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OPERAI CINESI A GOVERNO ITALIANO, IMPEGNO PER NOSTRI DIRITTI

Mentre il Governo italiano discute se sia opportuno o meno partecipare ufficialmente alle Olimpiadi di Pechino 2008, Suki Chung, leader della organizzazione Labour Action China e ospite della campagna italiana Abiti Puliti, ha presentato questa mattina a Roma una lettera al Governo italiano e alle nostre imprese nella quale chiede ”un impegno concreto perche’ le condizioni dei lavoratori nelle fabbriche di abbigliamento sportivo in Cina migliorino davvero”.

Salari di meno di due dollari al giorno, orari di lavoro fino a 18 ore, stabilimenti malsani, maltrattamenti e tanti bambini ancora tra le linee di produzione: ”E’ questa la realta’ che si nasconde dietro i marchi scintillanti di tute, cappellini, attrezzature sportive e palloni che scenderanno in pista alle prossime Olimpiadi”.

Nike, Adidas, Puma, ma anche imprese italiane come Lotto e Kappa ”hanno dato ampia visibilita’ alle loro politiche di responsabilita’ sociale e al loro impegno nel promuovere codici etici - ha continuato l’attivista cinese nel corso dell’incontro con la stampa -. Tuttavia tollerano che in Cina e in molti altri paesi dove fanno confezionare i loro prodotti, non siano rispettati gli standard sociali che consentirebbero una vita dignitosa a centinaia di migliaia di famiglie”.

Giallo Olimpiadi nel governo

Il mondo politico italiano è stato scosso dal quasi annuncio del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica: il quale, parlando in Commissione, alla Camera, ha ipotizzato un possibile forfait del nostro governo, alla ceriminia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino. Ma poi, a gettare acqua sul fuoco e a smentire nei fatti le parole del suo vice, è stato il titolare della Farnesina, Franco Frattini: il ministro, dopo aver incontrato il capo della diplomazia cinese capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, ha detto che la presenza dell’esecutivo “non è affatto esclusa”, e che la decisione verrà presa insieme agli altri paesi Ue.

Il governo italiano “potrebbe non partecipare alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino”: così il sottosegretario agli Esteri, rispondendo in commissione Esteri a una interrogazione del deputato radicale del Pd Matteo Mecacci. “La partecipazione delle autorità italiane alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici - ha detto Mantica - non è ancora stata decisa, ma al momento non vede favorevole il governo italiano”.

Questa mattina il ministro degli Esteri ha incontrato il capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, al termine dei lavori del comitato intergovernativo tra Roma e Pechino. Qualsiasi ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, ha detto Frattini a margine del colloquio, “è inaccettabile”. Con la speranza, ha scherzato il ministro, che gli atleti azzurri raggiungano “risultati migliori di quelli ottenuti ieri dalla nostra Nazionale con l’Olanda…”.

Intanto, le dichiarazioni di Mantica fanno discutere il mondo politico. Ma nel corso della sua audizione pomeridiana alla Commissione della Camera, Frattini ha molto ammorbidito la posizione del governo: “Non è affatto esclusa - ha detto - la partecipazione di una delegazione del governo italiano alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino. Se vi fosse un orientamento dell’Ue ci atterremmo, ma non c’è ancora. E se non vi fosse deciderà il governo italiano”. Nei fatti, una smentita alla versione ben più netta data da Mantica.

incontro con Ming Lai Chung, attivista del Labour Action China di Hong Kong

Oggetto: [Mani Tese Roma] Invito per il 12 giugno, incontro con Ming Lai
Chung, attivista del Labour Action China di Hong Kong

Cari amici e amiche,dopo avere curato
la versione italiana del report VINCERE GLI OSTACOLI sulle condizioni di
lavoro nelle fabbriche delle Olimpiadi di Pechino (che potete scaricare dal
sito www.abitipuliti.org), abbiamo pensato di invitare in Italia Ming Lai
CHUNG detta Suki, giovane ricercatrice e responsabile advocacy del Labour
Action China (LAC), un’organizzazione non governativa con sede ad Hong Kong
che sostiene le organizzazioni di base e le campagne impegnate nella difesa
dei diritti dei lavoratori cinesi. Suki ha partecipato alla stesura del
report sulle Olimpiadi, di cui ha curato anche la traduzione in cinese.Il 12
giugno alle ore 17.30 organizziamo un incontro con attivisti e realtà
impegnate sul terreno della difesa dei diritti dei lavoratori e del
monitoraggio dei comportamenti delle imprese; crediamo che si possa trattare
di una preziosa occasione di confronto e di scambio a partire dalle
reciproche esperienze. Vi preghiamo di segnalarci eventuali altre
realtà/persone che potrebbero essere  interessate all’incontro per estendere
anche a loro l’invito. Fateci anche sapere se riuscirete a partecipare.Un
caro saluto a tutti.

Deborah
FAIR/ Campagna Abiti Puliti

Cina, al via il “grande esame” per l’università

PECHINO - Per dieci milioni di studenti cinesi questa è la notte prima degli esami. Anzi, la notte prima del “Grande esame”: il Gaokao, ovvero la selezione statale per l’ammissione all’università, che da sabato a lunedì terrà impegnati i ragazzi che aspirano a un futuro migliore. In palio, infatti, ci sono quasi sei milioni di immatricolazioni universitarie, che sono la chiave d’accesso che apre molte porte in un mondo del lavoro sempre più competitivo. E in un Paese che si impone sempre più sul panorama economico internazionale.

Sarà una tre giorni di stress fisico, e soprattutto psicologico, per i diplomati delle delle ventotto province cinesi. Il sistema è strettamente meritocratico: più alto è il punteggio che gli studenti ottengono nelle prove, migliore è l’università a cui avranno accesso. Da qui si capisce l’importanza che il Ministero dell’istruzione dà all’esame, un vero e proprio evento nel Paese del dragone.

Le misure di sicurezza improntate per proteggere la serietà delle prove sono ingenti. Per la prima volta quest’anno il segreto del testo d’esame - minacciato dall’esistenza di Internet, che in Cina vanta oltre 200 milioni di utenti - è protetto da speciali misure di sicurezza. I giornali raccontano che sono state messe in piedi vere e proprie squadre di vigilantes per scongiurare “comportamenti impropri”.

Quest’anno poi l’esame cade proprio nel giorno del Festival delle Barche ed è stato imposto il “divieto di festeggiamenti”, per tutelare il silenzio e la concentrazione degli studenti: le imbarcazioni a forma di drago usate per le tradizionali gare del Festival resteranno immobili nei corsi d’acqua vicino alle scuole. Inoltre, speciali numeri di “pronto soccorso studenti” saranno attivati per accompagnare i ritardatari in aula.


Il Gaokao è il punto di arrivo di una preparazione che per molti comincia già dall’infanzia. Ecco perché i giovani sono concentrati al massimo delle loro forze. Ancor più tesi i genitori, che sul sito del ministero dell’Istruzione possono trovare indicazioni e suggerimenti, da come comportarsi con i figli a che cosa dar loro da mangiare per migliorare le prestazioni. Le autorità hanno anche messo in guardia le famiglie nei confronti dei nuovi “business da esame”, come le stanze affittate a prezzi esorbitanti agli studenti che risiedono nelle periferie.

Molti padri e madri hanno chiesto persino giorni di ferie per assistere nello studio i figli. Questo succede soprattutto nel caso dei “piccoli imperatori”, come vengono chiamati i figli unici in Cina. E poi ci sono anche i “bimbi prodigio” lodati dal quotidiano Xinjingbao: una trentina di bambini dai 13 ai 15 anni, le menti migliori che sono state capaci di completare in soli 4 anni gli studi che gli altri finiscono in otto.

Un caso a parte sono i quasi centomila studenti della provincia del Sichuan, colpita dal terribile terremoto dello scorso 12 maggio, che fece più di settantamila vittime. Molti sono senza casa, senza libri e a volte anche senza genitori. Per loro il Gaokao sarà posticipato di un mese.

AMNESTY CHIEDE IL RILASCIO DEGLI ATTIVISTI DI TIENANMEN

Amnesty International ha chiesto oggi alle autorita’ cinesi di rilasciare
decine di persone ancora in carcere dai tempi delle proteste di Tiananmen,
risalenti ormai a 19 anni fa.

‘La repressione di Tiananmen del giugno 1989 fece centinaia di vittime. Da
allora, decine di persone che avevano preso parte alle manifestazioni
languono in carcere, condannati a seguito di processi gravemente iniqui.
Negli anni successivi, molti altri attivisti sono stati imprigionati per
aver ricordato o criticato l’operato del governo nel 1989. Le autorita’ di
Pechino non hanno alcuna scusa per continuare a tenerle in prigione’ – ha
dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty
International.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, le autorita’ cinesi hanno
dimostrato di poter rispondere in modo molto efficiente a una catastrofe
naturale, come il terremoto che il 12 maggio ha sconvolto la provincia del
Sichuan, ai sopravvissuti del quale Amnesty International porge le proprie
condoglianze ed esprime solidarieta’. ‘Chiediamo che il governo si
comporti allo stesso modo quando si tratta di diritti umani, precisamente
del diritto di esprimere pacificamente le proprie opinioni’ – ha aggiunto
Zarifi.

‘In vista delle Olimpiadi, la Cina ha promesso di migliorare la situazione
dei diritti umani. Rilasciare gli attivisti di Tiananmen, rendere
giustizia alle famiglie delle vittime e consentire pubbliche cerimonie
funebri e commemorazioni costituirebbero decisi passi avanti affinche’ i
Giochi lascino un’eredita’ positiva. Invece di perseguitarli, come fa da
anni, il governo cinese dovrebbe aiutare e proteggere i familiari di chi
perse la vita nella repressione di Tiananmen. E’ tempo che la Cina faccia
i conti con questa tragedia, iniziando a riconoscere le proprie
responsabilita’ e a rimarginare questa ferita’ – ha concluso Zarifi.

Ulteriori informazioni

Secondo la Fondazione Dui Hua, che ha sede negli Usa, sarebbero tra 60 e
100 le persone ancora in carcere per aver commesso reati nel corso delle
proteste del giugno 1989. Il numero esatto non e’ noto, poiche’ il governo
di Pechino non lo ha mai reso pubblico.

Nel 2006 le autorita’ hanno rilasciato diversi prigionieri, che tuttavia
rimangono sottoposti a stretta sorveglianza di polizia e al divieto di
prendere parte a qualsiasi attivita’ giudicata ‘sensibile’, come parlare
ai giornalisti.

Le Madri di Tiananmen, un gruppo di attiviste per i diritti umani i cui
figli o altri parenti stretti vennero uccisi nel corso della repressione,
continuano a chiedere alle autorita’ di consentire lo svolgimento di
pubbliche cerimonie, porre fine alla persecuzione delle vittime e delle
famiglie, rilasciare tutte le persone in carcere per aver preso parte alle
proteste pacifiche e avviare un’inchiesta completa e trasparente sugli
eventi del giugno 1989. Nel corso di questi anni, numerose esponenti delle
Madri hanno subito persecuzioni, discriminazioni e arresti arbitrari.

Alcuni casi

- Miao Deshun, arrestato nel giugno 1989 e condannato in primo grado a
morte per incendio. Nel 1991 la pena e’ stata tramutata in ergastolo e nel
1998 a 20 anni. E’ detenuto nella prigione di Yanqing, alla periferia di
Pechino; dovrebbe essere rilasciato il 15 settembre 2018;

- Liu Zhihua, condannato in primo grado all’ergastolo per aver svolto
discorsi ‘anti-governativi’ e aver incitato la folla a compiere ‘atti di
violenza, devastazioni e saccheggi’. Era stato tra i promotori di uno
sciopero in uno stabilimento per la produzione di materiali elettronici,
nella provincia dell’Hubei. La sua condanna e’ stata ridotta a 15 anni nel
settembre 1993 e aumentata a 20 anni nel 1997, dopo il suo coinvolgimento
in una rissa. Con la riduzione di pena di due anni per buona condotta,
ottenuta nel 2001, dovrebbe essere rilasciato il 16 gennaio 2011;

- Wang Jun, operaio di 18 anni della provincia dello Shaanxi. E’ stato
condannato a morte con sospensione della pena per aver lanciato sassi,
distrutto lampioni pubblici e dato fuoco a diversi veicoli nel corso di
‘gravi disturbi politici’ in un’industria della citta’ di Xi’an il 22
aprile 1989. E’ attualmente detenuto nella prigione di Fuping, nella
provincia dello Shaanxi. A seguito di quattro successive riduzioni di
pena, dovrebbe essere rilasciato l’11 dicembre 2009.

Amnesty International chiede al governo cinese di concedere l’amnistia a
tutte le altre persone imprigionate in relazione alle proteste del 1989,
considerando la lunghezza del periodo di carcere gia’ trascorso, la natura
sommaria e iniqua dei processi che determinarono le condanne e il rifiuto
di garantire loro un nuovo processo in linea con gli standard del diritto
internazionale.

A essere stati perseguitati, arrestati e imprigionati sono anche i
giornalisti che si sono occupati della repressione del 1989 e gli
attivisti che hanno sostenuto le richieste di commemorare gli eventi di
Tiananmen. Per Amnesty International si tratta di prigionieri di
coscienza, che devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni:

- Yang Tongyan (conosciuto con lo pseudonimo Yang Tianshui), scrittore
freelance, sta scontando una condanna a 12 anni di carcere nella prigione
municipale di Nanchino, nella provincia dello Jiangsu, per ‘sovversione’,
in relazione a diversi capi d’accusa tra cui aver scritto in favore di
riforme politiche e democratiche. Aveva gia’ scontato 10 anni di carcere
per aver criticato la repressione del 1989 e aver cercato, secondo
l’accusa, di costituire un partito politico di opposizione. Nel 2007
sarebbe stato costretto a lavorare, dalle otto alle 10 ore al giorno, in
un ambiente inquinato da sostanze tossiche, per produrre palloni da calcio
e da pallacanestro. Alla fine dell’anno, sarebbe stato assegnato a fare un
lavoro piu’ leggero, il bibliotecario della prigione;

- Shi Tao continua a scontare una condanna a 10 anni di carcere per aver
diffuso via mail la sintesi di una direttiva del dipartimento centrale
della Propaganda, in cui si davano indicazioni ai giornalisti su come
trattare il quindicesimo anniversario delle proteste del 1989. Dalla fine
del giugno 2007 si trova nella prigione Deshan di Changde, nella provincia
dello Hunan. Le sue condizioni detentive paiono migliorate e sua madre
puo’ ora visitarlo regolarmente. La Corte suprema del popolo ha accolto la
richiesta di rivedere il suo caso ma non si e’ ancora pronunciata nel
merito;

- Kong Youping, ex sindacalista, sta scontando una condanna a 15 anni di
carcere, emessa nel settembre 2004, per aver postato su internet articoli
e poesie che chiedevano la riabilitazione ufficiale del movimento per la
democrazia del 1989. Si trova nella prigione di Lingyuan, nella provincia
del Liaoning.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 3 giugno 2008

Le tante eccezioni al “figlio unico” in Cina

Non è certo una consolazione per i genitori del Sichuan che piangono i loro bambini sepolti sotto le macerie del terremoto, e spesso non hanno ritrovato che brandelli di piccoli cadaveri, un quaderno scolastico, uno zainetto. Il governo ha voluto comunque fare questo gesto per loro. Ha annunciato che nelle zone colpite dal sisma del 12 maggio viene sospesa la regola del figlio unico. Ammesso che quelle coppie di genitori sopravvissuti ne abbiano ancora la voglia, e sempre che siano in età per farlo, potranno mettere al mondo un altro bambino. In realtà quella che è stata presentata come una concessione è solo una conferma: già oggi la legge cinese prevede che le coppie possano mettere al mondo un secondo figlio, in caso di decesso del primo. E’ sintomatico che anche la tragedia del Sichuan abbia chiamato in causa la politica cinese del controllo delle nascite. Come dice Zhongxin Sun dell’università Fudan di Shanghai, “perdere un figlio unico vuol dire perdere tutto per i genitori cinesi, quel bambino era la loro sola speranza”. La regola del figlio unico ha trasformato in tanti modi questo paese, ha avuto conseguenze che spaziano dall’economia al costume sociale, dalla politica alle gerarchie di valori. E’ una politica odiata da molti, eppure difesa con tenacia dal governo. Almeno per adesso. Su questo punto il regime è ancora irremovibile. “La politica del figlio unico resterà in vigore per altri dieci anni”. Lo ha annunciato il ministro della pianificazione familiare, Zhang Weiqing, per tagliare corto alle indiscrezioni su un’imminente revisione del controllo delle nascite. Il tema è dibattuto apertamente perché la Cina soffre già un invecchiamento della popolazione con i problemi che i paesi europei conoscono bene: esplosione della spesa pensionistica e sanitaria. Ma secondo Pechino una svolta sarebbe prematura perché la “gobba” demografica ha ancora in serbo un esercito di giovani adulti che stanno arrivando all’appuntamento con il matrimonio e il mestiere di genitori. Secondo i calcoli del governo almeno 200 milioni di cinesi raggiungeranno l’età della procreazione nel corso del prossimo decennio. Il ministro Zhang Weiqing sostiene che abbandonare la regola del figlio unico in questo periodo “aggiungerebbe una pressione notevole sullo sviluppo economico e sociale”. La popolazione cinese, già superiore a 1,3 miliardi, cresce al ritmo dello 0,6% annuo e raggiungerà 1,6 miliardi entro il 2050. La regola del figlio unico fu introdotta nel 1979 e ha prevenuto 400 milioni di nascite aggiuntive. Tuttavia questa politica ammette delle aree di flessibilità e di tolleranza, più numerose di quanto si creda in Occidente. La prima e la più importante, è un’eccezione varata in diverse provincie rurali per tentare di contrastare la piaga degli infanticidi delle bambine, o degli aborti selettivi che prendevano di mira i feti di sesso femminile. La tradizione contadina da secoli vede nel figlio maschio una preziosa forza lavoro e nelle figlie un peso insopportabile (bocche da sfamare, poi da “maritare” fornendo loro una dote che spesso dissangua le famiglie). Di qui la discriminazione che dura ancora nelle regioni più povere. Con effetti che a lungo termine possono destabilizzare il paese: già oggi la Repubblica Popolare registra un anomalo scompenso demografico tra maschi e femmine. Entro il 2020 avrà 40 milioni di scapoli impossibilitati a trovar moglie nel proprio paese. Storicamente è accertato che le società affette da un eccesso di popolazione maschile – e di giovane età – sono le più esposte a fiammate di conflittualità sociale, ribellioni violente. Una prospettiva poco rassicurante per i leader politici della Repubblica Popolare. Di qui il correttivo già adottato in alcune zone agricole: i contadini possono avere un secondo figlio, se il primo nato è una femmina. C’è poi un’altra esenzione che il regime di Pechino presenta come una prova della propria tolleranza multietnica. La mannaia del figlio unico non si applica alle minoranze come tibetani, uiguri, mongoli, o i popoli Miao e Yi. Questo “privilegio” è stato rinfacciato apertamente ai tibetani dopo la rivolta di Lhasa nel marzo scorso. Nell’ondata di nazionalismo con cui la maggioranza han (i cinesi etnici) ha reagito a quelle proteste, molti hanno ricordato che i tibetani godono di un trattamento preferenziale. Queste esenzioni specifiche e mirate hanno un grosso difetto. Le norme sono complicate e spesso l’autorità locale ha un margine di arbitrio nell’interpretarle. Ne deriva una vasta area di ambiguità che alimenta abusi, vessazioni, e corruzione. Ci sono dei boss del partito comunista che nelle provincie più povere si arricchiscono “vendendo indulgenze” alle famiglie che vogliono più di un figlio. Una eccezione ancora più importante – per le conseguenze che può avere nel lungo termine – interessa i cinesi di ogni regione e condizione sociale. E’ il correttivo adottato per prevenire un rallentamento troppo brutale della natalità. Qualora marito e moglie siano essi stessi due figli unici, allora possono avere due figli anziché uno. E’ una flessibilità dettata dal buonsenso aritmetico, in quanto serve a stabilire un equilibrio demografico stabile. Ma il fenomeno di cui tutti parlano in Cina, perché tocca i nervi scoperti di una società sempre più diseguale, è la dilagante “indisciplina demografica” dei ricchi. I soldi consentono di aggirare molte leggi, incluso il controllo della natalità. Il privilegio dei ricchi in un certo senso è implicito nella legge. Nelle aree urbane infatti l’applicazione della regola del figlio unico non viene più affidata a metodi brutalmente repressivi – i casi di aborti forzati dalla polizia sono confinati alle campagne povere – bensì a disincentivi di tipo fiscale. Il secondo figlio perde il diritto a tutti i servizi sociali semigratuiti, dalla scuola alla sanità, e i suoi genitori devono pagare multe salate. Le multe, inutile dirlo, non sono un deterrente per una vasta fascia dell’alta borghesia. L’inventiva dei privilegiati ha scovato altri sotterfugi per aggirare la norma ed evitare anche il pagamento della supertassa. I più sfacciati corrompono i medici per ottenere la certificazione che il primo figlio è affetto da gravi malattie congenite. In questo caso scatta l’autorizzazione ad averne un secondo. Un’escamotage più semplice si chiama Hong Kong. L’ex colonia britannica, pur essendo tornata a far parte della Cina, non ha un controllo delle nascite e mantiene anche un registro separato dell’anagrafe. Sicché un bambino nato a Hong Kong “non figura” a Pechino o Shanghai. Questo provoca una costante migrazione di ricche mogli nelle cliniche di maternità di Hong Kong, le cui tariffe sono schizzate a livelli astronomici. Altri paesi asiatici sono entrati di recente in questo business redditizio. Per chi ha i mezzi non è difficile ottenere un secondo passaporto in Thailandia o in Malesia e mandare la futura mamma a partorire in una clinica privata di Bangkok o Kuala Lumpur. Un’altra scappatoia viene offerta dall’evoluzione dei costumi: con la proliferazione dei divorzi nella élite benestante non mancano i padri che hanno una progenitura numerosa, da diversi matrimoni. In parallelo è rinata una pratica molto più antica, anch’essa appannaggio dei maschi ricchi. Oggi vengono chiamate le “seconde mogli”, un tempo si dicevano concubine. Schiere di giovani amanti possono fornire figli a volontà senza incorrere nei rigori della legge. La regola del figlio unico resta tuttavia una barriera insormontabile per la maggioranza della popolazione cinese. E le sue conseguenze vanno ben oltre la demografia o gli equilibri economici del paese. Il cambiamento più importante è di natura psicologico-affettiva, investe in profondità i rapporti tra le generazioni. La società cinese è impregnata dell’etica confuciana che esalta l’autorità degli anziani, impone obbedienza e rispetto ai giovani. Queste regole ancestrali sono messe a dura prova dal fenomeno dei “piccoli imperatori”. Così si chiama la generazione dei figli unici, coccolati e viziati da genitori che stravedono per loro, dai nonni pronti a sacrificare tutti i loro risparmi per accontentare i capricci di nipotini così rari. Si avvertono i segnali di una metamorfosi sociale, all’insegna dell’occidentalizzazione: a Pechino e Shanghai è spuntata una generazione di teen-agers egocentrici e abituati a dare per scontata l’abbondanza di beni di consumo. Il confucianesimo però è in agguato anche per loro. Sui figli unici cinesi grava un carico di aspettative enormi. Genitori e nonni sono disposti a sacrifici immensi ma in cambio pretendono una estrema dedizione allo studio, risultati scolastici eccellenti, carriere professionali brillanti. Questo accentua lo stress di una società già estremamente selettiva e competitiva. Per il giovane cinese del XXI secolo essere figlio unico ha un rovescio della medaglia opprimente: guai a deludere le attese degli anziani che hanno puntato tutto su di te.

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