ricerche su Internet hanno portato alla luce un registro della federazione nazionale di ginnastica cinese. He Kexin vi appare come nata nel gennaio 1994, quindi oggi 14enne. Ed ecco che improvvisamente quel registro è oscurato, inaccessibile online. Qualcuno è riuscito perfino a manipolare le biografie delle tre ginnaste sull’enciclopedia online Wikipedia: i riferimenti alla controversia sull’età sono stati ripetutamente cancellati dall’intervento di zelanti censori. Per il segretario della Federazione internazionale di ginnastica (Fig), André Gueisbuhler, il problema non esiste perché il regolamento olimpico parla chiaro: fa fede solo il passaporto. “Abbiamo le fotocopie dei tre passaporti dove risultano 16enni, per noi il caso è chiuso”. La Karloyi sa che non c’è nulla da fare: “Nessuno accuserà di falso il governo cinese”.

Libertà di protesta ai Giochi: una trappola

Ji Sizun, 58 anni, è stato visto l’ultima volta l’11 agosto al commissariato di polizia del quartiere Deshengmenwai. Era andato a chiedere il regolare permesso per usare uno dei tre parchi che le autorità hanno designato come “zone di libertà d’espressione” durante le Olimpiadi. Voleva organizzare una protesta contro la corruzione. Quel giorno alle ore 12.15 alcuni testimoni lo hanno visto caricare su un’auto nera da tre poliziotti in borghese. Poche ore dopo la sua famiglia ha ricevuto una breve telefonata in cui Ji spiegava di “avere dei problemi”. Da allora non si hanno più notizie di lui, al cellulare non risponde. Ji Sizun è uno dei pochi audaci che hanno voluto mettere alla prova la promessa fatta dal governo cinese alla vigilia dei Giochi. Era il 23 luglio quando il capo della polizia Liu Shaowu, rispondendo alle domande della stampa straniera, indicò i tre parchi dove sarebbero stati autorizzati cortei, comizi, assemblee. “Le persone singole o i gruppi che lo desiderano – aveva annunciato il responsabile della sicurezza – potranno esprimere le loro opinioni, secondo la consuetudine invalsa in tutti i paesi che hanno organizzato le Olimpiadi”. Da allora quei tre parchi sono rimasti sempre aperti, ma li frequentano solo le famigliole che portano i bambini a giocare, e i pensionati che fanno esercizi di tai-chi la mattina. Dall’inizio dei Giochi non si è svolta nessuna manifestazione. E non perché siano mancate le richieste. Anche Ge Yifei, una dottoressa di 48 anni, ci ha provato. E’ venuta apposta dalla città di Suzhou per organizzare una protesta durante i Giochi. Voleva denunciare l’esproprio illegale e l’espulsione forzata di alcuni abitanti dalle loro case. I poliziotti della sua città l’hanno seguita fino a Pechino. Non appena è andata a presentare la domanda per poter manifestare, gli agenti di Pechino l’hanno consegnata ai colleghi di Suzhou, che se la sono “riportata” a casa. Il pretesto: a posteriori si è scoperto che in base al regolamento di polizia della capitale, solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino può far valere un diritto a usare quelle tre zone destinate alla “libertà di espressione”. I cinesi delle provincie possono solo assistere ai Giochi, ammesso che siano riusciti a comprare i biglietti. Altrimenti sono dei potenziali turbatori dell’ordine pubblico. Lo hanno scoperto a loro spese i genitori del Sichuan, i cui figli sono stati uccisi dal terremoto del 12 maggio nel crollo degli edifici scolastici costruiti senza rispettare le norme antisismiche. Alcuni di quei genitori volevano approfittare delle Olimpiadi per sensibilizzare le autorità centrali alla loro tragedia, chiedere giustizia, implorare indagini serie sul crollo delle scuole. Dovevano venire a Pechino nella speranza che il governo ascoltasse le loro denunce. Non sono neanche riusciti a partire. La polizia li ha intercettati all’aeroporto di Chengdu, il capoluogo del Sichuan. Gli agenti hanno stracciato i loro biglietti aerei prima che tentassero di imbarcarsi. Non è soltanto nei confronti dei “provinciali” che l’istituzione dei tre parchi si è rivelata una beffa crudele. La signora Zhang Wei aveva le carte in regola per ottenere il permesso. E’ residente a Pechino, nel quartiere storico di Qianmen. Proprio in vista dei Giochi l’area di Qianmen è stata restaurata per restituirle l’aspetto che aveva un secolo fa. E’ diventata un’attrazione turistica piena di ristoranti, negozi, cinema e teatri che riproducono un’architettura antica. Ma il progetto urbanistico ha avuto un costo sociale pesante. Sono state demolite molte casette popolari, gli abitanti hanno subìto espulsioni forzate. Pochi giorni prima dei Giochi a Qianmen ci fu una manifestazione di protesta popolare, repressa duramente dalla polizia. Zhang Wei voleva riprovarci. A Olimpiadi iniziate, il 12 agosto, la signora Zhang si è presentata al commissariato di quartiere a Qianmen. Portava una lettera firmata da altri venti vicini: la richiesta di usare uno dei parchi appositamente designati, per una protesta contro gli sfratti violenti. Quel 12 agosto è l’ultima volta che suo figlio Mi Yu l’ha vista. Zhang è stata arrestata e condannata. Sconterà un mese di carcere per “minacce all’ordine pubblico e alla stabilità sociale”. Le organizzazioni straniere non hanno avuto più fortuna. Reporters Senza Frontiere voleva organizzare delle proteste durante i Giochi, ma i suoi membri non hanno ricevuto il visto per la Cina. Che i tre parchi dedicati alla libertà di manifestare fossero una messinscena, lo si era sospettato subito. La legge cinese infatti lascia alle autorità un arbitrio assoluto per decidere che i candidati manifestanti sono dei sovversivi, nemici della sicurezza e dell’unità nazionale. Quanto è accaduto dall’inizio dei Giochi supera ogni timore: la promessa delle zone libere si è rivelata addirittura una trappola, chi ci è cascato è andato a consegnarsi nelle mani della polizia.

Giochi, l’incubo terrorismo e l’ombra di Al Qaeda

PECHINO - È una strage, 16 poliziotti cinesi uccisi nella regione islamica dello Xinjiang. L’ombra del terrorismo improvvisamente si staglia sui Giochi di Pechino. L’attacco ha colpito lontano dalla capitale: nella città-oasi di Kashgar, antica tappa lungo la Via della Seta. È un avamposto cinese verso l’Asia centrale, a 4.000 km da Pechino, assai più vicino a Kabul e Islamabad che al Villaggio degli atleti. Ma l’offensiva è una delle più violente che la Repubblica Popolare abbia mai subìto nella sua storia. Riporta in primo piano i segnali di una escalation in corso negli ultimi mesi: l’attentato esplosivo sventato su un aereo; i cinque morti per le bombe sugli autobus di linea a Shanghai e nello Yunnan; le voci di piani per rapire atleti, uccidere turisti e giornalisti durante i Giochi.

Le forze che vigilano su Pechino sono imponenti - 110.000 poliziotti nella capitale assistiti da 500.000 volontari - e da ieri sono in massima allerta. La capacità del governo cinese di garantire la sicurezza è messa alla prova. I suoi messaggi sono contraddittori. Dopo avere moltiplicato gli allarmi, dopo avere pubblicizzato l’arresto recente di 82 presunti terroristi, le autorità ora non vogliono dare un’impressione di fragilità. Non deve aprirsi una crepa nell’immagine di solidità, non può avere esitazioni la perfetta macchina organizzativa delle Olimpiadi.

La cronaca dell’attacco di ieri mattina è affidata all’organo ufficiale, l’Agenzia Nuova Cina, che raccoglie la versione della polizia locale. Alle otto del mattino a Kashgar due uomini alla guida di un camion hanno lanciato il mezzo contro un gruppo di poliziotti che stavano facendo jogging. Il luogo dell’assalto è temerario: proprio davanti a una caserma delle pattuglie militari di frontiera. I due si sono gettati dal camion in corsa e hanno lanciato delle granate contro gli agenti, poi li hanno assaliti a pugnalate. Sono stati catturati vivi, al termine di quello che la polizia definisce laconicamente “un sospetto attacco terroristico”. E’ una strage che impressiona per l’audacia. Con l’avvicinarsi dei Giochi infatti la regione islamica nordoccidentale è presidiata da forze massicce, paragonabili al dispositivo militare in Tibet.

Kashgar è popolata per il 70% da uiguri, l’etnìa turcomanna che la Repubblica Popolare si è annessa dal 1949. La loro provincia è vastissima, ha 5.600 km di frontiera esterna con otto nazioni di cui cinque di religione musulmana. I cinesi la chiamano Xinjiang, gli uiguri continuano a usare un altro nome: Turkestan orientale. Si sentono occupati, separati dai fratelli di fede musulmana che vivono oltre il confine, oppressi e discriminati. E’ una zona ad alta tensione, con turbolenze incessanti: nel solo 2005 secondo le autorità cinesi furono arrestati 18.227 uiguri per “minacce alla sicurezza nazionale”.

Un partito indipendentista di lunga data è lo East Turkistan Islamic Movement. Pechino lo definisce un’organizzazione terrorista; i suoi leader in esilio rifiutano questa etichetta e accusano la Cina di criminalizzare il loro movimento. Di recente è comparsa un’altra sigla, il Turkistan Islamic Party. Un video che gli viene attribuito è circolato su Internet il mese scorso, annunciava “attacchi contro i punti più vulnerabili delle Olimpiadi”.

I dirigenti di questo gruppo sarebbero rifugiati in Pakistan. Sono loro ad avere rivendicato le bombe incendiarie sugli autobus di linea a Shanghai e a Kunming (Yunnan). Gli otto milioni di uiguri dello Xinjiang sono una infima minoranza rispetto al miliardo e 300 milioni di cinesi han; ma la diaspora islamica è diffusa in tutte le provincie della Repubblica Popolare e può fornire reti di protezione clandestina. Non a caso molti immigrati sono stati allontanati da Pechino in vista delle Olimpiadi. La capitale ora è circondata da una fitta rete di posti di blocco per filtrare gli ingressi.

Il governo cinese ha teorizzato l’esistenza di collegamenti operativi fra i secessionisti islamici e Al Qaeda. Alcuni militanti uiguri furono catturati dagli americani nei campi di addestramento dei Taliban in Afghanistan. La Repubblica Popolare sta usando tutta la sua influenza in Asia centrale per convincere i governi confinanti a fare terra bruciata attorno ai separatisti. Ma le solidarietà etniche e religiose di cui godono sono profonde. E l’escalation di questi ultimi mesi non lascia dubbi: anche fra gli uiguri c’è chi ha deciso che la vetrina dei Giochi va sfruttata ad ogni costo

Pechino 2008, sabato la fiaccola sarà in Tibet

Il Comitato organizzatore dei giochi olimpici di Pechino ha fatto sapere che sabato 21 giugno la fiaccola passerà da Lhasa, la capitale del Tibet. Secondo un funzionario del Bocog quella di Lhasa sarà l’unica tappa nella regione. Gruppi di esuli tibetani avevano chiesto l’annullamento del passaggio della fiaccola da Lhasa nel timore di nuove violenze e solo due giorni fa era stato annunciato, senza spiegazioni, l’annullamento del passaggio della torcia dal Tibet.

Nelle manifestazioni anticinesi che da marzo alla fine di maggio si sono svolte in tutto il Tibet, sarebbero, secondo gli esuli tibetani, morte più di 200 persone. Il govero cinese parla di sole venti vittime. Si ignora il numero delle persone arrestate. Dalla metà di marzo il Tibet è chiuso a tutti gli osservatori indipendenti, inclusi i giornalisti stranieri.

Tra eccezionali misure di sicurezza, la fiaccola olimpica è passata da Kashgar, città simbolo del nazionalismo degli uighuri, la minoranza etnica di religione musulmana presente nella provincia cinese dello Xinjiang. Sul percorso della fiaccola erano presenti solo poche persone accuratamente selezionate. Il grosso della popolazione è stato tenuta lontano. In una nota inviata agli organi di stampa stranieri in Cina, l’organizzazione degli uighuri in esilio “Uyghur American Association” ha definito la staffetta della fiaccola nel Xinjiang «una dimostrazione della dittatura della Cina». La Uaa sostiene che «migliaia di uighuri sono stati detenuti nei mesi che hanno preceduto l’arrivo della fiaccola» e che alla popolazione è stato imposto di «evitare qualsiasi contatto con i giornalisti stranieri». I giornalisti che che sono sul posto hanno confermato di non aver potuto parlare liberamente con la popolazione nonostante la promessa fatta dalla Cina al momento dell’ assegnazione delle Olimpiadi di garantire una completa libertà di stampa. A 50 giorni dall’apertura dei Giochi Olimpici di Pechino, secondo i gruppi umanitari, la repressione contro i dissidenti non si arresta. Amnesty International ha sollecitato il governo cinese a fornire informazioni su oltre un migliaio di manifestanti tibetani arrestati nel corso delle proteste dei mesi scorsi e a consentire libero accesso in Tibet agli osservatori indipendenti. Amnesty International ha messo in rilievo «la perdurante repressione delle proteste, la censura e la condizione dei detenuti, che in diversi casi hanno denunciato di essere stati picchiati, alimentati in modo insufficiente e privati di cure mediche adeguate. Le informazioni che arrivano dal Tibet sono davvero scarse, ma sulla base di quelle che abbiamo riscontrato possiamo affermare che siamo di fronte a un quadro agghiacciante di detenzioni arbitrarie e di abusi nei confronti dei prigionieri - ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del programma Asia-Pacifico di Amnesty - L’imminente ingresso della torcia olimpica nelle aree tibetane dovrebbe consentire di fare luce su questa situazione».

Fiamma olimpica in Tibet. Pechino attacca Dalai Lama

I dirigenti del Partito comunista cinese in Tibet hanno utilizzato oggi il passaggio della staffetta della fiamma olimpica attraverso la capitale Lhasa per difendere il proprio potere e per denunciare il Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio.

La processione della torcia è terminata, tra rigide misure di sicurezza, sotto il palazzo Potala, ex residenza del Lama, dopo un passaggio di sole due ore tra una folla attentamente selezionata, tre mesi dopo le le proteste anti-cinesi che hanno sconvolto la regione.

“Il cielo del Tibet non cambierà mai e la bandiera rossa con le cinque stelle sventolerà sempre in alto su di esso”, ha detto il capo del Pc in Tibet Zhang Qingli nel corso della cerimonia conclusiva.

“Saremo certamente capaci di schiacciare i piani separatisti della cricca del Dalai Lama”, ha aggiunto l’esponente comunista davanti al Potala.

La Cina accusa il Dalai Lama di aver incitato la proteste e le rivolte scatenatesi a marzo a Lhasa e poi oltre i confini del Tibet, proprio nel tentativo di compromettere le Olimpiadi di Pechino, che inizieranno l’8 agosto. Il Dalai Lama ha sempre negato l’accusa.

Lhasa era presidiata dalla polizia e dalle truppe metro per metro lungo l’itinerario scelto per il passaggio della torcia. I negozi erano chiusi e i pochi gruppi scelti di residenti che hanno potuto assistere all’evento erano guardati a vista.

Alla partenza del tragitto, alcuni gruppi di studenti, sia tibetani che cinesi, hanno sventolato striscioni olimpici, la bandiera nazionale e quella del Pc cinese.

“Siamo convinti che la staffetta della torcia dei Giochi olimpici di Pechino infiammerà ancora di più lo spirito patriottico del popolo”, ha detto il segretario del Pc di Lhasa Qin Yizhi.

L’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua ha detto che il passaggio della torcia nelle strade di Lhasa è avvenuta “in un’atmosfera di gioia e pace”. Ora la fiaccola si trasferisce nella vicina provincia di Qinghai, dove risiedono molti tibetani.

la fiaccola andrà in Tibet, il 21 giugno sfilerà a Lhasa

La fiaccola olimpica passerà da Lhasa, la capitale del Tibet, sabato 21 giugno. Lo ha deciso il Comitato organizzatore dei Giochi di Pechino (Bocog). Dopo le modifiche nel programma della staffetta in seguito al terremoto nella regione del Sichuan, la torcia sarebbe dovuta arrivare lunedì scorso nel Tibet e restarci per tre giorni. Invece, dopo l’arrivo nella regione dello Xinjiang la fiaccola passerà a Lhasa sabato prossimo e vi rimarrà un solo giorno, sorvegliata nel suo tragitto da misure di sicurezza eccezionali per evitare incidenti.

Nei giorni scorsi un gruppo di esuli tibetani aveva chiesto l’annullamento del passaggio della torcia nel timore di nuove violenze. Le autorità cinesi, in particolare i dirigenti della Regione autonoma del Tibet, erano contrari. Anzi, per loro il passaggio della fiaccola da Lhasa era diventato un punto d’onore, un modo per dimostrare che la situazione è sotto controllo e si è tornati alla normalità.

La torcia è intanto approdata ieri a Urumqi, capitale della regione dello Xinjiang, per la prima delle quattro tappe in quella che è una delle regioni più complesse della Cina. Teatro di violenze separatiste e culla dei fondamentalisti islamici uighuri, lo Xinjiang non si è mai rassegnato alla dominazione degli han e il passaggio della fiaccola olimpica è stata occasione per dimostrare - pacificamente - l’ostilità di questa minoranza.

Il timore di attentati ha spinto le autorità a chiudere quasi tutto il centro di Urumqi e una fitta serie di posti di blocco ha limitato i movimenti in un’area altrimenti molto vivace. Nella piazza del Popolo, dove l’accesso era controllato con perquisizioni e metal detector, si sono ritrovate circa tremila persone, quasi tutti han, che hanno salutato il passaggio della fiaccola con slogan come “Viva la Cina” e “Viva le Olimpiadi”.


Oggi la torcia olimpica ha attraversato le strade di Kashgar, antica città della Via della Seta ai confini con il Pakistan e l’Afghanistan e roccaforte del nazionalismo uighuri. Il primo tedoforo è partito dalla piazza dell’antica moschea Id Kah, la più grande della Cina. Poca la gente per strada, anche qui quasi tutti han che hanno festeggiato con coreografie ben orchestrate il passaggio dei tedofori, scortati da 40 agenti con maglietta blu e guanti neri. La comunità islamica, che rappresenta più di metà della popolazione, era rappresentata solo da alcuni leader e dai bambini nei costumi tradizionali.

Negozi chiusi, strade semideserte e polizia ovunque a vigilare contro il pericolo di attentati, dopo l’allarme per possibili azioni di militanti islamici che puntano a creare lo Stato indipendente del Turkestan orientale.

Pechino i gruppi umanitari denunciano. E la repressione è più intensa

L’elenco è lungo: dal difensore dei malati di Aids Hu Jia (condannato a tre e mezzo di prigione), all’avvocato degli inquilini di Shanghai Zheng Enchong (agli arresti domiciliari dopo aver scontato quattro anni di detenzione) fino all’ultimo in ordine di tempo, l’attivista e blogger Huang Qi, arrestato nei giorni scorsi per aver scritti articoli critici verso il comportamento delle autorità locali in occasione del terremoto del Sichuan. Mancano circa 50 giorni all’8 agosto, giorno di apertura dei Giochi Olimpici di Pechino e, secondo i gruppi umanitari, la repressione contro i dissidenti cinesi non accenna a fermarsi, anzi.

In un documento diffuso alla fine dell’anno scorso Amnesty International ha ricordato le vicende di alcuni dissidenti che illustrano il giro di vite dato da Pechino in vista delle Olimpiadi: Wang Ling, condannata in ottobre a 15 mesi di “rieducazione attraverso il lavoro” per aver firmato petizioni e preparato cartelli critici verso la costruzione delle nuove strutture olimpiche; Yang Chunlin, che dopo la pubblicazione del
rapporto di Amnesty è stato condannato a cinque anni (il 24 marzo scorso), per aver scritto e diffuso una petizione dal significativo titolo: “Vogliamo i diritti umani e non le Olimpiadi”; Ye Gouzhou, attivista per il diritto alla casa, che sta scontando quattro anni di reclusione per aver cercato di organizzare una manifestazione per richiamare l’attenzione sulla sorte delle persone che hanno dovuto trasferirsi per far posto alle opere olimpiche, circa un milione e mezzo di persone secondo il Centre on Housing Rights and Evictions (Cohre), un’organizzazione umanitaria basata a Ginevra.

Il caso che ha più suscitato clamore è stato quello di Hu Jia, del quale invano hanno chiesto la liberazione i governi di numerosi Paesi occidentali. Trentaquattro anni, tra i primi a denunciare lo scandalo del traffico di sangue infetto che ha portato ad un’epidemia di Aids nella provincia dell’Henan, Hu è un attivo blogger e promotore dei diritti democratici.

Con l’avvocato democratico Teng Biao, ha diffuso una lettera aperta di denuncia della “vera situazione” dei diritti umani in Cina nell’anno delle Olimpiadi. L’ iniziativa gli è costata tre anni e mezzo di prigione, che gli sono stati inflitti per il reato di aver “incitato a sovvertire i poteri dello Stato”. Teng Biao se l’è cavata con un sequestro durato due giorni, durante i quali è stato “invitato” da un gruppo di agenti del Ministero per la Pubblica Sicurezza a rinunciare ai suoi contatti con giornalisti stranieri, e con la revoca della sua licenza d’ avvocato, decisa dopo che si era offerto di difendere i tibetani detenuti per le manifestazioni anti-cinesi dei mesi scorsi. Inoltre Zeng Jiyan, moglie di Hu Jia e anche lei attivista, e la loro bambina di pochi mesi sono agli arresti domiciliari di fatto dallo scorso dicembre. Il conto alla rovescia tocca i cinquanta giorni mentre la staffetta della fiaccola olimpica; il “viaggio dell’armonia” secondo il Comitato Organizzatore dei Giochi di Pechino (Bocog) - passa per i posti più rischiosi: da oggi è nel Xinjiang, la Regione Autonoma dove vivono tra gli altri circa otto milioni di uighuri, di etnia turcofona e di religione musulmana, e poi - forse - passerà dal Tibet. Testimoni riferiscono che a Kashgar, la città sulla storica Via della Seta ai confini con il Pakistan e l’Afghanistan e capitale del nazionalismo uighuro, sarà consentito seguire il passaggio della fiaccola solo alle persone inquadrate dalla proprie “unità di lavoro”. Le strade sono pattugliate da militari, poliziotti, e vigili del fuoco e ai negozi è stato ordinato di restare chiusi durante il passaggio del simbolo olimpico.

OPERAI CINESI A GOVERNO ITALIANO, IMPEGNO PER NOSTRI DIRITTI

Mentre il Governo italiano discute se sia opportuno o meno partecipare ufficialmente alle Olimpiadi di Pechino 2008, Suki Chung, leader della organizzazione Labour Action China e ospite della campagna italiana Abiti Puliti, ha presentato questa mattina a Roma una lettera al Governo italiano e alle nostre imprese nella quale chiede ”un impegno concreto perche’ le condizioni dei lavoratori nelle fabbriche di abbigliamento sportivo in Cina migliorino davvero”.

Salari di meno di due dollari al giorno, orari di lavoro fino a 18 ore, stabilimenti malsani, maltrattamenti e tanti bambini ancora tra le linee di produzione: ”E’ questa la realta’ che si nasconde dietro i marchi scintillanti di tute, cappellini, attrezzature sportive e palloni che scenderanno in pista alle prossime Olimpiadi”.

Nike, Adidas, Puma, ma anche imprese italiane come Lotto e Kappa ”hanno dato ampia visibilita’ alle loro politiche di responsabilita’ sociale e al loro impegno nel promuovere codici etici - ha continuato l’attivista cinese nel corso dell’incontro con la stampa -. Tuttavia tollerano che in Cina e in molti altri paesi dove fanno confezionare i loro prodotti, non siano rispettati gli standard sociali che consentirebbero una vita dignitosa a centinaia di migliaia di famiglie”.

AMNESTY CHIEDE IL RILASCIO DEGLI ATTIVISTI DI TIENANMEN

Amnesty International ha chiesto oggi alle autorita’ cinesi di rilasciare
decine di persone ancora in carcere dai tempi delle proteste di Tiananmen,
risalenti ormai a 19 anni fa.

‘La repressione di Tiananmen del giugno 1989 fece centinaia di vittime. Da
allora, decine di persone che avevano preso parte alle manifestazioni
languono in carcere, condannati a seguito di processi gravemente iniqui.
Negli anni successivi, molti altri attivisti sono stati imprigionati per
aver ricordato o criticato l’operato del governo nel 1989. Le autorita’ di
Pechino non hanno alcuna scusa per continuare a tenerle in prigione’ – ha
dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty
International.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, le autorita’ cinesi hanno
dimostrato di poter rispondere in modo molto efficiente a una catastrofe
naturale, come il terremoto che il 12 maggio ha sconvolto la provincia del
Sichuan, ai sopravvissuti del quale Amnesty International porge le proprie
condoglianze ed esprime solidarieta’. ‘Chiediamo che il governo si
comporti allo stesso modo quando si tratta di diritti umani, precisamente
del diritto di esprimere pacificamente le proprie opinioni’ – ha aggiunto
Zarifi.

‘In vista delle Olimpiadi, la Cina ha promesso di migliorare la situazione
dei diritti umani. Rilasciare gli attivisti di Tiananmen, rendere
giustizia alle famiglie delle vittime e consentire pubbliche cerimonie
funebri e commemorazioni costituirebbero decisi passi avanti affinche’ i
Giochi lascino un’eredita’ positiva. Invece di perseguitarli, come fa da
anni, il governo cinese dovrebbe aiutare e proteggere i familiari di chi
perse la vita nella repressione di Tiananmen. E’ tempo che la Cina faccia
i conti con questa tragedia, iniziando a riconoscere le proprie
responsabilita’ e a rimarginare questa ferita’ – ha concluso Zarifi.

Ulteriori informazioni

Secondo la Fondazione Dui Hua, che ha sede negli Usa, sarebbero tra 60 e
100 le persone ancora in carcere per aver commesso reati nel corso delle
proteste del giugno 1989. Il numero esatto non e’ noto, poiche’ il governo
di Pechino non lo ha mai reso pubblico.

Nel 2006 le autorita’ hanno rilasciato diversi prigionieri, che tuttavia
rimangono sottoposti a stretta sorveglianza di polizia e al divieto di
prendere parte a qualsiasi attivita’ giudicata ‘sensibile’, come parlare
ai giornalisti.

Le Madri di Tiananmen, un gruppo di attiviste per i diritti umani i cui
figli o altri parenti stretti vennero uccisi nel corso della repressione,
continuano a chiedere alle autorita’ di consentire lo svolgimento di
pubbliche cerimonie, porre fine alla persecuzione delle vittime e delle
famiglie, rilasciare tutte le persone in carcere per aver preso parte alle
proteste pacifiche e avviare un’inchiesta completa e trasparente sugli
eventi del giugno 1989. Nel corso di questi anni, numerose esponenti delle
Madri hanno subito persecuzioni, discriminazioni e arresti arbitrari.

Alcuni casi

- Miao Deshun, arrestato nel giugno 1989 e condannato in primo grado a
morte per incendio. Nel 1991 la pena e’ stata tramutata in ergastolo e nel
1998 a 20 anni. E’ detenuto nella prigione di Yanqing, alla periferia di
Pechino; dovrebbe essere rilasciato il 15 settembre 2018;

- Liu Zhihua, condannato in primo grado all’ergastolo per aver svolto
discorsi ‘anti-governativi’ e aver incitato la folla a compiere ‘atti di
violenza, devastazioni e saccheggi’. Era stato tra i promotori di uno
sciopero in uno stabilimento per la produzione di materiali elettronici,
nella provincia dell’Hubei. La sua condanna e’ stata ridotta a 15 anni nel
settembre 1993 e aumentata a 20 anni nel 1997, dopo il suo coinvolgimento
in una rissa. Con la riduzione di pena di due anni per buona condotta,
ottenuta nel 2001, dovrebbe essere rilasciato il 16 gennaio 2011;

- Wang Jun, operaio di 18 anni della provincia dello Shaanxi. E’ stato
condannato a morte con sospensione della pena per aver lanciato sassi,
distrutto lampioni pubblici e dato fuoco a diversi veicoli nel corso di
‘gravi disturbi politici’ in un’industria della citta’ di Xi’an il 22
aprile 1989. E’ attualmente detenuto nella prigione di Fuping, nella
provincia dello Shaanxi. A seguito di quattro successive riduzioni di
pena, dovrebbe essere rilasciato l’11 dicembre 2009.

Amnesty International chiede al governo cinese di concedere l’amnistia a
tutte le altre persone imprigionate in relazione alle proteste del 1989,
considerando la lunghezza del periodo di carcere gia’ trascorso, la natura
sommaria e iniqua dei processi che determinarono le condanne e il rifiuto
di garantire loro un nuovo processo in linea con gli standard del diritto
internazionale.

A essere stati perseguitati, arrestati e imprigionati sono anche i
giornalisti che si sono occupati della repressione del 1989 e gli
attivisti che hanno sostenuto le richieste di commemorare gli eventi di
Tiananmen. Per Amnesty International si tratta di prigionieri di
coscienza, che devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni:

- Yang Tongyan (conosciuto con lo pseudonimo Yang Tianshui), scrittore
freelance, sta scontando una condanna a 12 anni di carcere nella prigione
municipale di Nanchino, nella provincia dello Jiangsu, per ‘sovversione’,
in relazione a diversi capi d’accusa tra cui aver scritto in favore di
riforme politiche e democratiche. Aveva gia’ scontato 10 anni di carcere
per aver criticato la repressione del 1989 e aver cercato, secondo
l’accusa, di costituire un partito politico di opposizione. Nel 2007
sarebbe stato costretto a lavorare, dalle otto alle 10 ore al giorno, in
un ambiente inquinato da sostanze tossiche, per produrre palloni da calcio
e da pallacanestro. Alla fine dell’anno, sarebbe stato assegnato a fare un
lavoro piu’ leggero, il bibliotecario della prigione;

- Shi Tao continua a scontare una condanna a 10 anni di carcere per aver
diffuso via mail la sintesi di una direttiva del dipartimento centrale
della Propaganda, in cui si davano indicazioni ai giornalisti su come
trattare il quindicesimo anniversario delle proteste del 1989. Dalla fine
del giugno 2007 si trova nella prigione Deshan di Changde, nella provincia
dello Hunan. Le sue condizioni detentive paiono migliorate e sua madre
puo’ ora visitarlo regolarmente. La Corte suprema del popolo ha accolto la
richiesta di rivedere il suo caso ma non si e’ ancora pronunciata nel
merito;

- Kong Youping, ex sindacalista, sta scontando una condanna a 15 anni di
carcere, emessa nel settembre 2004, per aver postato su internet articoli
e poesie che chiedevano la riabilitazione ufficiale del movimento per la
democrazia del 1989. Si trova nella prigione di Lingyuan, nella provincia
del Liaoning.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 3 giugno 2008

I volontari del Sichuan

Wang Xia che incontro a Hanwang è una donna di trent’anni, ma coi capelli corti, in jeans e t-shirt potrebbe essere una ventenne che incontri in discoteca a Pechino. Non è di qui, è arrivata con quattro amici da Xian, un gruppetto di volontari accorsi nell’epicentro del sisma per aiutare. “Quando abbiamo visto le immagini atroci alla tv lunedì sera non potevamo restarcene a casa. Siamo partiti subito. Dieci ore di autostrada sotto la pioggia e siamo arrivati qui, nel cuore dell’inferno”. Si aggirano in mezzo all’ospedale da campo di Hanwang, una cittadina del triangolo della morte: 50.000 abitanti, 6.700 morti già estratti dalle rovine. Un panorama di guerra, file di edifici che sembrano centrati da missili, squartati e accartocciati su se stessi. Siamo ai piedi delle montagne, che incombono sinistre: il verde intenso delle foreste del Sichuan è tranciato da slavine di terra rossa che sembrano ferite aperte. Lassù l’emergenza è drammatica: la scossa di assestamento (5,9 gradi della scala Richter) ha reso di nuovo impraticabili le stradine che l’esercito aveva riaperto con fatica. I villaggi lassù precipitano di nuovo nell’isolamento. Da quelle alture arrivano ancora dei superstiti. Un vecchio contadino si trascina con una gamba sanguinolenta, viene circondato da infermieri in camice bianco, lo allungano su una barella sotto la tenda blu della Croce Rossa cinese. Wang e gli altri volontari si avvicinano, un poliziotto li dirotta verso un camion carico di bottiglie d’acqua perché vadano a distribuirle. “Non importa cosa ci danno da fare, purché possiamo essere utili” dice Wang sorridendo. I cinque amici hanno lasciato a Xian degli impieghi da “precari”: due lavorano in un ristorante, uno in una piccola ditta edile, altri due sono fattorini per un corriere espresso. Sono un campione del nuovo fenomeno esploso in mezzo alla tragedia del Sichuan: una folla di volontari accorsi da tutta la Cina. C’è chi ha caricato su un’utilitaria le scorte alimentari che aveva in cucina ed è partito da Chongqing, da Shanghai, a molte centinaia di chilometri da qui. Ci sono intere società di taxi i cui autisti sono venuti tutti insieme per fare servizio d’ambulanza. Un corteo di Toyota con su la pubblicità di un concessionario d’auto. Un gruppo di camioncini della Iveco, da Nanchino. Furgoni che appartengono a ristoranti, fabbriche di scarpe, negozi di videogiochi. Per attraversare la Cina carichi di provviste, per passare ai posti di blocco dove la polizia dà la precedenza ai convogli militari, i volontari hanno incollato sui finestrini foglietti scritti a mano: “Combattiamo il terremoto, salviamo le vittime”. E’ un fenomeno senza precedenti. Com’è senza precedenti l’afflusso di donazioni agli uffici della Croce Rossa di Pechino: code per donare soldi, vestiti e medicinali, 192 milioni di euro raccolti in poche ore. Per decenni il partito comunista ha visto con sospetto il volontariato, un potenziale concorrente. Solo di recente sono state legalizzate le ong. Ma ai cittadini è stato insegnato che lo Stato è lungimirante e provvede ai grandi bisogni del paese. E dopo l’orgia di collettivismo di Mao, dopo tante “campagne di mobilitazione” dagli esiti sciagurati, era prevalso il riflusso individualista. Con il boom economico è esploso il consumismo, al senso civico sono subentrate le solidarietà di clan, la diffidenza verso gli slogan sull’interesse nazionale. La tragedia del Sichuan rivela un’altra Cina. Nel dolore scatta una unione sincera. Wang Xia e le migliaia di volontari hanno slanci che nessuno ha comandato, hanno trovato la strada da soli.

Pistorius parla delle Olimpiadi di Pechino

Oscar Pistorius non molla. E continua a sperare nelle Olimpiadi di Pechino. Quelle per normodotati. La Iaaf, la federazione internazionale di atletica, gli ha detto no: le protesi in carbonio gli darebbero troppi vantaggi sui concorrenti non disabili. Ma tra due settimane arriverà il verdetto di appello del Tribunale arbitrale di Losanna. “Ma in caso di ammissione, dovrò allenarmi molto: sono sopra di un secondo coi tempi dei 400 metri, per entrare alle Olimpiadi, e non mi rimane molto tempo, al massimo un mese e mezzo”. Anche perché Oscar Pistorius, 21 anni, sudafricano, tra i 100 personaggi più influenti del mondo secondo Time, non si sta allenando molto in queste ore. E’ in Italia per un convegno.

“Il Tribunale di Losanna - racconta Pistorius - sta facendo un buon lavoro, molto approfondito. Non ci resta che aspettare. Ci aspettiamo un risultato favorevole. Ma al di là del mio caso, il nostro lavoro legale è importante per i diritti di tutti gli atleti disabili”.

L’uso delle protesi in carbonio, secondo la Iaaf, dà un vantaggio a Pistorius, eppure, chiede una lettrice da Londra, nessuno tra gli altri atleti disabili si è mai lamentato per il loro uso. “Queste protesi - risponde Pistorius - sono usate dal 1997, dunque da molto tempo. Io le uso dal 2004. Dunque, sono strumenti che lo sport per disabili ha già accettato. E non si sono evolute tecnologicamente. I miglioramenti nei tempi che sono riuscito ad ottenere sono il risultato di impegno, sacrifici, allenamenti, metodo e diete”.

La famiglia di Pistorius lo ha sempre incoraggiato, ed educato ad essere e sentirsi normale. “I miei genitori mi hanno trattato sempre come mio fratello e mia sorella. Non mi hanno mai impedito di fare niente. Mi hanno insegnato a non sentire la mià disabilità come una mancanza, e a sfruttare al meglio le altre mie capacità”.

Cosa l’ha aiutato nei momenti difficili? Chiede un altro spettatore disabile. “La carta vincente è l’atteggiamento mentale. Deve essere positivo. Ci vuole la volontà di risolvere i problemi. Io vedo i vincenti attorno a me, e mi chiedo: perché non posso farlo anch’io? Durante la mia adolescenza ho sofferto perché non usavo bene le mie protesi. Ho dovuto provarne tanti tipi diversi. A 13 anni è difficile affrontare problemi come questi. Ma con la buona volontà si può superare anche questo”.

Negli altri sport, viene considerato giusto l’aiuto della tecnologia, pensiamo agli ultimi modelli di scarpe per l’atletica o alle nuove super tute dei nuotatori, ammesse ai Giochi. Perché le protesi di Pistorius invece non possono essere accettate? “Me lo chiedo anch’io. La tecnologia è una parte dello sport. Ma a decidere cosa va o no, sono le istituzioni dello sport, che decidono per tutti. Io lo confermo: non ho vantaggi dalle mie protesi. Ma la decisione finale non spetta a me”.

Cosa prova a gareggiare con gli atleti normali? “Per me è un’abitudine. Quasi sempre gareggio con loro. In Sudafrica il 90 per cento delle gare le faccio con loro. Per me non è un problema. Loro si rendono conto che i tempi che io ottengo sono frutto dei loro stessi sacrifici. Molti di loro non mi percepiscono come un disabile, ma come uno di loro. Altri invece la pensano diversamente. Un problema comune ad esempio è la dieta. Io in particolare ho un debole per la cucina. Mi piace cucinare, sperimentare piatti nuovi. Conosco più di 50 ricette per il pollo. In quello sono imbattibile”.

A parte la cucina, cosa fai nel tempo libero? “Mi piace guidare le moto, ma il mio allenatore non è molto felice. Poi disegno. Prima giocavo a pallanuoto, ma ho dovuto smettere perché sviluppa una muscolatura sbagliata per un velocista”.

Il tuo caso sta abbattendo le barriere tra abili e disabili? “Certo, Olimpiadi e Paralimpiadi si stanno unendo sempre di più. La separazione in certi casi è giusta, per riconoscere le varie disabilità. Ma bisogna lavorare anche per l’inclusione nello sport, non per l’esclusione. Lo sport è qualcosa che unisce. Unisce le persone. Le culture, le religioni, i generi, le razze”.

E’ vero che la pioggia dà particolarmente fastidio alle protesi di Pistorius? “La pioggia non piace a nessun atleta. Nel mio caso è molto difficile. Devo fare attenzione a calcolare bene il momento in cui la punta della mia gamba artificiale tocca terra. Non avendo la parte inferiore della gamba, la mia percezione è alterata”.

Faresti parte di un boicottaggio contro il governo cinese in difesa del Tibet? “La mia opinione è chiara. Per i politici è facile chiedere agli atleti: non andate ai Giochi. Ma per un atleta le Olimpiadi sono il frutto di 4 anni di vita e di lavoro. Dunque la decisione spetta ad ogni singolo atleta e non può essere imposta dalla politica”.

Sei fidanzato? “Sì, è un’unione perfetta. Lei non sa cucinare, e dunque non rischio di ingrassare per colpa sua”. Pistorius ha girato un video insieme ai Negramaro. Come è andata? “Benissimo. Loro mettono una passione enorme nella loro musica, come io la metto nello sport. Ci siamo subito intesi. Vedere dal vivo il lavoro di una rock band è stupendo”.

Altri morti sulla strada per Pechino 2008

I paesi del mondo stanno tentando un riavvicinamento con la Cina, ma è ancora alta la tensione del paese contro la minoranza religiosa dei tibetani.

Lunedì mattina nella cittadina di Dari, nel Qinghai, la polizia si era recata a casa di un agitatore della causa pro-Tibet per arrestarlo. L’intenzione degli agenti, però, è sfumata quando l’uomo (del quale non sono state divulgate le generalità, ndr) ha opposto resistenza, sparando poi su un agente e uccidendolo. Nella frazione di qualche secondo anche il manifestante è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco dalla Polizia.
In questo episodio di violenza, che dal 14 marzo scorso (l’inizio della rivolta, ndr) attanaglia le minoranza religiosa tibetana, si esprime un’ulteriore, drammatica, crudeltà: l’agitatore non sapeva che l’agente ucciso era in realtà un uomo di origine Tibetana il cui nome era Lama Cedain, come comunicano gli organi di stampa cinesi. Il poliziotto è attualmente acclamato dalle folle come eroe per la causa dell’unità nazionale.
A ridosso di questa tragica dimostrazione del fragile equilibrio tra le due fazioni, è di ieri la notizia secondo la quale la capitale Beijing ha annunciato ufficialmente l’arresto di ben trenta persone manifestanti.
Le condanne dei –presunti ?- delinquenti varieranno da un minimo di tre anni fino all’ergastolo, che nelle carceri cinesi non è decisamente un soggiorno facile.
Immediata la protesta delle associazioni umanitarie le quali chiedono processi pubblici e giustamente valutati. Pechino glissa, in quanto afferma che oltre duecento persone pubbliche abbiano assistito ai processi. (Vorremmo tanto una testimonianza!)
In un articolo apparso sempre ieri sul maggiore giornale cinese, China Daily, si legge l’accusa al Dalai Lama di “seminare menzogne su quanto sta succedendo in Tibet, con pezzi infarciti di voci e di “si dice”. Continua dichiarando: “Il Dalai ha affermato da lungo tempo che chiede l’autonomia e non l’indipendenza. Tuttavia, in una recente intervista ha sollecitato Pechino a ritirare le sue truppe dal Tibet. Come può
Il tentativo del Vaticano di appianare i problemi diplomatici e quello della delegazione francese che tenta anch’essa di ricucire i rapporti che il presidente Sarkozy ha “strappato”, sono segno di una volontà comune di pace. Purtroppo i due morti di lunedì scorso, non la fanno pensare in questo modo e intanto la torcia olimpica sta giungendo a Pechino, protetta da ali di centinaia di poliziotti.

Il Dalai Lama come Pinocchio? Per Pechino sì!

Il presidente cinese Hu Jintao ha invitato il Dalai Lama e i suoi sostenitori a mostrare “sincerità” e li ha di nuovo accusati di essere i responsabili della rivolta in Tibet e del tentativo di danneggiare le Olimpiadi di Pechino 2008.

Hu, che parlava dopo un incontro a Tokyo col premier giapponese Yasuo Fukuda, ha detto che i recenti colloqui delle autorità cinesi coi rappresentanti del leader buddista del Tibet in esilio sono stati “coscienziosi e seri” e che le due parti hanno convenuto di continuare a restare in contatto.

Ma il presidente cinese ha anche attribuito ai sostenitori del Dalai Lama la recente rivolta in Tibet, affermando che essi operano per danneggiare la vetrina dei Giochi olimpici di Pechino ad agosto.

“Speriamo che la parte del Dalai userà le proprie azioni per mostrare sincerità”, ha detto Hu nel corso di una conferenza stampa, invitando i sostenitori del leader buddista a smettere di creare problemi e di cercare di separare il Tibet dalla Cina.

Il Dalai Lama, per parte sua, ha spiegato di volere l’autonomia, e non la piena indipendenza del Tibet, di essere favorevole alle Olimpiadi di Pechino e di respingere l’uso della violenza. Ma per la Cina il suo atteggiamento non è sincero.

Il premier giapponese Fukuda ha detto, nel corso della stessa conferenza stampa, di aver apprezzato la decisione della Cina di tenere colloqui coi rappresentanti tibetani in esilio, e ha chiesto che il dialogo continui.

Uno sguardo che parte da lontano

Il nostro tempo è Qui. E comincia Adesso

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Urbano Cristini, che ringraziamo per il contributo)

L’antipolitica contemporanea porta spesso politici, giornalisti, capi di stato, opinionisti in generale, che tendono a sottovalutare le capacità intellettive e intellettuali di chi ascolta o legge, ad affermare che un evento “non deve essere politico né politicizzato”. Un esempio eclatante ne è la discussione sorta intorno alle prossime Olimpiadi, denunciate di essere state strumentalizzate politicamente, a differenza delle precedenti.

Chi sostiene ciò dimostra una ben scarsa cultura.

Facciamo un salto indietro, anteriore alle Prime Olimpiadi dell’età moderna. Risaliamo con la memoria agli antichi Giochi Olimpici disputati nella Grecia, quasi 3000 anni or sono.

Oltre ad essere una manifestazione sportiva di rilievo, le Olimpiadi avevano un’importanza fondamentale nell’Ellade.

Innanzi tutto erano anche una manifestazione religiosa tributata a Zeus Olimpico, la cui enorme statua, una delle Meraviglie del Mondo, troneggiava ad Olimpia.

In occasione dei Giochi Olimpici, inoltre, le eterne rivalità belliche tra poleis erano sospese. È un particolare da non sottovalutare: non esisteva una nazione greca, né una confederazione tra tutte le città. Ognuna era chiusa su di sé (solo in epoca più tarda ebbero rapporti con le proprie colonie e con le altre città), orgogliosa e fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, gelosa della propria terra. Solo un evento eccezionale come le olimpiadi rompeva questo muro.

Ma i Giochi erano anche un momento culturale, sia per il valore che gli Elleni riconoscevano agli sport, considerati sacri, sia perché alle Olimpiadi erano invitati i più grandi oratori, rethores, della penisola.

A parte alcuni esempi di pura e ridondane retorica, chi parlava all’intera assemblea achea voleva improntare l’evento a principi e valori ben precisi. Generalmente, in modo che oggi si definirebbe nazionalista, si esortavano gli Elleni ad unirsi contro il Re dei Re (il Re dell’impero Persiano), a costituire un “Panellenismo” tra tutti i discendenti di Acheo, basato sui valori di “democrazia” (da notare l’ipocrisia), della cultura, dell’unione contro il nemico barbaros, dell’esportazione della splendente cultura greca oltremare, in un’ottica che vedeva l’Ellade come faro di pace e benessere. Esemplare può essere l’orazione fatta da Isocrate nel 380 a. C., ma sembra di sentire discorsi molto più recenti.

Il culmine fu raggiunto però nel 388 a.C. da Lisia, che, in nome dei valori della “democrazia” greca, si scagliò contro il tiranno Dionigi da Siracusa. L’orazione portò all’attacco e all’incendio delle tende dei Siracusani, che partecipavano anch’essi alla competizione. E la storia si ripeté molti secoli dopo.

Tornando a tempi più recenti, è opportuno ricordare che le VI, le XII e le XIII Olimpiadi furono annullate per i conflitti mondiali, simbolo di quanto siamo riusciti ad ereditare dalle culture di cui spesso ci fregiamo.

Nel 1936, Adolf Hitler organizzò le Olimpiadi di Berlino cercando di mostrare i grandi traguardi culturali, tecnologici e architettonici del III Reich. Da questo punto di vista le XI Olimpiadi furono un successo. All’Olimpiastadium ancora oggi un’enorme volto di Hitler accoglie i visitatori. Ma per lo in ambito sportivo le Olimpiadi furono una disfatta: Hitler aveva espressamente ordinato di preparare al meglio una squadra di atleti tedeschi e “ariani” per mettere il risalto la superiorità di quella razza. Era una squadra indubbiamente di aspetto splendido, muscoloso, alto e biondo, ma completamente priva di esperienza.

Fu perlomeno imbarazzante che Jesse Owens, nero, e quindi per Hitler appartenente ad una razza inferiore, vincesse ben quattro medaglie d’oro, schiacciando l’equipe del Reich. Davanti agli occhi del mondo il Führer mostrò il proprio razzismo abbandonando lo stadio al momento della premiazione.

Ai Giochi Olimpici di Città del Messico, nel 1968, durante la premiazione della finale dei 200 metri, Thomas “Tommie” Smith e John Carlos, medaglie d’oro e di bronzo, salutarono l’inno americano con il pugno teso guantato di nero, simbolo del Black Power. Si scagliarono così contro le discriminazioni razziali verso i neri negli USA, che ancora non avevano gli stessi diritti civili della popolazione bianca.

Un tragico incidente pesò invece alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un gruppo di Palestinesi del gruppo Settembre Nero presero in ostaggio la squadra israeliana. L’evento si concluse nel sangue degli attentatori e degli atleti durante una sparatoria con la polizia. Le Olimpiadi furono sospese per un giorno, e il fatto che continuassero fu aspramente criticato.

Nel 1976, a Montréal, i paesi africani chiesero l’esclusione dai Giochi della Nuova Zelanda, la cui squadra di rugby aveva partecipato ad un incontro in Sudafrica, dove vigeva l’apartheid. Il CIO rifiutò e 31 nazioni boicottarono i giochi.

USA e URSS boicottarono i giochi degli avversari, rispettivamente a Mosca, nel 1980, e a Los Angeles, nel 1984, in piena Guerra Fredda. La Repubblica Popolare Cinese prese parte invece a questi ultimi.

La Corea del Nord e Cuba si rifiutarono di partecipare ai Giochi nel 1988 a Seoul.

Il centenario delle Olimpiadi, ad Atlanta nel 1996, fu di nuovo teatro di tragedia.

Oltre alle critiche per la scelta dello sponsor, la Coca-Cola, che sanciva definitivamente l’assoggettamento dello spirito sportivo agli interessi delle multinazionali, ci fu un altro attentato terroristico la cui matrice è tuttora ignota.

Le Olimpiadi del 2000, si svolsero senza incidenti, probabilmente perché l’Occidente sente molto lontano da sé stesso le discriminazioni e le ingiustizie che da oltre 200 anni perseguitano i Maori.

Affermare quindi che le Olimpiadi di Pechino, le XXIX, non debbano essere uno spettacolo politico, appare una farsa dopo millenni che dimostrano il contrario.

Semmai non devono essere un prodotto partitico, in cui gli atleti si fanno promotori degli schieramenti parlamentari, dei governi, dei regimi, delle questioni puramente ideologiche.

Gli sport, e soprattutto le Olimpiadi, non sono un semplice calcolo chimico-matematico di muscoli, forze, tempi degli atleti. Vederle così vuol dire sminuirne enormemente il valore.

Lo Sport è altro. I Giochi Olimpici e il loro Spirito sono altro.

Lo Sport non è bello solo perché è divertente, perché fa muovere, perché è agonistico.

Ma perché è il frutto dell’impegno e della costanza nella preparazione della disciplina, della dedizione profonda a quello Spirito. Sono espressione dei principi della correttezza e della lealtà, dell’amore della competizione alla pari, del rifiuto di fare qualcosa solo per motivi economici.

Quando si è lì sul campo, sull’arena, nello stadio, si crea lo spirito di fratellanza, uguaglianza e unione che poche altre esperienze sono in grado di generare.

Questo Spirito si trasmette anche nel giuramento prestato da un membro della squadra ospitante:

“A nome di tutti i concorrenti, giuro che prenderemo parte a questi Giochi olimpici rispettando le norme che li regolano, nel pieno spirito di sportivi, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre”.

Non riconoscere nello sport questi principi politici è da miopi. O da chi volontariamente non vuole vedere.

Questo è l’impegno politico, nello sport e nella vita, che poteri forti vorrebbero annientare definitivamente, ponendoci tutti nell’adorazione dell’altare del denaro.

Questo è lo Sport e l’essere Sportivi.

I Giochi sono importanti per la pubblicità dell’evento, per i guadagni fatti, e per i finanziamenti che i paesi ottengono. Ma sono ancora più fondamentali perché la città olimpica e gli atleti sono al centro del palcoscenico del mondo. È quindi anche una grande occasione di risalto.

Possiamo sperare molto per Pechino 2008. Non interventi armati, né pro Tibet, né di repressione violenta, come spesso assistiamo in questi giorni, né attacchi terroristici sullo stampo di Monaco 1972. Possiamo sperare che gli atleti, esponendosi alle critiche anche dei loro governi, che li vorrebbero solo come strumenti di gloria dei propri paesi, diano una forte testimonianza di libertà e di giustizia, come coraggiosamente fecero Smith e Carlos quaranta anni fa. Possiamo sperare che di nuovo i loro volti e i loro sguardi si levino a guardare in faccia il potere, e ad accusarlo e a denunciarlo.

Concludo con una poesia, una delle mie preferite, di Piero Calamandrei.

In lei c’è scritto “Camerata Kesselring”, ma basta cambiare queste parole con “Presidente Bush”, “Segretario Stalin”, “Mao”, “Generale Silla”, “Eccellenza Mussolini”, “Comandante Castro”, “Robespierre”, “Colonnello Chivington” “Reynald de Chatillon”, “Capitano Cortés”, affinché resti sempre attualissima.

Attuale contro ogni potere che si arroga il compito di pensare per l’altro, che fornisce la scelta già fatta, che svuota la donna e l’uomo di ciò che li distingue dalle bestie, il Libero Arbitrio e la Ragione, e che offrono solo quella felicità frivola, insignificante e “bovina”, risultato dell’unica libertà che sono in grado di offrire: libertà DAL pensiero, libertà DALLA Scelta.

Una libertà che al giorno d’oggi è sempre più ben accolta.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
Ora e Sempre
RESISTENZA

Pinocchio espulso dalla Cina…!!!

Povero Collodi, chi glielo avrebbe detto di finire sotto la scure della censura cinese. Succede anche questo, nel clima di psicosi che si è generato a Pechino dopo le contestazioni internazionali contro la fiaccola olimpica. Le autorità cinesi vedono rischi dappertutto, anche le più amichevoli manifestazioni culturali possono nascondere un agguato, l’occasione per una protesta.

‘ultima vittima del giro di vite è Le avventure di Pinocchio, ovvero bugie musicali, spettacolo per l’infanzia messo in scena dall’Associazione Dall’Orto di Firenze. Dovevano rappresentarlo alla Beijing Concert Hall ai primi di giugno (in occasione della locale Festa del Bambino), poi portarlo in tournée in altre cinque città della Repubblica Popolare. Tutto concordato con mesi di anticipo. L’Istituto Italiano di Cultura e la Regione Toscana avevano ricevuto un regolare invito dalle autorità locali. Poi il clima è cambiato.

Improvvisamente la censura di Stato ha voluto controllare il testo tradotto in mandarino: forse a caccia di allusioni ai diritti umani? L’innocuo testo di Collodi è passato sotto l’esame dei censori, ma neppure questo è bastato a rassicurare il governo. Pinocchio è stato cancellato, la recita a giugno non si farà.

All’Istituto Italiano di Cultura sono rimasti allibiti di fronte alla motivazione: “ragioni di sicurezza”. Resteranno a casa anche gli Sbandieratori di Cori. Loro dovevano esibirsi in una grande fiera enogastronomica promossa a Pechino dall’Unione europea: la Food, Wine, Tourism and Culture Extravaganza prevista il 10 e 11 maggio. Cancellata. Con la stessa giustificazione: “esigenze di sicurezza”. Forse per timore che i nostri sbandieratori tirassero fuori all’improvviso l’emblema del Tibet? Rischiano di saltare anche una esposizione di foto su tutte le Olimpiadi precedenti (compresa Roma 1960) e il festival della Fotografia, altri due eventi ufficiali concordati da tempo e per i quali erano stati commissionati interventi dall’Italia. Ma non è il nostro paese a essere preso di mira in modo particolare.

Vengono revocate una dietro l’altra importanti manifestazioni culturali francesi, inglesi, americane. E perfino cinesi: un popolare concerto di pop music all’aperto è stato vietato senza preavviso, sempre per la medesima ragione. Con disagi e costi non indifferenti per gli organizzatori: biglietti aerei già comprati e talvolta non rimborsabili, prenotazioni di hotel disdette all’ultimo.

In questi anni Pechino è diventata una grande metropoli cosmopolita, dalla vita culturale sempre più intensa. Sono state costruite e inaugurate strutture ambiziose come il nuovo teatro dell’Opera disegnato dall’architetto francese Paul Andreu, per ospitare un cartellone internazionale. I Giochi dovevano segnare l’apoteosi di questa città, consacrare definitivamente l’apertura di Pechino al resto del mondo. Invece sta succedendo il contrario. Inviperito dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, il regime si comporta come se fosse in stato di assedio.

Vuole ridurre le occasioni di contatto con l’estero in questo periodo “critico”. Spettacoli, fiere, convegni internazionali sono sospetti: potrebbero servire da paravento per infiltrare nel cuore di Pechino agenti provocatori del Dalai Lama. E’ la stessa ragione per cui i consolati cinesi hanno ricevuto da settimane l’ordine di centellinare i visti, anche per viaggi d’affari, moltiplicando le complicazioni burocratiche. All’inizio il governo cinese ha smentito la stretta sui visti. Di fronte al coro di proteste che si è levato dall’Unione europea all’America, da Hong Kong all’Australia, solo ieri i cinesi hanno ammesso che sì, le regole sui visti sono cambiate. “Normale prassi in tutti i paesi che ospitano le Olimpiadi”, è la spiegazione ufficiale.

Lo strano percorso: la”lunga marcia”della torcia olimpica (parte XVII - Macao)

La staffetta della fiaccola olimpica è passata da Macao, la capitale cinese del gioco d’azzardo, portata tra gli altri dall’imprenditore Stanley Ho, fondatore del primo casinò della città che oggi ha 88 anni. L’ ‘altra meta” della fiaccola olimpica, quella che dovrebbe essere portata sulla cima dell’Everest da un gruppo di alpinisti, è invece bloccata a causa di un’improvvisa nevicata.

A Macao decine di studenti universitari hanno innalzato cartelli contro la Cnn, accusata come altri mezzi d’ informazione occidentali di non aver riportato con obiettività le notizie sulla rivolta in corso in Tibet da quasi due mesi. La sicurezza è stata severa e si prevede che lo sarà anche a Sanya, la prima località della Repubblica Popolare Cinese ad essere toccata dalla staffetta della fiaccola dopo le proteste che l’hanno caratterizzata nel suo viaggio per il mondo. Manifestazioni pro-Tibet e anticinesi hanno accompagnato quasi tutte le tappe della fiaccola, dalla sua partenza da Olimpia in Grecia alle clamorose contestazioni di Londra e Parigi fino alle proteste di ieri ad Hong Kong.

Il momento più delicato si avrà con il passaggio della fiaccola dal tormentato territorio del Tibet dove anche questa settimana si sono svolte dimostrazioni contro la Cina ed a favore del Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio da oltre cinquant’anni. Sull’Everest, la montagna più alta del mondo, da ieri sta nevicando e il gruppo di alpinisti che dovrebbe portarla sulla cima è bloccato nel campo base delle spedizioni, a 6.500 metri.

I meteorologi segnalano che le nevicate sull’Everest possono protrarsi per alcuni giorni. Per ora, la scalata alla vetta di 8.848 metri è solo rimandata. I pochi giornalisti invitati a seguire l’ evento sono anche loro bloccati al campo base e si lamentato della scarsità di notizie. “Tutto quello che sappiamo - ha detto uno di loro - è che la fiaccola si trova da qualche parte in Tibet. Nessuno ci ha detto se e quando sarà portata sulla cima e come potremo seguire l’avvenimento”.

La tattica di Pechino verso l’occidente

Hanno varcato la frontiera cinese arrivando all’aeroporto intercontinentale di Hong Kong: uno in provenienza dalla Svizzera, l’altro dagli Stati Uniti. Poi sono sbarcati sulla terraferma a Shenzhen, la città-boom cresciuta dal niente a dodici milioni di abitanti in meno di vent’anni, un simbolo della potenza economica cinese. E oggi a Shenzhen i due esuli tibetani, rappresentanti ufficiali del Dalai Lama, avranno un incontro con le autorità cinesi. Si apre così quello che è stato battezzato il “dialogo” tra il regime di Pechino e il Dalai Lama, un termine che rischia di rivelarsi ottimista e prematuro.

L’incontro , che catalizza l’attenzione internazionale, è il primo contatto tra le autorità cinesi e il governo tibetano in esilio dopo l’insurrezione divampata a Lhasa il 14 e 15 marzo. Ma non è quella novità clamorosa che il governo cinese ha “venduto” alle diplomazie occidentali come un segno della sua buona volontà. In realtà i contatti tra Pechino e gli emissari del Dalai Lama hanno una storia lunga e ingloriosa.

Solo nell’epoca più recente si sono consumati ben sei cicli di consultazioni bilaterali, dal 2002 alla fine del 2007, senza alcun risultato. Quei precedenti rendono scettici i tibetani. “Non abbiamo grandi aspettative - ha dichiarato ieri il premier del governo in esilio Samdhong Rinpoche - ma siamo contenti che ci si parli”. Più secco il comunicato della Gioventù tibetana, un’organizzazione radicale che continua a rivendicare l’indipendenza dalla Cina (obiettivo più volte sconfessato dal Dalai Lama). “Le nostre esperienze passate non ci ispirano fiducia - è stato il commento dell’associazione giovanile - perché i cinesi non sono mai stati sinceri”.

Il sospetto che i due portavoce del Dalai Lama possano essere strumentalizzati è avvalorato dall’atmosfera che si respira a Pechino. Mentre l’incontro è stato pubblicizzato all’estero, a uso e consumo dei governi occidentali, in Cina nessun mezzo d’informazione ne ha dato notizia. Al contrario i mass media governativi continuano a lanciare contro il Dalai Lama bordate di accuse a cadenza quotidiana. Ieri il Quotidiano del Tibet ha pubblicato un editoriale di fuoco: “Il popolo patriottico del Tibet condanna duramente e denuncia con vigore la catena di crimini commessi dal Dalai Lama e dai suoi seguaci”. Nella migliore delle ipotesi, la tattica cinese punta a intimidire gli interlocutori per avviare il negoziato da posizioni di forza, e concedere il minimo possibile. Ma è azzardato pensare che il regime cinese sia intenzionato a negoziare e a fare concessioni.

L’incontro è la conseguenza del “gesto” che il presidente Hu Jintao ha fatto giorni fa per allentare la tensione internazionale sul Tibet, e riparare i danni all’immagine esterna della Cina. La tempistica non è stata lasciata al caso. Sono passate sette settimane dai violenti disordini di Lhasa, a cui è seguita una dura repressione militare che ha isolato il Tibet dal resto del mondo, con massicce retate nella popolazione e nei monasteri buddisti, condanne esemplari al carcere, deportazioni e campagne di “rieducazione” dei monaci. Mancano tre mesi ai Giochi di Pechino, minacciati dalle proteste che hanno accompagnato il percorso mondiale della fiaccola.

La fiaccola è tornata finalmente sulla terraferma cinese, dove ogni manifestazione può essere prevenuta con tutta la forza dell’apparato repressivo cinese. La tappa di Macao è stata tranquilla: a differenza che a Hong Kong, nella ex colonia portoghese non si sono registrate proteste. La Las Vegas d’Oriente aveva preso precauzioni accorciando e spostando l’orario della staffetta. Alla fine si ricorderà solo che tra i tedofori c’era il settantenne Stanley Ho, uno dei miliardari più facoltosi dell’Asia, magnate del gioco d’azzardo i cui casinò nel 2006 hanno superato il fatturato di quelli del Nevada.

Ora che la fiaccola sembra al sicuro e il governo “gioca in casa”, può alternare i toni intransigenti e le aperture. È una tattica che sembra efficace verso l’Occidente. Hu Jintao ha annunciato l’apertura del dialogo con il Dalai Lama solo dopo avere incassato le scuse di Nicolas Sarkozy per le manifestazioni di Parigi contro i Giochi. Dopo Londra, Parigi e San Francisco il governo cinese ha soffiato sul fuoco del nazionalismo, tra la gioventù in patria e nelle vaste comunità della diaspora. Si è arrivati alle manifestazioni xenofobe, alle minacce di boicottaggio del made in France, alle intimidazioni contro la stampa estera. Dopo il mea culpa di Sarkozy, il regime cinese ha cambiato i toni.

Da Internet sono scomparsi d’incanto alcuni blog che invocavano manifestazioni e rappresaglie. La polizia è andata a sorvegliare i supermercati Carrefour per contenere il patriottismo anti francese dei giovani.
L’incontro coi tibetani a Shenzhen sembra il tassello di un’operazione d’immagine. Il Dalai Lama non può rifiutare l’offerta di dialogo. La diplomazia cinese può prolungare gli incontri moltiplicando le richieste di “garanzie” alla controparte: infinite volte sarà richiesto al Dalai Lama di rinunciare all’indipendenza, di sconfessare i ribelli, di condannare le violenze anti cinesi del 14 e 15 marzo.

Giocando sul tempo la speranza di Pechino è di placare l’atmosfera in Tibet, e dissuadere i leader occidentali tentati dal boicottaggio della cerimonia inaugurale dei Giochi. Nel lungo termine si tratta di arrivare fino al giorno della morte del Dalai Lama, per controllare la successione e pilotarla verso un leader più malleabile.

Tòh..è morto qualcuno verso Pechino?

Nel giorno in cui la fiamma olimpica rientra sul suolo cinese, dopo aver viaggiato per 20 paesi con meta Pechino 2008 e aver catalizzato le attenzioni di tutti gli attivisti pro-tibet, arriva anche la prima ammissione ufficiale da parte delle autorità di Pechino dell’uccisione di un manifestante durante uno scontro a fuoco avvenuto nella provincia occidentale del Quingai nella quale è stato ucciso anche un agente della polizia.

Secondo il dispaccio rilasciato dell’agenzia cinese l’uomo sarebbe stato riconosciuto dagli agenti che stavano indagando su un “gruppo di insorti che chiedevano l’indipendenza del Tibet” e che, durante gli scontri avvenuti lo scorso 21 Marzo nella città di Hongke, avrebbe cercato di convincere dei pastori Tibetani del distretto di Dari a insorgere creando un secondo fronte dopo quello di Lhasa. L’uomo, sempre secondo l’agenzia “Xinhua”, avrebbe “opposto resistenza all’arresto e da qui ne è nata una sparotoria e un agente è stato ucciso, i suoi colleghi hanno risposto al fuoco uccidendo il sospetto”: questa la ricostruzione ufficiale dei fatti.

La notizia arriva il giorno successivo a quella del processo pubblico a trenta manifestanti arrestati durante la rivolta di Lhasa; pesante il verdetto: tre persone sono state condannate all’ergastolo, tutte accusate di aver assalito locali governativi e stazioni della polizia oltre che di aver guidato alla rivolta altri manifestanti, mentre altre cinque monaci hanno preso condanne dai 15 ai 20 anni sempre per assalto ai negozi e resistenza a pubblico ufficiale.

Per la prima volta dunque, le autorità cinesi ammettono l’uccisione di un manifestante tibetano (di cui, tra l’altro, non è stata resa pubblica l’identità), anche se sembra evidente la giustificazione della “legittima difesa” che viene suggerita dall’agenzia di stampa che ha dato la notizia dell’accaduto. Dall’inizio degli scontri il numero delle vittime secondo il governo di Pechino è di 18 civili e di un poliziotto; dati macroscopicamente discordanti con quelli forniti invece dal governo tibetano in esilio che parla di oltre 140 morti durante la dura repressione cinese. Purtroppo è difficile ricostruire a distanza il mosaico di una situazione che, oltre alla complessità oggettiva del tema dell’autonomia Tibetana e della sua lotta, deve fare i conti con la censura che il governo cinese sembra voler continuare a perpretrare nascondendosi dietro il dito della presunta autonomia relativa ai “problemi interni” che secondo Pechino non dovrebbero interessare alla comunità internazionale.

Un ulteriore distorsione che rende difficile l’analisi della situazione attuale del conflitto Cina-Tibet nasce dall’effeto “megafono” che le Olimpiadi di Pechino 2008 inevitabilmente hanno portato; se da un lato i tibetani hanno ovviamente sfruttato l’attenzione internazionale per i Giochi Olimpici per portare alla luce un problema che da anni era relegato al livello di problema “locale”, per lo meno sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, dall’altro si corre il rischio di compromettere quanto di buono si era fatto, e si sta tutt’ora facendo, per avvicinare con una politica di approccio “morbido” il governo di Perchino e spingerlo a rivedere le sue politiche di gestione dei problemi interni e quindi anche di quello tibetano.

Alla luce però di quanto sta accadendo il rischio di un “irrigidimento” delle posizioni del governo cinese sulla questione tibetana è realistico, soprattutto per quella sorta di “complesso” che i cinesi hanno dimostrato soffrire in ambito internazionale nel voler mostrare a tutti i costi la solidità del proprio potere e la stabilità interna del paese. In quest’ottica bisogna leggere le aperture del Dalai Lama e i suoi appelli a non boicottare le Olimpiadi di Pechino 2008, proprio per evitare di compromettere quell’occasione speciale di dialogo che i Giochi rappresentano. Se dunque la notizia dell’ammisione dell’uccisione di un manifestante tibetano non deve stupire, dall’altro potrebbe essere semplicemente sintomatica di una presa di posizione rigida da parte di Pechino, solitamente molto attenta a far “filtrare” le notizie, con un segnale forte e atto a scoraggiare ulteriori disordini in vista delle ormai imminenti Olimpiadi di Pechino 2008 .

Irruzione nella fabbrica di bandiere pro-Tibet

l teatro dei fatti è una fabbrica situata a Guangdong, regione meridionale della Cina dove è venuto alla luce un insolito commercio.

Bandiere inneggianti la libertà per il Tibet, in aperta contestazione contro il governo cinese e le sue olimpiadi di Pechino 2008, erano pronte per essere spedite in gran numero attorno al mondo. E, ironia della sorte, nascevano proprio in Cina.

I proprietari della fabbrica e i lavoratori hanno dichiarato di non essere a conoscenza del significato della bandiera e di aver avvertito le autorità competenti del tipo di prodotto che stavano preparando non appena alcuni di loro lo hanno avvistato tra le mani di alcuni manifestanti in immagini di proteste al passaggio della fiaccola olimpica diffuse online e in tv.

La polizia sostiene che la richiesta di produrre le bandiere provenga dall’estero e che, molto probabilmente, alcuni lotti siano già stati consegnati. Da parte delle autorità cinesi, il timore è che le bandiere “incriminate” possano già fare la loro comparsa durante il passaggio della torcia olimpica in territorio cinese.

Parigi, Londra, San Francisco, tra le altre, hanno accolto la fiaccola tra tensioni e contestazioni. Qualche giorno fa a Seul la polizia è riuscita a impedire che un cittadino nord coreano si desse fuoco in segno di protesta. L’atteggiamento della polizia cinese è dunque molto vigile e c’è l’esplicita intenzione di sbarrare la strada, in senso letterale, a chi intende far giungere le bandiere nelle prossime tappe verso le olimpiadi di Pechino 2008. Sono previste, infatti, una sorveglianza speciale e la possibilità di ispezioni dei veicoli lungo le strade che conducono verso la metropoli cinese.

La strada verso Pechino 2008 è ancora lunga, e colorata di bandiere…

Pechino 2008 medaglia d’oro per la repressione

Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd), commenta in esclusiva per AsiaNews la notizia, riportata ieri dall’agenzia statale Xinhua, della condanna di 17 tibetani, arrestati per le proteste del 14 marzo a Lhasa, represse dall’esercito cinese. Intanto ieri Xinhua ha ammesso uno scontro a fuoco nella contea di Dori, nella zona tibetana del Qinghai, il 28 aprile, tra polizia andata ad arrestare un leader pro-Tibet e popolazione. Sono morti un poliziotto e un tibetano.

“Dal 17 marzo, quando le autorità cinesi hanno invitato chi nei giorni prima aveva fatto proteste pacifiche a costituirsi – osserva Urgen – la polizia ha arrestato oltre 5mila tibetani. Ci risulta che più di mille sono stati soggetti a maltrattamenti e torture e molti poi rilasciati mostrano problemi psichici e fisici. I funzionari cinesi sono indottrinati con un’ideologia che considera la tortura come uno strumento utile per eliminare gli ‘elementi contro-rivoluzionari’. Da anni la Commissione per i diritti umani presso le Nazioni Unite ha chiesto al governo cinese di consentire al Relatore speciale per la religione e a quello per la Detenzione arbitraria di visitare il Tibet e riportarne la situazione, ma la Cina non li ha invitati a entrare nel Tibet”.

“Anche se la Cina il 12 dicembre 1986 ha firmato la Convenzione Onu contro la Tortura e gli altri trattamenti e punizioni digradanti, i tibetani detenuti sono ancora soggetti a violenze. Dal 1986 al 1999 circa 60 prigionieri politici tibetani sono morti per le torture subite in carcere”.

Pechino afferma che il processo contro i tibetani è stato equo e pubblico, mentre Human Rigths Watch ha denunciato ieri che un gruppo di avvocati che si sono offerti di difenderli è stato “avvertito” dal ministero della Giustizia che questo avrebbe potuto rendere difficile il rinnovo delle loro licenze.

“A mia opinione – prosegue Urgen – la Cina ha reso pubblici arresti e condanne per saggiare la reazione della comunità internazionale, considerata l’attenzione dei media mondiali in vista delle Olimpiadi e le pressioni dei leader mondiali su Pechino per il Tibet. Indicare la notizia di questo minuscolo numero di condanne senza dare dettagli precisi, è un’astuta manovra per saggiare le reazioni mondiali, e questo è solo l’inizio. In modo graduale, saranno comunicati sempre più arresti e sentenze di condanna”, magari grazie a confessioni “estorte con la tortura”.

“I dimostranti pacifici arrestati sin dal 10 marzo e che ancora languono in carcere, sono stati accusati di ‘aver messo in pericolo la sicurezza statale’. Chi ha anche soltanto espresso un’opinione in contrasto con quella del governo, è stato arrestato per ‘dissenso politico’ o per ‘opinioni sovversive’. Le autorità cinesi spesso dichiarano che i tibetani hanno confessato i loro crimini, e lo stesso sarà accaduto con questi 17 condannati. Il mondo sarà informato che questi tibetani hanno ‘confessato’ i loro delitti”.

“Ma sono confessioni ottenute sotto tortura. E’ noto che i cinesi utilizzano la tortura come strumento di ‘controllo’ sui tibetani, colpevoli di ‘dissenso politico’ o di ‘opinioni sovversive’. Già da molti anni, i tibetani sono stati arrestati per avere parlato con stranieri, cantato una canzone patriottica o per il possesso di una foto del Dalai Lama.”

“Oggi i monasteri sono circondati, sotto stretta vigilanza di esercito e polizia. Nel Tibet la situazione è molto tesa e siamo davvero preoccupati, mentre si avvicinano le Olimpiadi di Pechino 2008 e ci sarà un forte aumento di informazioni e notizie dal Paese: questo può portare solo problemi per noi tibetani.”

Le foto riportate sono state scattate il 16 marzo scorso nella provincia tibetana autonoma di Amdo, che attualmente fa parte della provincia settentrionale cinese del Sichuan. Secondo il Free Tibet Campaign, il massacro è iniziato dopo che i religiosi del monastero di Kirti hanno inneggiato al “Tibet libero” ed al Dalai Lama. Ai monaci si sono aggiunte 400 religiose buddiste e gli studenti della scuola media tibetana locale.
La polizia cinese, che controllava a vista il monastero sin dall’inizio delle proteste (il 10 marzo scorso), ha aperto il fuoco contro la folla. Secondo i dati del governo tibetano in esilio, circa 20mila tibetani del Sichuan hanno protestato in segno di solidarietà con i monaci tibetani. Delle 20 vittime accertate della repressione, 9 sono state identificate: fra questi, ragazzi di 15 e 17 anni.

Pechino 2008: nazionalismo alle stelle

Canti, danze, corse e perfino preghiere segnano l’inizio del conto alla rovescia per gli ultimi 100 giorni prima delle Olimpiadi di Pechino 2008. All’esaltazione gioiosa si mescola un incremento del nazionalismo e una “guerra di popolo” contro i media stranieri, le potenze occidentali, gli attivisti democratici locali. Intanto, la torcia è tornata su territorio cinese ad Hong Kong.

La festa “dei 100 giorni” ha visto una maratona a cui hanno partecipato 10 mila abitanti della città; danze tradizionali davanti al “Nido d’uccello”, il nuovo stadio; un nuovo inno con le voci di 100 famosi cantanti e – secondo Xinhua – anche una serie di preghiere nelle chiese di Pechino pr il successo dei Giochi. Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio) ha espresso la sua soddisfazione e ha predetto che le Olimpiadi di Pechino 2008 saranno “un grande successo”.

In effetti le costruzioni sportive sono ormai terminate, come pure le infrastrutture (nuovo terminal dell’aeroporto, metropolitane, strade). Pechino ha speso finora 40 miliardi di dollari Usa e si prepara a spendere altri 2,1 miliardi per lo svolgimento dei Giochi di Pechino 2008.

Anche l’impegno contro l’inquinamento sembra avere qualche successo. Dal 2001 Pechino ha speso oltre 15 miliardi di dollari per spostare fabbriche inquinanti fuori città, trasformare impianti a carbone in elettriche e aggiungere linee sotterranee per limitare il traffico di superficie.

Il fervore delle preparazioni e della vendita di biglietti per le cerimonie, sembra fare dimenticare tutte le polemiche e le manifestazioni scoppiate al passaggio della torcia nel resto del mondo per criticare la Cina sul Darfur, sull’ambiente, su diritti umani e sulla repressione in Tibet.

La campagna lanciata dai media cinesi contro “il terrorismo” dei tibetani, “il Dalai Lama e la sua cricca”, i tentativi di “dividere la madrepatria” hanno fatto salire alle stelle il nazionalismo della popolazione, che giudica i tibetani “irriconoscenti” verso la Cina per tutto lo sviluppo portato ad essi. Il nazionalismo ha cementato anche le comunità cinesi d’oltremare, di solito piuttosto indipendenti rispetto alla politica del governo centrale.

Un altro tema dimenticato sono i diritti umani. Nel 2001 le autorità cinesi, per vincere la candidatura di Pechino ai Giochi avevano promesso un miglioramento nella situazione dei diritti umani. Ormai di questo tema non se ne parla e perfino gruppi di attivisti democratici cinesi rimangono silenziosi per timore che una qualunque critica al governo venga tacciata come “anti-patriottica”. Dopo una campagna contro i media occidentali “prevenuti” contro la Cina, e troppo partigiani del Tibet, le richieste sui diritti umani sono giudicati dalle autorità solo come uno “strumento” dell’occidente per “demonizzare” la Cina.

I giornali del Partito continuano a chiedere a tutta la popolazione di impegnarsi in una “lotta di popolo” contro chi vuole dividere la nazione e chi vuole distruggere con il “terrorismo” la bellezza dei Giochi e la gloria della Cina. Per questo Zhou Yongkang, membro del Politburo ed ex ministro della Pubblica sicurezza, ha chiesto alla popolazione di lavorare in stretto contatto con la polizia per rivelare fatti, persone e casi sospetti di terrorismo, che tendono a dividere la nazione e rovinare i Giochi.

In ossequio a Pechino il governo di Hong Kong ha proibito l’entrata nel territorio a Tsering Lama, Kate Woznow e Matt Whitticase 3 attivisti pro-Tibet, oltre allo scrittore cinese Zhang Yu, proveniente dalla Svezia. Giorni fa il dipartimento dell’immigrazione ha negato il visto anche allo scultore danese Jens Galschiot ai suoi due figli, attivisti per i diritti umani. In questi giorni è attesa ad Hong Kong anche l’attrice Mia Farrow, che sostiene una campagna di bicottaggio contro la Cina per il suo operato nel Darfur.

In attesa di Pechino 2008, arrivano le condanne

Dopo gli arresti, le condanne. La giustizia cinese ha emesso le prime sentenze nei processi alle persone coinvolte nelle manifestazioni contro Pechino del marzo scorso a Lhasa, la capitale del Tibet. Le pene inflitte sono durissime e, in alcuni casi, arrivano persino all’ergastolo.

La decisione, dice l’agenzia Nuova Cina, è stata presa da un tribunale di Lhasa, che ha giudicato 17 persone. La Cina sostiene che i manifestanti hanno provocato la morte di almeno 18 “civili innocenti” e di un poliziotto. Accusati di aver preso parte agli scontri, gli imputati sono stati condannati a pene che vanno dai tre anni di reclusione all’ergastolo. La sentenza è stata annunciata durante una seduta pubblica, alla quale hanno assistito circa 200 tra monaci buddisti e comuni cittadini.

Quelle di oggi sono solamente le prime decisioni dei giudici cinesi sugli scontri dello scorso mese. Altre condanne sono attese nelle prossime settimane. Non è chiaro quanti siano i tibetani in attesa di processo per la rivolta: la Cina sostiene che ne sono stati arrestati 400 solo a Lhasa, ma i gruppi in esilio parlano di oltre 2.000 persone finite in manette.

Le proteste anti-cinesi nella capitale del Tibet erano iniziate il 10 marzo, nell’anniversario della rivolta contro la Cina del 1959. Quattro giorni più tardi la situazione è degenerata e le manifestazioni si sono estese anche in altre regioni. Pechino ha accusato il Dalai Lama di aver fomentato la rivolta per boicottare le Olimpiadi di Pechino, mentre le autorità tibetane in esilio sostengono che la repressione cinese ha causato la morte di più di 150 persone.

Annoveriamo, tra le nuove specialità olimpiche, il “tiro al tibetano” ed il “lancio del monaco”?

Qualcuno ha proposte migliori?

Prima medaglia d’oro agli ipocriti capi di stato

Mentre i cinesi gli massacrano il Tibet con violenze e massicci arresti dei monaci, mentre il mondo parla di boicottare Pechino 2008, il Dalai Lama invita gli sportivi ad andare all’Olimpiade, ma a manifestare durante i Giochi.

Intanto Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, l’Unione europea e Bush fanno sapere che non ci saranno alla cerimonia inaugurale. E la Cina denuncia complotti islamici contro gli stranieri.

Per lo sport siamo al patetico: «Andiamoci, ma facciamo sapere che sappiamo». Comprendiamo l’imbarazzo degli atleti, che difendono i valori dello sport e il “sogno della vita”, per il quale si sono allenati per quattro anni, ma sanno anche che, nel nome della perfetta organizzazione, il pretesto olimpico servirà ad accentuare la repressione violenta (per fortuna, c’è ancora Internet a far circolare espressioni di libertà!).

La situazione è ancora confusa e un po’ “esplosiva”, come dimostra il viaggio della fiaccola olimpica, che mezzo mondo tenta di aggredire e spegnere (chissà in quale Tibet insanguinato passerà), simbolo di una manifestazione tanto nobile quanto strumentalizzata. I Giochi, sia pure malati di denaro e di interessi “extra” (politici e, ancor più, economici), sembrano potercela fare anche questa volta. Nel passato ce la fecero pur patendo il “filotto” di tre boicottaggi consecutivi (dagli africani nel 1976 a Montreal, dagli americani a Mosca nel 1980 e dai sovietici a Los Angeles nel 1984); e subendo l’escamotage penoso ma efficace della sfilata nello stadio Lenin di quei Paesi, fra cui l’Italia, allineati alle ragioni del “no” statunitense, ma che nella pratica negarono i Giochi soltanto agli atleti militari.

Un po’ di ipocrisia resiste ancora nello sport, sia chiaro. Ma è solo una scaglia se la confrontiamo al monolito immane dell’ipocrisia politico-economica dei Paesi che nel 2001 diedero i Giochi a Pechino, ben sapendo della questione tibetana che sanguina dal 1950, e dei diritti umani calpestati in Cina (la tragedia di piazza Tienanmen è del 1989). Ma su ogni altra considerazione civile ed etica, è prevalso il calcolo dello strepitoso boom economico dei cinesi, con spazi immensi per i grandi affari di tanti Paesi (anche se poi la Cina da mercato che si apre è diventata soprattutto un’industria che produce e invade ogni angolo del mondo con i suoi prodotti a basso costo).

Adesso i capi di Stato annunciano che non andranno a Pechino, scaricano sugli atleti la responsabilità di salvare lo sport, ma ordinano ai loro “affaristi” di far soldi. Siamo al paradosso che a Pechino, un atleta con un cartello di protesta sarà più coraggioso del segretario dell’Onu, che ha motivato la sua rinuncia con la scusa di “precedenti impegni”. Ipocrisia a livello mondiale, segno d’una politica debole e in soggezione. Che ne è di quello spirito olimpico che, durante i Giochi, faceva cessare le guerre nell’antica Grecia? Oggi non chiamiamole più Olimpiadi!

I cavalieri del Basket americano

L’intera squadra di basket NBA dei Cleveland Cavaliers, attualmente impegnata nelle semifinali del play-off, ha inviato una lettera aperta al governo cinese per fare pressione sulla questione del Darfur. La lettera è stata redatta dal giocatore Ira Newble e firmata da quasi tutti i suoi compagni. Dice, tra l’altro, “la Cina non può essere un organizzatore legittimo per il più grande evento sportive internazionale […] finché resta implicate nella terribile sofferenza e distruzione che continuano ancora oggi”. I giocatori che non hanno firmato la lettera sono Damon Jones e LeBron James, astro nascente dell’NBA e probabile membro della nazionale americana a Pechino. I critici (ad esempio in questo articolo o in questo) affermano che una delle possibili cause è il contratto da 90 milioni di dollari che James ha con la Nike, visti i grossi interessi che la Nike ha in Cina. Onore agli altri suoi compagni….
Aspettiamo il gesto di altre squadre, di ogni sport e nazionalità.

Tieni a mente Tienanmen

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Pechino 2008 : l’inevitabile intreccio tra olimpiadi e politica

Spitz e Cassina raccontano i Giochi per Telecom Progetto Italia

Da Berlino 1936 a Pechino 2008 passando per Monaco 1972: l’intreccio tra Giochi olimpici e politica è tanto antico quanto la rassegna a cinque cerchi e probabilmente inevitabile. E’ quanto emerso dall’incontro con gli studenti ‘Giochi di pace e Mondi di guerra’, il secondo dei quattro appuntamenti della rassegna ‘In diretta, Telecom Alleniamoci alla vita’ realizzata da Telecom Progetto Italia. Al teatro San Babila di Milano sono intervenuti sul tema la leggenda del nuoto Mark Spitz, l’oro di Atene nella sbarra Igor Cassina e Mariele Merlati, docente di relazioni internazionali presso l’Università degli Studi del capoluogo lombardo. A mediare il dibattito è stato il direttore di Rai Sport Massimo De Luca.

La storia del Novecento dimostra come le Olimpiadi siano spesso state utilizzate come cassa di risonanza per questioni politiche che poco hanno in comune con le intenzioni pacifiste di chi (il Barone Pierre de Coubertin) nel 1896 fondò i Giochi moderni. Quarant’anni dopo, a Berlino, il ministro della Propaganda Joseph Goebbels convinse Hitler ad allestire nella capitale l’evento che avrebbe dato lustro alla Germania nazista. E’ lungo l’elenco delle edizioni condizionate - o addirittura saltate - per motivi politici, ma il punto di non ritorno resta quella del 1972. A Monaco di Baviera l’irruzione di un commando di guerriglieri palestinesi nel villaggio olimpico portò all’uccisione immediata di due atleti israeliani. Gli altri nove sequestrati morirono insieme a cinque fedayyin e a un ufficiale tedesco nel corso del tentativo di liberazione della polizia locale.

Spitz, che il giorno prima della tragedia aveva vinto la sua settima medaglia d’oro nel nuoto (record di titoli in una singola Olimpiade tuttora imbattuto), si ricorda nei minimi dettagli la mattina del 5 settembre: “Arrivai in conferenza stampa pensando di parlare della mia impresa e invece i giornalisti mi chiesero dell’accaduto. Io, pur risiedendo nel villaggio, non mi ero accorto di nulla. Ho capito tutto molte ore dopo, guardando la televisione e leggendo i giornali”. Da Monaco in poi, il villaggio olimpico è diventato impenetrabile e i Giochi sono stati ‘blindati’, eppure non hanno perso il loro carattere controverso: basti pensare a Mosca 1980 o a Los Angeles 1984.

Tra poco più di quattro mesi scattano le gare a Pechino 2008. Le polemiche nei confronti della politica cinese, soprattutto quella in Tibet, hanno scatenato proteste in tutto il mondo e molte nazioni hanno minacciato di boicottare la manifestazione. Sul ruolo e sulle responsabilità degli atleti Cassina non ha dubbi: “Sono contrario al boicottaggio. La violazione dei diritti umani è un fatto grave, non c’è dubbio, è importante lottare contro certe ingiustizie. Io però mi faccio portavoce di tutti gli atleti che inseguono il sogno olimpico per tutta la vita e che vogliono semplicemente gareggiare e divertirsi. I Giochi dovrebbero rappresentare un momento di aggregazione e un messaggio positivo, l’evento non andrebbe strumentalizzato”. Vicino il commento di Spitz: “Gli atleti hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma durante le Olimpiadi dovrebbero soltanto competere e lottare per salire sul podio”.

Si apre uno spiraglio per il Dalai Lama con Pechino

Mentre la torcia olimpica approda in Giappone proseguendo la sua lunga marcia verso Pechino 2008, la Cina sembra aprire finalmente al dialogo con il Dalai Lama. Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, nei prossimi giorni si terrà un incontro con un rappresentante dell’autorità tibetana in esilio. Positiva la reazione del premio Nobel per la Pace. Proprio oggi il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, dopo un colloquio con il premier cinese Wen Jiabao, si è detto “particolarmente incoraggiato” dall’atteggiamento dell’interlocutore sulle prospettive della crisi tibetana. Il capo dell’Interpol, intanto, lancia l’allarme: “Al Qaeda potrebbe avere nel mirino le Olimpiadi”.

La Cina continua comunque ad accusare il Dalai Lama di aver incitato la popolazione del Tibet alla rivolta e di essere il mandante di numerosi atti violenti. “Considerate le ripetute richieste da parte del Dalai di riaprire i colloqui - dice un portavoce - nei prossimi giorni le autorità competenti e il governo centrale avranno contatti con suoi rappresentanti. E’ auspicabile che, attraverso questi incontri, il Dalai Lama e chi lo sostiene facciano passi credibili per fermare le attività che puntano a dividere la Cina, per arrestare le cospirazioni e l’incitamento alla violenza e per smettere di sabotare i Giochi Olimpici di Pechino 2008, in modo da creare le condizioni per il dialogo”.


Il leader spirituale dei buddisti del Tibet, che ha sempre manifestato la sua disponibilità al dialogo e ha sempre sottolineato di volere unicamente una maggiore autonomia per la sua terra, ha accolto favorevolmente l’offerta delle autorità cinesi. Proprio ieri, del resto, era stato reso noto che il premio Nobel per la Pace 1989 ha inviato al presidente della Repubblica Popolare, Hu Jintao, una lettera in cui lo esorta a permettergli di inviare propri emissari nella regione himalayana per placare gli animi, dopo la brutale repressione delle proteste di piazza.

La disponibilità della Cina a un incontro è stata accolta positivamente un po’ in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, Gordon Johndroe, ha detto che la Casa Bianca è “felice” per l’apertura del governo cinese ai colloqui con il Dalai Lama. Per il presidente francese Nicolas Sarkozy, “è un passo importante” e “questa ripresa del dialogo porta reali speranze” per una soluzione della questione tibetana. Il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Martin Jager, ha affermato che la Germania accoglie favorevolmente la decisione. “E’ un annuncio positivo”, ha invece dichiarato in una nota il ministro degli Esteri inglese, David Miliband.

L’apertura del governo di Pechino arriva nel giorno dell’incontro tra le massime autorità cinesi e il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. Quest’ultimo ha dichiarato di essere contrario al boicottaggio dei Giochi perché “le Olimpiadi devono essere la celebrazione della gioventù e devono essere un successo”. Barroso, che ha chiesto alla Cina accesso libero al Tibet sia per i giornalisti che per i turisti stranieri, ha raccontato di aver avuto uno scambio di vedute “aperto e franco” con il primo ministro cinese, Wen Jiabao, e si è detto “particolarmente incoraggiato” dall’atteggiamento dell’interlocutore sulle prospettive della crisi tibetana.

A preoccupare gli organizzatori dei Giochi di Pechino 2008 non ci sono solamente le tensioni in Tibet. Ronald Nobel, il capo dell’Interpol, ha dichiarato che ”dobbiamo essere preparati all’eventualità che Al Qaeda o altri gruppi terroristici tentino un attacco mortale nel corso delle prossime Olimpiadi”.

Intanto prosegue il difficile viaggio intorno al mondo della fiaccola olimpica. Il simbolo dei Giochi è arrivato a Nagano, la località giapponese che ospitò le Olimpiadi invernali nel 1998. Lì sarà portato lungo le strade da 80 tedofori. Imponente il servizio di sicurezza allestito per fronteggiare le attese proteste pro-Tibet e contro la repressione attuata da Pechino. Prevista anche la presenza di circa 2000 residenti e studenti cinesi in Giappone per sostenere il passaggio della fiaccola. Dieci agenti della polizia anti-sommossa e cento poliziotti in uniforme circonderanno la fiamma olimpica con il supporto di altri due assistenti cinesi. La fiaccola, subito dopo la manifestazione, sarà trasportata a Seul, la città sudcoreana che ha ospitato le olimpiadi estive del 1988.

La cappa della censura sul villaggio olimpico

Ha fatto il giro del mondo la notizia del divieto ai partecipanti delle prossime Olimpiadi di Pechino 2008 di introdurre in Cina qualsiasi tipo di oggetto e materiale religioso, suscitando non poche polemiche in tutto il mondo sportivo e non solo, ragion per cui il governo di Pechino, o meglio, il Comitato Olimpico Cinese, ha fatto marcia indietro e ha fatto sapere che nel villaggio olimpico saranno messi a disposizione degli spazi per esercitare pratiche religiose che dovranno tuttavia accordarsi con la legge cinese.
Allarmismo dunque rientrato per la delegazione olimpica azzurra che tradizionalmente è accompagnata da Monsignor Carlo Mazza, responsabile per lo sport della Conferenza Episcopale (la sua prima olimpiade risale al 1988 – Seul- Corea del Sud) che celebra da vent’anni ogni sabato e domenica la messa durante i giochi senza avere mai per questo turbato la Pax Olimpica.

Lo strano percorso: la “lunga marcia”della torcia olimpica (parte XI - Giakarta)

Ancora tensioni per la fiaccola olimpica che continua il suo viaggio verso Pechino 2008. La polizia indonesiana ha disperso una manifestazione a sostegno del popolo tibetano a Giakarta qualche ora prima dell’inizio del tour della fiamma dei Giochi nell’arcipelago, sottoposto a strette misure di sicurezza.

Appena tre ore prima che avesse inizio la staffetta olimpica, la polizia indonesiana ha infatti caricato un gruppo di attivisti per i diritti umani che protestavano contro la Cina all’esterno dello stadio nazionale ‘Gelora Bung Karno’ della capitale, teatro principale della cerimonia. Almeno nove le persone arrestate e portate via dagli agenti per essere sottoposte a interrogatorio: compreso uno straniero, a quanto pare di nazionalità olandese, che è stato trattenuto. La maggior parte dei suoi compagni sono invece stati rilasciati poco dopo. “Niente diritti umani, niente Giochi!” e “Un popolo unito sarà invincibile!”, cantavano in coro i dimostranti, finché i poliziotti in borghese non li hanno sopraffatti.

La folla non si è comunque lasciata impressionare dall’intervento delle forze dell’ordine, peraltro non brutale, e ha continuato a intonare slogan come “Azione pacifica! Azione pacifica!” in risposta alle cariche. Molti indossavano magliette con impressa la dicitura “Tibet Libero”.

“Questi arresti dimostrano che l’Indonesia ha paura delle pressioni cinesi”, ha denunciato uno dei dimostranti, tale Gatot, membro della Fondazione ‘Legal Aid’, alludendo alla presenza sulla scena della manifestazione delle onnipresenti ‘guardie blu’: gli agenti della sicurezza cinese che scortano la fiaccola olimpica in giro per il mondo.

A Pechino si sfrutta coi soldi degli sponsor

80 dollari al mese, 2 al giorno per cucire palloni da calcio, incollare a ritmo sfrenato suole di scarpe da ginnastica, ricamare t-shirt in condizioni disumane, e, soprattutto, per garantire alle grandi multinazionali del settore sportivo di fare profitti miliardari. Per tornare a casa, se una stanza dove in dodici dividono cucina, toilette e doccia è degna di questo nome, e, eventualmente, mangiare. Non è una novità che i lavoratori cinesi vengano sfruttati dalle grandi multinazionali che godono della complicità del governo di Pechino: è solo l’ennesima, silenziosa, denuncia.

Un rapporto elaborato dalla Confederazione internazionale sindacale dei lavoratori del tessile, cuoio e abbigliamento, in occasione del «Play Fair 2008», mette in evidenza tutte le debolezze e i «segreti» del sistema cinese e delle multinazionali che qui fanno miliardi, le stesse che faranno da sponsor agli atleti che tra pochi mesi parteciperanno alle Olimpiadi di Pechino 2008. Salari bassissimi, condizioni di lavoro indegne, rischi per la salute e rara copertura sociale: è il profilo, purtroppo noto a tutti, dello sfruttamento di Puma, Nike, Adidas, New Balance, Asics, alcune tra le grandi multinazionali finite nel mirino del rapporto, che fanno orecchie da mercante di fronte alla tutela dei lavoratori asiatici nonostante abbiano adottato un codice di condotta più di 15 anni fa.

Il rapporto ha raccolto le testimonianze di circa 300 dipendenti cinesi, thailandesi, indiani e indonesiani, impiegati nelle fabbriche di calzature e abbigliamento sportivo, come Adidas e Nike. Le industrie in Cina pagano i dipendenti - quelli fortunati - «tra i 71 e gli 86 dollari al mese, meno della metà del salario minimo legale», ha sottolineato Neil Kearney, uno dei responsabili della Federazione che ha messo a punto il documento. «Gli ultimi arrivati non ricevono più di 41 dollari», denuncia, e di questi «almeno 22 finiscono nell’affitto» di quello stanzone diviso per 12.

Guy Ryder, segretario generale della Csi, punta invece il dito contro il Comitato internazionale olimpico, perchè «cinque anni dopo il primo contatto con il Cio, nessun impegno concreto è stato preso» di fronte alle violazioni dei diritti dei lavoratori. Nulla è cambiato, insomma, da quando Pechino si è guadagnata il titolo di Paese ospitante dei giochi estivi del 2008, e ha promesso che avrebbe fatto tutti gli sforzi per allinearsi agli standard internazionali sulla tutela dei diritti umani. Alla conclusione dei giochi di Atene nel 2004, ricorda le Federazione nel documento, un rapporto aveva denunciato pressochè gli stessi abusi: «non è stato fatto alcun passo in avanti».

Per un cinese che lavora in queste condizioni è impossibile partecipare alle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi: «gli ci vorrebbero 4 mesi di lavoro» per acquistare un solo biglietto. Così, anzichè ricorrere all’inaccessibile svago, i cinesi sfruttati lavorano e alimentano, silenziosamente, la catena che vale miliardi e li rende schiavi. Si chiudono negli scantinati, fanno belle le scarpe e lucidi i palloni che l’occidente fotograferà per testimoniare la bellezza, la cultura e l’organizzazione dell’ex Celeste impero.

Sperando, magari, in un futuro migliore.

La Cina ha già piegato la Francia?

Nel pieno del momento di alta tensione e di inedita esplosione dei sentimenti anti-francesi in Cina, l’Eliseo ha inviato i suoi emissari a Pechino in vista delle olimpiadi 2008. Christian Poncelet, presidente del Senato francese, Jean Pierre Raffarin, ex premier, e Jean-David Levitte, consigliere diplomatico di Nicolas Sarkozy, saranno questa settimana in Cina: ufficialmente non si tratta della controffensiva diplomatica, perche’ Parigi non intende drammatizzare il significato delle proteste registrate negli ultimi giorni, di cui hanno fatto le spese marchi come ‘Carrefour’ e ‘Louis Vuitton’; tuttavia l’Eliseo intende ricucire i rapporti, pur chiedendo a Pechino di chiarire la questione tibetana e la natura delle relazioni economiche tra i due Paesi.

Italia, aiutaci a fermare le violenze

‘L’Italia ci aiuti. Sia il popolo italiano che le istituzioni, ci aiutino a fermare il genocidio culturale del Tibet e la repressione in atto, facendo pressione sul Governo cinese”. Lo ha detto oggi Lotem Namling, il cantante ‘ufficiale’ del Dalai Lama, intervenuto a Castel di Lama alla cerimonia di accensione della ‘Fiaccola della Pace’ ospitata in via permanente nella sede municipale locale, e che sarà ospite questa sera alla serata finale del ‘Festival internazione di Musica per la Preghiera’.

Namling, che vive esule in Europa da molti anni, e compone musiche su testi scritti dalla guida spirituale del Tibet, davanti al sindaco della cittadina picena Patrizia Rossini, e a Don Nazzareno Gaspari, responsabile di ‘Holy Music’ ha spiegato che il suo popolo ‘’sta vivendo ora un momento molto difficile, forse il più duro da 50 anni ad oggi. Il Dalai Lama e tutta la gente tibetana vogliono il dialogo e la pace con il popolo cinese, ma devono subire una repressione culturale e ora anche fisica da parte del Governo di Pechino, che da tempo viola i diritti umani e religiosi fondamentali”.

”Noi non vogliamo fermare le Olimpiadi di Pechino 2008 - ha aggiunto Namling - che sono un momento di pace fra le nazioni, ma ottenere il rispetto dei nostri diritti culturali e storici, e ciò con la collaborazione e la preghiera, non con la violenza”. Per questo il cantante tibetano ha fatto appello all’Italia e a tutta la comunità internazionale affinchè aiuti il Tibet a uscire dalla situazione attuale attraverso il dialogo con le istituzioni cinesi, superando le valutazioni di solo carattere economico ma guardando a tutto il dramma di un intero popolo. “Questa - ha concluso Namling - può essere l’ultima occasione per il Tibet di ottenere la libertà”.

Ci sarà qualcuno, nel nostro paese già preoccupato per le minacce di “prendere i fucili” di qualche esponente politico di primo piano, disposto a raccogliere questo appello alla pace?

Darfur, l’altra faccia del boicottaggio

Ad alcuni uomini le illusioni sulle cose che stanno loro a cuore sono necessarie come la vita stessa.

Se si ingrandisce il punto sulla cartina agitata dagli attivisti in cerca di boicottaggio, compare uno stadio disastrato agibile solo per metà. È la pista di Khartoum, Sudan, il centro del mondo per chi smania in difesa dei diritti umani.

Il principale gruppo impegnato a infastidire la Cina, quello di Mia Farrow e delle proteste anti torcia, si chiama Team Darfur, nasce da una nobile causa e raccoglie fondi per aiutare persone disastrate, ma i manifestanti, prima di continuare una strada di certo utile, farebbero bene a staccarsi dalla cartina e a buttare un occhio sui pesi artigianali fatti con le pentole riempite di cemento, alle scarpe con i chiodi arrivate dal volontariato britannico, alle stanze prefabbricate costruite posticce davanti alla struttura che ha solo un’entrata buona perché le altre sono piene di macerie. È il mondo precario in cui si muovono gli atleti che rappresenteranno il Sudan alle olimpiadi di Pechino 2008, molti di loro in Darfur ci sono nati e non ne possono più di sentirsi «usare per chiedere un boicottaggio che qui nessuno vuole».

Ismail Ahmed ha già vissuto una finale, ad Atene 2004, si allena sugli 800 metri per farne un’altra. Appartiene alla tribù Fur, una delle più massacrate, la sua famiglia viene dalla zona di guerra e lui non ha bisogno di gesti di protesta. «Io voglio portare la bandiera del mio Paese, una, l’unica. A nessuno è venuto in mente che un posto così spaccato potrebbe sentirsi più unito davanti a una medaglia?». È già successo, a marzo, quando Abubaker Kaki Khamis, un ragazzino di 18, ha vinto gli 800 metri ai Mondiali indoor di Valencia: è stato uno dei rari giorni in cui non si è sparato. Il presidente Omar-el-Bashir, per una volta, è stato il capo di tutti mentre accoglieva l’eroe al ritorno. Gente per strada in città dove in media preferiscono stare nascosti e una canzone per celebrare la speranza del Sudan ai Giochi Olimpici. Di musica non se ne sentiva da un po’. Lui cerca di evitare la politica anche se la porta scritta nel suo albero genealogico, tribù Misserya, l’etnia dei primi ribelli e dei primi assassini. Dorme nella stessa baracca dell’altro ottocentista anche se a guardare le origini dovrebbero odiarsi: «Invece siamo amici e entrambi sappiamo che fare bene a Pechino significa poter aiutare le nostre famiglie. Forse è la sola opportunità che avremo per costruirci una casa decente. Lasciateci correre in pace».

A oggi, ci sono 7 atleti sudanesi qualificati alle Olimpiadi di Pechino 2008, il tecnico che li segue Jame Aden, un inglese con radici somale, spera di portarne 12 in Cina. Ha passato 6 anni a cercare gambe buone, in mezzo alla guerra, ha trovato una sponsorizzazione con la Nike per i 5 corridori più bravi, si incarica di recuperare tute e maglietta tramite le charities di Londra e l’idea che qualcuno voglia mandare a rotoli il lavoro di una vita lo deprime: «Questi faticano a 40 gradi perché quando scende il sole non possono più usare la pista, non abbiamo luci. La metà dei ragazzi viene dal Darfur e vivono perché questo nome possa essere associato a qualcosa di buono, a una grande impresa. In Occidente sanno solo parlare di genocidio. Qui apprezzano ogni aiuto, ma non li si può pensare solo legati al disastro. Guardate il Kenya e l’Etiopia, sono nazioni povere che hanno avuto molti aiuti dai loro campioni. Hanno creato un movimento, luoghi per allenarsi che hanno chiamato altri atleti e fabbriche e soldi. Invece c’è chi urla: boicottiamo i Giochi per il Darfur. Sarebbe contro il Darfur».

Rabah Yusuf è un quattrocentista, potrebbe vivere a Middlesborough con la moglie invece sta a Khartoum e si prepara con i suoi compagni, «neanche lo so da che tribù vengono, so che siamo una nazione e che tra quattro mesi ci sono i Giochi». Sul conflitto, sui morti, sulle armi che arrivano da Pechino finge di non avere dettagli, sa di essere scampato a situazioni tragiche («Sono fortunato») e non ha intenzione di schierarsi «e se non sento il bisogno di farlo io perché se ne deve incaricare qualcuno che non sa neanche dove è il mio Paese?». Corrono avanti e indietro sui 200 metri, il giro di pista è impossibile, c’è tutto un lato con il terreno sollevato «forse tra un po’ riusciamo ad allungare il percorso, certo se arrivassero medaglie manderebbero qualcuno a sistemare l’anello. Se ci imbarazza andare in Cina? La Cina è dove ci sono le Olimpiadi, è dove vogliamo andare».

In punta di fioretto…prime voci dall’Italia

Gli atleti azzurri cominciano ad esporsi sull’assegnazione a Pechino delle Olimpiadi 2008.

L’olimpionica azzurra del fioretto Valentina Vezzali ritiene che sia stato un errore assegnare le Olimpiadi a Pechino. ‘L’errore e’ stato a monte. E non credo che qualche anno fa la situazione in Cina fosse diversa da adesso. Anzi…’. La schermidrice jesina non esclude gesti emblematici ai Giochi di Pechino 2008 da parte degli atleti. ‘Gli atleti possono fare tanto. Magari un gesto simbolico sul podio. Credo che possa rimanere impresso e lasciare un segno al mondo intero’.

Che sia solo l’inizio? E la proposta di un gesto tanto simbolico quanto importante coinvolgerà gli altri nostri campioni?

Intanto grazie Vale!

A buon intenditor, poche parole

E problemi sorgono anche per gli atleti che parteciperanno ai Giochi 2008. I campioni saranno liberi di esprimere le loro opinioni, purchè non violino le leggi cinesi. Lo ha ribadito il presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), Jacques Rogge, in una conferenza stampa a Pechino. «Ho parlato con le autorità cinesi - ha precisato Rogge, che tra gli altri ha incontrato il primo ministro Wen Jiabao - e mi hanno assicurato che esprimere un’opinione critica della Cina, per esempio in una conferenza stampa, non è un reato». Il presidente è ottimista ma ha anche sottolineato: «Qualcuno sta usando i Giochi. Posso dire con sicurezza che nessuno sta attaccando i Giochi. Però qualcuno li sta sfruttando». Solo qualcuno? E solo da oggi?
Secondo Mario Pescante, uno dei membri italiani del Cio, gli atleti potranno esprimere liberamente le loro opinioni sia nel centro stampa che nella cosiddetta «zona mista» del Villaggio Olimpico, vale a dire due luoghi che sulla carta sono compresi nel divieto di propaganda e manifestazione politiche contenuto nell’articolo 51 della Carta Olimpica. Nell’articolo si afferma che «nessun tipo di dimostrazione o di propaganda politica, religiosa o razziale è permessa nei siti, nei luoghi e nelle aree olimpiche». Il rischio è che esporre magliette o bandiere che inneggino al Tibet possano essere considerati una violazione e quindi in base all’articolo 51, si può essere espulso dai Giochi o vedersi ritirare l’accredito.. Tanto per chiarire le regole del gioco a chi auspicherebbe una presa di posizione anche simbolica degli atleti.

A buon intenditor, poche parole…
Intanto il Dalai Lama è giunto in America con un’accoglienza da star mentre aumentano negli Stati Uniti le pressioni sul presidente, George W. Bush, affinchè non vada alla cerimonia d’apertura dei Giochi di Pechino. «Il mio programma non è cambiato», ha detto però il presidente ribadendo così la sua intenzione di partecipare ai Giochi di Pechino comuque.

Quel pugno nero oggi sarebbe per il Tibet

I diritti degli uomini sono sempre gli stessi (Tommie Smith)

Il pugno nero di Tommie Smith oggi sarebbe per il Tibet. “I diritti degli uomini non scadono mai, nemmeno dopo 40 anni. Mi fa ridere chi dice che lo sport non c’entra niente con la politica: ai miei tempi il presidente del Cio era un filo-Nazista (Avery Brundage), e la sua ditta costruì su commissione di Hitler l’ambasciata tedesca in America…I Giochi sono una tribuna eccezionale, danno visibilità. Noi eravamo molto fieri, ma soli. Nessun attore era dalla nostra parte, eravamo neri, quindi spazzatura. Niente glamour. Il Tibet così lontano appassiona, ma i neri della porta accanto non hanno diritti. Io andrei a Pechino, meglio esserci e dare un segnale. Le Olimpiadi portano attenzione, perchè non sfruttarle? Sarebbe bello se gli atleti riuscissero a testimoniare la loro presa di coscienza: un piccolo gesto silenzioso che farebbe molto rumore Anche se colpire la Cina sul piano economico farebbe molto più male..ma chi ne ha il coraggio?

La violenza è sbagliata, ma il bello della contestazione di piazza odierna contro i Giochi di Pechino 2008 è che ci sono dentro i movimenti più diversi: i diritti civili non sono più una questione privata.”

Troppo tardi per boicottare : Julio Velasco e Sara Simeoni

Quando i Giochi furono dati a Pechino si sapeva già come la Cina trattava i diritti umani. Adesso, chiedere agli atleti di non andare non è corretto. Anche perchè gli affari con i cinesi si fanno ancora.

40.000 km di corsa. Sono il metro con cui Stefano Baldini misura quel superaffare politico ed economico che il resto del mondo chiama Olimpiade. Ma lo stesso vale per i 16.800 km a stile libero di Massimiliano Rosolino: la ragione per dimenticare che Pechino 2008 è (anche) una questione di sport. I quattrini negli sport olimpici sono un privilegio di pochi supervincenti, il tempo che si impiega per provarci, invece, non registra differenze tra chi partecipa e chi vince: è un lavoro a tempo pieno da veri professionisti, che non possono permettersi attività collaterali. E 4 anni di lavoro per chi ha un’età tra i 20 e i 30 sono tanti. Sono tanto.

«Parlare di boicottaggio degli atleti, a meno di quattro mesi dall’Olimpiade», spiega Julio Velasco, allenatore di una storica Nazionale di pallavolo, «è un’immensa ipocrisia. Non ricordo di aver sentito qualcuno, né adesso né prima, chiedere di boicottare gli affari con la Cina. Sarebbe molto più incisivo, ma siccome tutti sanno che è troppo costoso, nessuno lo chiede. Invece, si chiede di boicottare la vita degli sportivi. A proposito dov’era il mondo che oggi si straccia le vesti quando sette anni fa assegnarono i Giochi a Pechino 2008? Non lo sapeva, chi glieli ha dati, cos’era la Cina e come gestiva la causa tibetana?»

. Velasco non è tipo che si possa accusare di scarsa sensibilità verso i diritti umani: «Nel 1978 vivevo in Argentina, sotto un regime militare che ha messo in carcere mio fratello e ucciso i miei migliori amici, ma non sono mai stato d’accordo con chi chiedeva il boicottaggio dei Mondiali di calcio di quell’anno. Erano roba nostra, non del potere che li strumentalizzava, tanto più che quel regime, quando i Mondiali erano stati assegnati, non esisteva ancora. La Cina invece sì, ma nessuno che io sappia in questi sette anni ha chiesto la testa del presidente del Comitato olimpico che ha bocciato Toronto e Parigi a favore di Pechino. Però, adesso qualcuno si sveglia e chiede il bel gesto agli atleti».

Sara Simeoni vinse a Mosca, boicottata dai Paesi occidentali, rimettendoci l’inno e la bandiera ma almeno non la medaglia, come accadde ai suoi compagni che erano nelle forze armate e finirono loro malgrado a recitare la parte scomoda della foglia di fico.

«Abbiamo vissuto fino all’ultimo con il dubbio di non partire», racconta la Simeoni, «la causa dell’invasione dell’Afghanistan era importante, ma noi ci giocavamo il senso del nostro lavoro: per noi lo sport non era neppure un affare, Mosca era la mia Olimpiade, se l’Italia non fosse partita nessuno mi avrebbe ridato un’altra possibilità. Chi va per partecipare non perde tutto, ma chi ha speranze di podio non ritrova la stessa occasione quattro anni dopo. Per questo dico che non sarebbe giusto boicottare ora: finiremmo per fare male più agli atleti che alla Cina».

Diverso sarebbe se i politici dicessero no alla cerimonia d’apertura: «È un segnale che condivido, penso che sia importante sfruttare i giorni olimpici perché i problemi emergano con l’impegno a non dimenticarsene appena spenta la fiaccola; trovo sbagliato che ogni quattro anni i problemi vengano scaricati sulle spalle dello sport mentre nel frattempo nessuno si prende la briga di risolverli altrimenti. La Cina viola gli stessi diritti da molto tempo: eppure tutti i Paesi occidentali ci fanno affari senza porsi il minimo dilemma etico.

E Pechino boicotta Parigi

Un boicottaggio olimpico forse ci sarà davvero ma, spiazzando tutti, è la Cina a lanciarlo: il bersaglio sono i prodotti “made in France”, dopo che i mass-media di stato hanno diffuso da Parigi alcune immagini delle proteste contro la fiaccola olimpica. E ora, sollevata dalla propaganda di Pechino, l’ondata nazionalista non cessa di crescere. Dopo le polemiche contro la polizia francese, accusata di scarsa professionalità, ora è la stampa francese ad essere accusata di”eccitazione isterica”. Secondo l’agenzia ufficiale Nuova Cina “De Coubertin sarebbe furioso, i suoi compatrioti si arrogano il diritto di puntare il loro sporco dito contro la Cina”, “l’orgoglio ed il pregiudizio accecando i francesi gettano un’ombra sull’antica civiltà della Cina”ed infine “giornalisti e deputati in Francia hanno preferito schierarsi dalla parte dei criminali”.

Intanto altra beffa per il Cio: dopo aver sollecitato il rispetto dell’impegno morale preso da Pechino nel 2001 sul miglioramento dei diritti umani ha incassato la mancata riapertura di Lhasa agli stranieri dal 1 maggio, chiusura prorogata a tempo indeterminato…

Chiaro il messaggio? Se li facciamo arrabbiare, sono i vertici di Pechino che boicottano noi!!!!

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