Archive for the 'Cronaca' Category

TIBET: CINA, SARKOZY PAGHERA’ ALTO PREZZO INCONTRO DALAI LAMA

Il presidente francese Nicolas Sarkozy paghera’ un alto prezzo per aver incontrato il Dalai Lama. Lo ha scritto il Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista Cinese (PCC), nella edizione internazionale.
Durante l’incontro, il capo dell’Eliseo francese e presidente di turno dell’Ue, ha deto di condividere le preoccupazioni del leader spirituale tibetano in esilio sul futuro del Tibet. Il Dalai Lama chiede una vera autonomia per la regione ed e’ considerato da Pechino un pericoloso secessionista. La Cina ha definito l’incontro una “maliziosa provocazione che sara’ inevitabilmente pagata a caro prezzo”. Sarkozy ha difeso la sua decisione sostenendo che e’ “un dovere incontrare un premio Nobel per la pace a prescindere dalle sue origini e dalle cause che difende. Credo profondamente - ha aggiunto l’inquilino dell’Eliseo - sia uno dei piu’ grandi Paesi del mondo e che debba avere un ruolo nelle questioni internazionali”.

Cina respinge richieste di autonomia del Dalai Lama

La Cina ha detto che non ci sono speranze di accogliere le richieste di autonomia del Tibet avanzate dal Dalai Lama, utilizzando i media di Stato per condannare le posizioni del leader buddista in esilio in vista del suo incontro col presidente francese Nicolas Sarkozy.

Due commenti diffusi oggi dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua sono stati gli ultimi colpi nella campagna di Pechino contro il Dalai Lama, che chiede un “alto livello di autonomia” per la sua patria montuosa, dando un autogoverno ai tibetani sotto una sovranità cinese.

In vista del viaggio del Dalai Lama in Polonia, dove sabato incontrerà Sarkozy, la Cina ha chiesto al presidente francese di non partecipare all’incontro ed ha annullato per protesta un incontro con l’Unione Europea a Lione per lunedì, programmato da tempo.

I commenti della Xinhua sottolineano che il Dalai Lama ignora le libertà politiche e religiose che la Cina riconosce ai tibetani, dicendo che accettare le sue richieste significherebbe rischiare seriamente delle spaccature etniche.

CINA: INCONTRO SARKOZY-DALAI LAMA, PECHINO MINACCIA CONSEGUENZE

Pechino minaccia conseguenze nei rapporti tra la Cina e la Francia se Nicolas Sarkozy manterra’ il suo proposito di incontrare sabato a Danzica il Dalai Lama. “Adesso e’ arrivato il momento che la parte francese prenda una decisione importante sulla questione - ha ammonito il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Jianchao - e noi speriamo che prendera’ la decisione importante di creare un’atmosfera sana e le condizioni per far avanzare le relazioni della Cina con l’Europa e la Francia”. Quindi l’avvertimento al presidente francese, che e’ anche presidente di turno dell’Ue: “I fatti dimostrano che quando le preoccupazioni di entrambe le parti vengono rispettate, le relazioni tra la Cina e la Francia possono svilupparsi in modo rapido, sano e stabile”. In conseguenza della decisione di Sarkozy di incontrare il 6 in Polonia il leader spirituale tibetano - nell’ambito di una riunione di alcuni Nobel per la pace - Pechino aveva annullato nei giorni scorsi il vertice Ue-Cina che era in programma ieri a Lione.

Granbassi dal Dalai Lama “Sensazione meravigliosa”

Margherita Granbassi, due medaglie di bronzo alle Olimpiadi di Pechino nel fioretto, ha incontrato il Dalai Lama in un grande albergo della città ceca e gli ha regalato la sua maschera protettiva. Il capo spirituale dei tibetani ha a sua volta regalato una sciarpa bianca all’atleta italiana, che da tempo aveva manifestato il desiderio di questo incontro, che si è commossa.

Emozionata la fiorettista triestina, che in questa stagione affianca Michele Santoro nella trasmissione di Raidue AnnoZero: “È stata una grande emozione - ha detto ai microfono della Rai regionale - tanto che ancora non credo di essermi ripresa. Poter stare a pochi centimetri di distanza da lui è stata veramente qualcosa che mi ha fatto provare una sensazione meravigliosa. Ho potuto abbracciarlo, mentre io pensavo che avrei dovuto stargli a debita distanza. Invece ho scoperto una persona che ha avuto la capacità di mettermi immediatamente a mio agio. Non so quanto sia durato l’incontro: potrebbe essere durato un minuto come un’ora. Lui mi ha messo intorno al collo la sciarpa bianca e io gli ho raccontato cosa serve la maschera allo schermitore. Poi gli ho spiegato che ho deciso di donargli la maschera e non il fioretto. Il fioretto è un’arma che offende, mentre la maschera protegge, quello che fa lui con il suo popolo”.

Granbassi mantiene la promessa domenica incontrerà il Dalai Lama

Appuntamento a Praga. Domenica mattina, in un hotel del centro storico della capitale ceca. Dopo trattative durate settimane, il Dalai Lama riceverà Margherita Granbassi che gli regalerà la maschera da scherma usata in gara alle Olimpiadi di Pechino.Una promessa, finalmente mantenuta, tre mesi dopo la conclusione dei Giochi.

Non è stata una dichiarazione a effetto quindi, ma un gesto concreto e pieno di significato quello della fiorettista triestina. Due medaglie di bronzo in Cina, e un appello che scosse gli atleti ormai assuefatti alla perfezione organizzativa dell’Olimpiade di Pechino. Appena tornata in Italia la Granbassi venne a conoscenza della repressione attuata proprio in quei giorni nel Tibet. Dopo il primo momento di dolore e smarrimento, ecco la “provocazione”, ripetuta anche in queste ore che precedono l’incontro al Boscolo hotel Carlo IV: “Donerò la mia maschera al Dalai Lama: la stessa maschera che mi ha protetto a Pechino dagli attacchi delle mie avversarie, vorrei che potesse servire a lui per proteggere il suo popolo dai soprusi”.

Il Dalai Lama sarà a Praga su invito di Forum 2000 e dell’ex presidente della Repubblica Ceca Vàclav Havel, il primo capo di stato a ricevere il leader spirituale in visita ufficiale, nel 1990. Questo sarà il settimo incontro tra i due, uno dei più importanti, visto che per il Dalai Lama è il primo viaggio in Europa dopo le Olimpiadi di Pechino. Fitta la sua agenda: l’incontro con Havel, la conferenza all’intergruppo parlamentare “Tibet Group” del Parlamento ceco, un public talk sul tema “Compassion: the basis of happiness”. La figura chiave nell’avvicinare Sua Santità alla Granbassi è italiana: Laura Gancia, imprenditrice milanese, è amica personale del Dalai Lama e ha tenuto i contatti con l’entourage tibetano e quello della fiorettista.


“Sono molto emozionata all’idea di incontare il Dalai Lama” spiega Margherita prima di imbarcarsi per Praga. “Lui è un uomo che da sessant’anni combatte in modo pacifico per la causa del suo popolo. Ho sempre ammirato l’equilibrio con cui ha saputo guidare la propria gente e farne sentire la voce in tutto il mondo dall’esilio. So che il mio gesto è una cosa piccola rispetto alla dimensione del problema, ma credo anche che sia dovere di ognuno fare quel che è nelle sue possibilità per contribuire al rispetto dei diritti umani. Non solo in Tibet, ma in tutti i paesi del mondo. Credo che noi sportivi possiamo contribuire proprio tenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica”.

La sua presa di posizione a Pechino spinse altri atleti, come Antonio Rossi e Josefa Idem, a unirsi nella solidarietà al popolo tibetano e nella difesa dei diritti civili. Ma nessuno è stato duro come la Granbassi in quei giorni: “Mi sono sentita quasi in colpa. Per aver gioito per le mie due medaglie, mentre nello stesso paese si reprimono le manifestazioni di gente innocente. Siamo stati protagonisti di un simpatico teatrino. A questo punto credo che le Olimpiadi siano state inutili”. In questi tre mesi Margherita è diventata conduttrice di Annozero tra mille polemiche, è uscita dall’Arma dei Carabinieri, ha ripreso ad allenarsi. Incontrando il Dalai Lama, si chiuderanno davvero le sue Olimpiadi.

Dalai Lama: Telefonata Di Bush Preoccupato Per La Sua Salute Asca

Bush ha chiamato il Dalai Lama per esprimergli la sua preoccupazione riguardo il suo stato di salute e ribadirgli la grande stima che nutre nei suoi confronti. Lo ha reso noto il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe, sottolineando l’alta considerazione che Bush stesso e il popolo americano hanno nei confronti del Dalai Lama, onorata figura religiosa, premio Nobel, nonche’ importante difensore dei diritti umani. Sabato l’uffico del leader tibetano ha reso nota l’intenzione di quest’ultimo di cancellare il tour previsto per il prossimo mese in Germania e Svizzera proprio a causa di tali ragioni di salute. I dottori gli hanno suggerito di rimanere a riposo dopo esser stato ricoverato in ospedale per dolori addominali, sebbene il suo generale stato di salute fosse buono. Il suo segretario, Tenzin Taklha, ha affermato che la cancellazione del tour permettera’ al leader di riprendersi ed evitare una ricaduta. Il Dalai Lama era atteso in Germania e in Svizzera il 10 ottobre, per condurre due settimane di lezioni sul Buddismo. Il Dalai Lama e’ tornato il 9 settembre a Dharamshala, luogo del suo esilio nell’India del Nord, dopo aver trascorso quattro giorni nell’ospedale di Mumbai dove lo hanno sottoposto ad accertamenti per i dolori addominali. Le lezioni in materia di Buddismo in programma dal 25 al 27 Settembre a Dharamshala rimarranno invariate, mentre le altre slitteranno dal 30 settembre al 4 ottobre. Il Dottore che ha tenuto in cura il leader ha affermato che le sue condizioni di salute non erano allarmanti, l’unica cosa di cui aveva bisogno il paziente era un buon riposo. Infatti le settimane precedenti il ricovero il Dalai Lama era stato impegnato in una campagna in favore dei diritti umani mentre la Cina ospitava i Giochi Olimpici. La preoccupaziono per la sua malattia ha dato luogo ad incontri di preghiera a Dharamshala, in cui dozzine di monaci si sono riuniti per pregare affinche’ la loro guida spirituale guarisse.

Roma conferisce cittadinanza onoraria al Dalai Lama

l Consiglio comunale di Roma ha deciso oggi di conferire al Dalai Lama la cittadinanza onoraria della Capitale. Lo riferisce l’ufficio stampa del Campidoglio, secondo cui la mozione è stata approvata con 38 voti a favore e due astensioni.

Nei mesi scorsi il sindaco Gianni Alemanno, che aveva sostenuto la proposta avanzata dal coordinatore del Pd Goffredo Bettini, aveva ipotizzato che la cerimonia per il conferimento della cittadinanza al leader spirituale in esilio dei tibetani potesse avvenire durante la Festa del Cinema, che quest’anno si terrà dal 22 al 31 ottobre.

“Voglio esprimere grande soddisfazione, a nome mio e della città di Roma, per il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama, deciso con una mozione del Consiglio Comunale approvata sia da maggioranza che dall’opposizione”, ha detto Alemanno in un comunicato.

“Il leader religioso … rappresenta un esempio di lotta politica non violenta e di dialogo. Con questo riconoscimento, Roma … esprime la sua vicinanza al popolo tibetano e ribadisce la sua stima per la vita e l’opera del premio Nobel”.

Soddisfazione ha espresso anche il promotore dell’iniziativa Goffredo Bettini. “Oggi è una bellissima giornata all’insegna della pace, della tolleranza e del dialogo. Aver deliberato la cittadinanza onoraria di Roma al Dalai Lama è una decisione di grande significato che può avere una risonanza positiva in tutto il mondo”, ha affermato in una nota.

Il Dalai Lama, che da decenni vive in esilio in India, è stato accusato nei mesi scorsi dalle autorità cinesi accusano di aver fomentato le recenti rivolte in Tibet contro il dominio di Pechino sulla regione himalayana.

Le relazioni tra i paesi occidentali e il Dalai Lama sono un tema sensibile per la Cina.

Il leader spirituale - che pure si è espresso a favore delle recenti Olimpiadi di Pechino e ha ribadito di volere l’autonomia e non l’indipendenza per il Tibet - non è stato ricevuto nell’ultima visita in Italia dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, secondo i critici, proprio nel timore di urtare il governo cinese e di danneggiare le relazioni economiche col gigante asiatico.

La cittadinanza, ha aggiunto Alemanno, verrà consegnata al Dalai Lama “appena le sue condizioni di salute gli consentiranno di intraprendere il viaggio già programmato in Europa”.

Il Dalai Lama cittadino di Bologna

Bologna, 23 settembre 2008 - Il Dalai Lama, simbolo mondiale della cultura del dialogo e della non-violenza, sara’ cittadino onorario di Bologna: lo ha deciso ieri il Consiglio comunale, votando all’unanimita’ il conferimento della cittadinanza bolognese al XIV Dalai Lama del Tibet, Tanzin Gyatso, che gia’ nel 1989 aveva ricevuto la laurea honoris causa in biologia dall’Universita’ di Bologna. E Bologna ha intenzione di continuare a tenere accesi i riflettori sul Tibet. “Dopo le Olimpiadi, l’attenzione e’ crollata”, rileva Gianni Sofri, presidente del Consiglio comunale, presentando “Tibet, un mondo in estinzione”, un seminario organizzato dall’associazione per la biodiversita’ e la sua conservazione, in programma venerdi’.
L’iniziativa rientra nella “Festa del Cactus” che si terra’ da venerdi’ a domenica, al Museo memoriale della liberta’ di via Giuseppe Dozza a Bologna. Sofri, felicitandosi per la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, si compiace dell’iniziativa che vede il Tibet protagonista con la sua cultura millenaria, il suo patrimonio artistico e ambientale messo a dura prova dalla repressione cinese. A presentare il seminario di venerdi’, c’e’ anche Tenzin Thupten, presidente della comunita’ tibetana in Italia, che ricorda come, “oltre alle violazioni dei diritti umani, in Tibet esiste anche un problema ambientale”. Il Tibet infatti, spiega, “e’ un delicato ecosistema” messo a dura prova dalla massiccia immigrazione cinese, dalla deforestazione e dallo sfruttamento eccessivo delle piante alla base della medicina tibetana. Ma “l’aspetto ambientale in Tibet non riceve abbastanza attenzione.
Per questo e’ importante che se ne parli”.

E se il seminario di venerdi’ dara’ voce ai tibetani messi in minoranza nel loro stesso territorio, la Festa del Cactus, giunta alla sua terza edizione, studiera’ le “minoranze biologiche” presentando rari esemplari di piante grasse e cactus provenienti dalle regioni tropicali di tutto il mondo.
La festa del Cactus, che propone quest’anno il tema del Tibet, sia dal punto di vista dei diritti umani che da quello dell’ambiente, nasce per raccogliere fondi destinati alla realizzazione di “Verdi visioni”, il progetto per la costruzione a San Lazzaro di Savena di un centro ambientale in grado di ospitare la collezione di oltre 50.000 piante grasse (attualmente ospitata presso l’Ansaloni garden center) curata dal botanico bolognese Andrea Cattabriga. Musica, gastronomia, incontri sulla diversita’ e una mostra mercato di piante tropicali non mancheranno neanche in questa edizione della festa cui l’anno scorso hanno partecipato circa 2.000 persone.

Nba e il culto di Kobe Bryant a Pechino

Ragazzo e ragazza si baciano teneramente. Lui indossa un numero 24 viola-giallo dei Los Angeles Lakers, lei è una rossa degli All Stars: le due maglie di Kobe Bryant, il campione di pallacanestro più celebre del mondo. Sono una marea i giovani cinesi vestiti come loro, affluiscono disciplinati verso il Beijing Olympic Basketball Gymnasium. Più che a un match sembra di andare a una celebrazione in onore di Bryant, per l’onnipresenza del suo logo nella folla giovanile. Il manifesto trompe-l’oeil di un cestista gigante ricopre quaranta piani della fiancata di un intero grattacielo in costruzione vicino al Palasport. Una regìa sorniona sembra averlo piazzato lì: ricorda che il boom dei cantieri di Pechino, l’ascesa economica della Repubblica Popolare verso la stratosfera, comportano un prezzo da pagare. L’irresistibile popolarità del basket americano segna la cultura di massa delle giovani generazioni.
La Cina esporta praticamente tutto ciò che gli Stati Uniti consumano. In cambio l’America vende simboli, sogni, modelli di vita, celebrità. Kobe Bryant “vale” quante navi portacontainer cariche di computer?
Stati Uniti-Angola non è sfida memorabile sul piano sportivo ma è un match carico di memoria storica, un indicatore geopolitico del cammino percorso dalla Cina comunista. Solo un vecchio cinese seduto a fianco a me sembra venuto per tifare Angola; solo lui sembra accorgersi che la bandiera angolana ha falce e martello e una bella stella dorata come quella cinese su sfondo rosso. Ma si addormenta placido dopo pochi minuti di gioco. La massa dei teen-agers vestiti col merchandising delle squadre americane, vibrano sulle note di “Everybody needs somebody” (James Brown), scattano sull’attenti quando suona l’inno americano. E’ l’inno degli esami Toefl e Sat che tanti di loro hanno passato quest’estate per candidarsi a Harvard, Stanford, Columbia e Yale. Nella folla dello stadio nessuno pensa a ciò che fu l’Angola. Sorella rivoluzionaria all’epoca in cui Mao Zedong e Zhou Enlai guidavano il movimento dei paesi non-allineati. Simbolo del Terzo mondo nella lotta anticoloniale. Allora in un match del genere il partito avrebbe istruito le masse a dovere: tifare per i compagni africani, sostenerli contro la squadra degli imperialisti yankee. Stasera i volontari in tuta biancoceleste del comitato olimpico non hanno ordini di scuderia, il palazzetto del basket è tutto filo-americano, ma la politica è lontana anni luce da questa generazione. E’ lo star-system che conta. Bryant è il Bill Gates del basket, il suo nome trasuda miliardi, più dello sport incanta l’immagine del vincente nella competizione. “Uòah!” è l’urlo che s’alza prorompente a ogni slam-dunk del Dream Team americano (Dwight Howard ha il primato della serata a quota quattro). Il match si gioca a ritmi d’allenamento, brevi sprazzi di talento bastano agli americani per scavare un solco nel punteggio. Finisce 97 a 76 e l’angolano Joaquim Gomes si accontenta: “Perdere per soli 20 punti non è male”. Negli annali dell’Angola brucia ancora un 46 a 1 nell’unico match olimpico contro l’America, era il 1992 a Barcellona. Il vero spettacolo è quello messo in scena per due ore sugli spalti, la grande esibizione d’amore per Kobe. Lui in campo è un’ombra, con gli errori che colleziona è un handicap per il Dream Team, ma non importa. La serata è un interminabile spot pubblicitario per la Nba, il campionato americano che in Cina ha il record assoluto di audience tv, un logo più potente di MacDonald. All’inizio del 2008 è stata creata la Nba-China, società per azioni che sotto la consulenza della banca d’affari Goldman Sachs ha accolto cinque azionisti privati: Espn (la tv sportiva del gruppo Walt Disney), China Group Investment, la Legend Holdings (finanziaria del colosso informatico Lenovo) e il magnate di Hong Kong Li Ka-Shing. Nba-China ha contratti con 51 reti tv della Repubblica Popolare, controlla 16 società di marketing, vende più di 500 prodotti in merchandising, organizza tornei di esibizione delle star americane a Pechino, Shanghai, Macao. Il nome Nba è il termine sportivo di gran lunga più cliccato su Baidu.com, il motore di ricerca che è il Google dei cinesi. La massa dei giovani è venuta ad applaudire anche le cheerleaders sempre più svestite e sculettanti – gruppi come le Beijing Dream Dancers dai collant leopardati e mingonne inguinali – le cui mossette di hula-op ai tempi di Mao sarebbero state sanzionate con anni di lavori forzati nei laogai. Povera Angola, in fondo ancora oggi è un’alleata fedele della Cina: primo partner africano di Pechino, grande fornitrice di petrolio e diamanti, riserva il 70% di tutte le gare d’appalto ad imprese cinesi. Decine di migliaia di operai cinesi lavorano a Luanda, dove in cambio delle materie prime costruiscono strade, ospedali, scuole. Di fronte a Kobe Bryant anche il petrolio passa in secondo piano. Questi ragazzi di Pechino, addestrati a competere in una società meritocratica e selettiva, adorano solo il numero uno.

Olimpiadi e spalti vuoti

E’ il “giallo” degli spalti vuoti. Forse se ne sono accorti anche i telespettatori dall’Italia, di certo ce ne accorgiamo noi. Molte gare delle Olimpiadi di Pechino 2008 avvengono in stadi dove intere file di posti sono deserte. In certi casi, per nascondere l’imbarazzo, gruppi di volontari vengono invitati ad accomodarsi all’ultimo minuto. Ma non bastano mai a occupare tutti quei sedili liberi. Eppure gli organizzatori avevano sbandierato il fatto che queste sono le prime Olimpiadi del “tutto esaurito”. Sette milioni di biglietti disponibili, sette milioni di posti venduti. Non uno è rimasto. Allora ci sono degli spettatori-fantasma che hanno comprato biglietti e non si presentano alle gare? Nessun mistero. Nei mesi in cui il Bocog (comitato olimpico di Pechino) iniziò la vendita, il governo cinese fece pressione su molte aziende – in particolare i grandi enti pubblici – perché prenotassero “pacchi” di biglietti ad alto costo. Le aziende obbedirono e ora si ritrovano con notevoli quantità di biglietti, da smaltire come omaggi a clienti importanti. E adesso le grandi imprese fanno fatica a usare tutti quei biglietti. A volte perché si tratta di sport poco popolari. E in certi casi perché – causa l’improvvisa restrizione nel concedere visti dopo il “marzo tibetano” – le aziende cinesi hanno meno ospiti stranieri rispetto alle previsioni. Peccato per i normali spettatori cinesi, molti dei quali sono rimasti all’asciutto e sono costretti a guardare i Giochi olimpici di Pechino 2008 alla tv. A loro la vista degli spalti semivuoti deve dare un bel fastidio. Sarà per quello che la loro tv di Stato nelle riprese delle gare inquadra così raramente la zona del pubblico.

Gli sponsor cinesi

Omega e Coca Cola, MacDonald e Visa, Adidas e Kodak. Molti occidentali considerano questi sponsor come i veri padroni dei Giochi, le multinazionali dai “logo” globali che governano il grande evento sportivo nelle sue ricadute per il business. Ma l’esperienza passata insegna che le Olimpiadi spesso riservano sorprese. Più volte è accaduto: la gerarchia del capitalismo ha registrato dei nuovi ingressi anche grazie ai Giochi. Le rivelazioni, gli outsider che emergono, non ci sono solo negli stadi e sulle piste di gara. Nei due precedenti asiatici, alcune grandi imprese si sono affermate dopo l’effetto di trascinamento dei Giochi svolti a casa loro. Sony e Panasonic cominciarono la loro ascesa verso la leadership mondiale nell’elettronica dopo le Olimpiadi di Tokyo 1964. Samsung ebbe lo stesso balzo di notorietà e di successo dopo Seul 1988. Occhio dunque agli sponsor cinesi di Pechino 2008: sono nomi che con ogni probabilità il consumatore italiano incontrerà sempre più spesso, protagonisti dell’economia globale. Per molte di queste imprese i Giochi sono l’occasione di un salto di qualità “definitivo”. Devono scrollarsi di dosso l’immagine di un made in China ancora troppo spesso associato ai bassi costi. Voltare pagina, liberarsi dalla zavorra del passato, questo è l’obiettivo. Vogliono operare una riconversione nella reputazione aziendale che ripeta il miracolo giapponese degli anni Settanta e Ottanta: quando il made in Japan si costruì un patrimonio di credibilità. E’ questa la strategia di Lenovo, uno dei Worldwide Partners di questi Giochi. Quarto produttore mondiale di personal computer, con un fatturato di 13 miliardi di dollari e l’8% di quota del mercato globale, Lenovo ha ancora una visibilità ridotta in Occidente. Non molti consumatori italiani sanno che i personal computer dell’Ibm sono passati già dal 2005 sotto il controllo del gruppo cinese. Ai vertici della Lenovo la rivoluzione strategica s’identifica con un nome e un volto: Yang Yuanqing, 43 anni, membro del partito comunista, manager brillante, all’interno dell’azienda viene definito “una rock star” per il suo talento di comunicatore. Gran venditore del suo marchio aziendale, grazie ai Giochi Yang vuole affermare la notorietà del marchio Lenovo fra i telespettatori dei quattro continenti. E’ deciso a scrollarsi di dosso per sempre l’idea che il prodotto cinese si vende solo perché costa meno. “Tecnologia, innovazione, qualità del servizio” sono i tre slogan che ripete Alice Li, responsabile del marketing olimpico del colosso informatico. La qualità del servizio è la sfida che deve vincere Air China, vettore ufficiale delle Olimpiadi. Ha vestito 300 hostess della business class con una divisa nuova fiammante, una versione del tradizionale qipao di seta aderente. Per la prima volta nella sua storia questo è il segnale che Air China non punta più soltanto sulle tariffe basse, ma insegue i modelli leader del suo settore che sono Singapore Airlines, Cathay Pacific, Thai. Deve approfittare di una congiuntura eccezionale: le compagnie aeree americane sono in grave crisi per la recessione e i rincari energetici, anche in Europa poche si salvano; solo l’Asia continua a godere di forti incrementi del traffico aereo. E’ qui che si gioca la sfida del futuro. Air China vuole combatterla ad armi pari con compagnie dall’immagine ben più raffinata. Un altro nome del made in China che ha deciso di usare la sponsorizzazione olimpica è Haier, colosso mondiale degli elettrodomestici. Un’azienda in piena mutazione genetica. Partita alla conquista dei mercati esteri sfruttando soprattutto il basso costo della manodopera cinese, la Haier ha già cominciato a spostarsi su fasce di mercato sempre più alte. In America i suoi condizionatori d’aria hanno ricevuto un riconoscimento quando la Environmental Protection Agency li ha promossi per la tecnologia che non danneggia la fascia di ozono. Degli sponsor locali fa parte Bank of China, seconda azienda di credito della Repubblica Popolare. A Wall Street e nella City londinese non ha bisogno di presentazioni, perché nel Gotha della finanza internazionale è già stata chiamata come “cavaliere bianco” in soccorso delle banche occidentali in difficoltà per la crisi dei mutui. Ma alla Bank of China non basta sedere nei consigli d’amministrazione che contano. Deve operare un cambiamento di cultura aziendale, conquistare un know how di servizio che la prepari a reggere la concorrenza delle banche straniere nella caccia ai risparmiatori cinesi. La birra Tsingtao parte dalla posizione leader nel mercato più grande del mondo: con 40 miliardi di litri consumati all’anno, i cinesi sono di gran lunga i più importanti consumatori di birra. Tutto grazie all’espansionismo imperiale tedesco, che portò alla fondazione nel 1903 di una birreria nella città di Qingdao dove la Germania aveva una concessione.

Bandiera a mezz’asta, il Cio dice no alla Spagna

All’aeroporto di Madrid 153 persone sono morte in un incidente aereo. L’intera Spagna è in lutto, eppure c’è chi ha deciso che a questo disastro non andava dedicato neanche uno di quei gesti che sono soliti in certe circostanze. La delegazione spagnola presente ai Giochi di Pechino aveva chiesto al Cio di far indossare agli atleti iberici una fascia nera al braccio in segno di lutto, fascia indossata ieri dai giocatori della nazionale di calcio in occasione dell’amichevole contro la Danimarca. Il comitato olimpico internazionale ha respinto la richiesta spagnola, il perché ancora non si sa. Altro no è arrivato alla successiva richiesta della Spagna, un altro gesto simbolico ma importante, esporre cioè nel villaggio olimpico la bandiera a mezz’asta. Il comitato non ha dato spiegazioni del diniego, espresso solo verbalmente. “Aspettiamo una risposta per iscritto”, ha spiegato un portavoce della delegazione visibilmente amareggiato.

Il CIO non si smentisce…dopo l’assegnazione a Pechino delleOlimpiadi 2008 un altro segno di stile…

Campo di lavoro per 2 anziane che volevano protestare

Le autorità cinesi hanno condannato due anziane donne a trascorrere un anno in un campo di lavoro per aver chiesto di poter protestare durante i Giochi Olimpici, per essere state sfrattate dalle loro case di Pechino nel 2001. Stando a quanto riferito dal figlio di una delle due, Li Xuehui, le donne erano ancora nella loro abitazione tre giorni dopo aver ricevuto la notifica della sentenza, ma poste sotto osservazione da un gruppo di controllo del vicinato. Un gruppo in difesa dei diritti umani ritiene che la minaccia della prigione sia solo una tattica intimidatoria. Secondo Li, le autorità cinesi non hanno precisato il motivo dell’arresto della madre, la 79enne Wu Dianyuan, e della sua vicina, Wang Xiuying, 77. Sono state 77, finora, le richieste presentate alle autorità per organizzare manifestazioni di protesta, da svolgersi in tre zone designate lontano dai siti olimpici.

Phelps, da internet altre ombre sul record di otto ori

La domanda è sempre la stessa: ha vinto oppure no? Evidentemente non è bastato per sciogliere i dubbi il rilevamento cronometrico della finale dei 100 farfalla uomini che ha assegnato il settimo oro olimpico a Michael Phelps per un solo centesimo di secondo sul serbo Milorad Cavic. I sospetti restano, tanto più che ci chi fa notare come la Omega, l’azienda che aveva il compito di effettuare i rilevamenti in questione, sia uno degli sponsor principali dello stesso Michael Phelps. Si tratta del sito ‘http://100thofasecond.com’ il cui scopo è quello di dimostrare, grazie anche all’apporto di fotografie e dichiarazioni, il successo del serbo. In sostanza lo statunitense non avrebbe toccato con entrambe le mani (come richiesto da regolamento) la piastra di rilevazione. Il sito segnala poi la decisione della FINA, la massima organizzazione internazionale di nuoto, di non diffondere le immagini subacquee a difesa della vittoria di Phelps, oltre a una dichiarazione rilasciata dal keniano Ben Ekumbo, esponente della FINA stessa, secondo il quale “Phelps è il più grande che abbiamo mai avuto, avrebbe vinto la gara comunque. Domani poi farà qualcosa (vincendo l’ottavo oro nella 4×100 misti, ndr) che lo renderà un extraterreste”. Il sito poi conclude lanciando un’idea: organizzare una sfida a due tra Phelps e Cavic il cui ricavato sarebbe devoluto in beneficenza

Cinque positivi su 4.133 controlli Ma è vera guerra al doping?

Appena cinque casi di doping su un totale di 4.133 controlli. Staranno cercando bene? Staranno cercando tutto? Medici dopatori e atleti truccati hanno scoperto sostanze più evolute, invisibili all’antidoping (tali restano, oggi, almeno un centinaio di molecole, oltre all’ormone Gh e all’insulina, per non parlare dell’autoemotrasfusione), oppure hanno paura di essere smascherati e rinunciano almeno un po’ agli additivi? Ma, soprattutto: che senso ha effettuare i controlli a gare in corso, quando la maggior parte dei potenziali dopati ha già manomesso il motore, ripulendosi per tempo?

Le domande e i dubbi sono legittimi, anche se il Cio esprime una soddisfazione quantomeno sospetta. “Si sta vincendo la battaglia contro l’uso di sostanze dopanti” proclama Giselle Davies, portavoce del Comitato olimpico internazionale. Nella previsione di Jacques Rogge, presidente del cio, a Pechino 2008 ci sarebbero stati almeno 30 o 40 casi di positività su un totale di 4.500 test. Tale stima si basava sui numeri di Atene 2004, dove gli atleti dopati furono “solo” 26 e le analisi effettuate 3.500.

“Nessun rischio di giochi truccati”, assicura la Davies. “Le analisi sono condotte di concerto con tutte le autorità antidoping, dalla Wada alle varie federazioni internazionali. Pensiamo piuttosto che ci sia stato un forte effetto deterrente: gli atleti sanno che chi sbaglia non viene più perdonato”.

Anche se proprio ieri è stata smascherata la terza medaglia col trucco: positiva (a uno steroide anabolizzante) l’ucraina Lyudimila Blonska, vincitrice sabato scorso della medaglia d’argento nell’eptathlon. Prima è arrivata la voce sul sito dell’Equipe, poi la conferma della commissione esecutiva del Cio. Medaglia subito ritirata all’ucraina: andrà alla statunitense Hyleas Fountain; bronzo alla russa Tatiana Chernova. Si tratta del quinto caso di positività dopo quelli del ciclista spagnolo Maria Isabel Moreno, del tiratore nordcoreano Kim-Jong-Su (un argento e un bronzo), della ginnasta vietnamita So Thi Ngan Thuong e della greca Fani Halkia, campionessa olimpica dei 400 ostacoli ai giochi di Atene 2004.

Ora resta da capire se la provetta è mezza piena o mezza vuota. Il Cio si fa forte delle cifre, le stesse che starebbero smentendo il pessimismo (relativo) del suo presidente Rogge, prima che in Cina si cominciasse a gareggiare. Dunque, dal 27 luglio sono stati effettuati 4.133 i controlli antidoping. In particolare, i test sul sangue sono stati 841, tra cui 455 per l’ormone della crescita (Gh), mentre quelli sulle urine sono stati 3.292, tra cui 657 per scovare l’Epo. Di questi controlli antidoping, circa il 64% sono stati effettuati dal periodo tra il 27 luglio e l’8 agosto, vale a dire prima dell’apertura ufficiale dei Giochi, e il Cio prevede che prima della chiusura verrà raggiunto un numero totale di 4.500 test. Le Olimpiadi di Pechino sono già da ora le più controllate di sempre: ad Atene 2004 i test antidoping furono 3.600, con la differenza che in Grecia i casi di positività furono in tutto 26.

Una chiave di lettura interessante la offre l’americano Victor Conte, il capo di quei laboratori Balco che hanno per anni beffato Cio-Wada e ogni struttura di controllo grazie alla produzione di sostanze che non apparivano ai test. Il professor Conte è un grande intenditore di doping, anzi di “sistemi” per eludere il doping. “Fare i controlli durante le gare, e tra una gara ed un’altra, è un errore perché gli atleti che utilizzano il doping lo hanno già in corpo. Nel 2007, durante i mondiali di atletica di Osaka, si sono fatti più di 1.000 controlli ed il risultato fu di zero positivi. Impossibile”.

Inoltre, il Cio non ha mai spiegato se sono stati controllati a sorpresa gli atleti prima del 27 luglio. E poi in Cina non esiste una normativa antidoping. I “Giochi puliti” convengono a tutti: a chi li organizza, investendo e moltiplicando milioni di dollari, più ancora che agli atleti.

Segreto di Stato sulle ginnaste-bambine

Riscrivere la storia è sempre stata una specialità dei regimi autoritari. La Cina non fa eccezione. Per decenni i suoi manuali scolastici sono stati adattati ai capricci della propaganda. Gerarchi del partito comunista che erano stati celebrati come eroi sono scomparsi misteriosamente, non appena caduti in disgrazia. I tempi cambiano, la censura di Stato ha dovuto aggiornarsi all’èra di Internet, ma i suoi metodi hanno un’aria familiare. Grazie al controllo sui mass media – compresi i siti online – le autorità cinesi hanno soffocato sul nascere uno scandalo olimpico: la medaglia d’oro conquistata da tre ginnaste che non hanno l’età legale per competere. Quando la stampa straniera ha smascherato l’imbroglio, le biografie delle ginnaste-bambine sono sparite da Internet. Oscurate grazie a un provvidenziale blackout, quando sono riapparse erano “ritoccate” per mostrare l’età giusta. Anche su Internet la storia si può riscrivere, a maggior gloria della Repubblica Popolare. Lo scandalo-che-non c’è riguarda la gara di ginnastica femminile per squadre, vinta a sorpresa dalle cinesi contro le americane mercoledì 13. Un’eccezionale prestazione delle atlete di casa che hanno conquistato l’oro con lo strepitoso punteggio di 188,90. Ma l’exploit può essere stato conquistato con l’imbroglio, facendo gareggiare tre bambine (cioè metà della squadra) sotto l’età minima regolamentare che è di 16 anni. In molte figure di ginnastica la giovane età è un vantaggio: meno peso, più flessibilità, meno coscienza del rischio. Nelle squadre concorrenti il mormorìo sull’età delle cinesi era assordante già prima della gara. Dopo la vittoria cinese la controversia è stata sollevata dall’allenatrice delle rivali americane, Bela Karolyi. Un’esperta della materia: quando allenava le ginnaste romene (inclusa Nadia Comaneci, medaglia d’oro olimpica) lei stessa fu accusata di aver falsificato i passaporti di qualche bambina per ammetterla in competizione prima dell’età legale. La Karolyi ha attirato l’attenzione sulla corporatura pre-puberale di tre cinesi. “Ce n’è una a cui manca un dente”, ha detto, alludendo a un dente da latte perso di recente. Le sospette bambine sono He Kexin, Jiang Yuyuan e Yang Yilin. I dirigenti della federazione cinese di ginnastica hanno subito esibito i loro passaporti: tutti emessi di recente e tutti perfetti, con il 1992 come anno di nascita. Tre sedicenni. “In un paese simile – ha ribattuto la Karolyi – sono esperti nel falsificare i documenti. Se c’è la copertura delle autorità è impossibile smascherarli”. Nella conferenza stampa che ha seguito il trionfo di mercoledì i cronisti stranieri hanno provato a cogliere le ragazzine in fallo con delle domande tranello. “Deng, qual è il tuo segno zodiacale?” Risposta impeccabile: la scimmia (in Cina l’anno di nascita è riconoscibile dall’animale del calendario astronomico). “Ricordi come hai trascorso il tuo 15esimo compleanno?” Nelle risposte delle tre non c’erano indugi né contraddizioni. L’imbroglio è emerso solo dopo un’accurata ricerca online. The Associated Press ha fatto una scoperta inequivocabile negli archivi elettronici dell’agenzia stampa ufficiale Xinhua (Nuova Cina). Nove mesi prima dei Giochi, un resoconto di una gara di ginnastica apparso sul sito Internet di Xinhua indicava He Kexin come una 13enne. E’ possibile invecchiare di tre anni in nove mesi? The Associated Press ha rintracciato anche una cronaca più recente (23 maggio 2008) apparsa sul quotidiano governativo China Daily. Anche quell’articolo attribuiva 13 anni a He. Ma ecco il miracolo della censura elettronica. Subito dopo la denuncia della stampa americana, dal sito Internet dell’agenzia Xinhua è sparita ogni traccia di quel notiziario di nove mesi fa. The Associated Press ne ha conservato una copia digitale. Per i cinesi quel testo semplicemente non è mai esistito. In quanto all’articolo del China Daily, è stato elettronicamente corretto ex post. Ora consultandolo negli archivi digitali del giornale lo si ritrova, sì, ma l’età di He Kexin è cambiata: 16 anni, come da regolamento. La redazione del New York Times ha fatto una scoperta simile. Le sue ricerche su Internet hanno portato alla luce un registro della federazione nazionale di ginnastica cinese. He Kexin vi appare come nata nel gennaio 1994, quindi oggi 14enne. Ed ecco che improvvisamente quel registro è oscurato, inaccessibile online. Qualcuno è riuscito perfino a manipolare le biografie delle tre ginnaste sull’enciclopedia online Wikipedia: i riferimenti alla controversia sull’età sono stati ripetutamente cancellati dall’intervento di zelanti censori. Per il segretario della Federazione internazionale di ginnastica (Fig), André Gueisbuhler, il problema non esiste perché il regolamento olimpico parla chiaro: fa fede solo il passaporto. “Abbiamo le fotocopie dei tre passaporti dove risultano 16enni, per noi il caso è chiuso”. La Karloyi sa che non c’è nulla da fare: “Nessuno accuserà di falso il governo cinese”.

Libertà di protesta ai Giochi: una trappola

Ji Sizun, 58 anni, è stato visto l’ultima volta l’11 agosto al commissariato di polizia del quartiere Deshengmenwai. Era andato a chiedere il regolare permesso per usare uno dei tre parchi che le autorità hanno designato come “zone di libertà d’espressione” durante le Olimpiadi. Voleva organizzare una protesta contro la corruzione. Quel giorno alle ore 12.15 alcuni testimoni lo hanno visto caricare su un’auto nera da tre poliziotti in borghese. Poche ore dopo la sua famiglia ha ricevuto una breve telefonata in cui Ji spiegava di “avere dei problemi”. Da allora non si hanno più notizie di lui, al cellulare non risponde. Ji Sizun è uno dei pochi audaci che hanno voluto mettere alla prova la promessa fatta dal governo cinese alla vigilia dei Giochi. Era il 23 luglio quando il capo della polizia Liu Shaowu, rispondendo alle domande della stampa straniera, indicò i tre parchi dove sarebbero stati autorizzati cortei, comizi, assemblee. “Le persone singole o i gruppi che lo desiderano – aveva annunciato il responsabile della sicurezza – potranno esprimere le loro opinioni, secondo la consuetudine invalsa in tutti i paesi che hanno organizzato le Olimpiadi”. Da allora quei tre parchi sono rimasti sempre aperti, ma li frequentano solo le famigliole che portano i bambini a giocare, e i pensionati che fanno esercizi di tai-chi la mattina. Dall’inizio dei Giochi non si è svolta nessuna manifestazione. E non perché siano mancate le richieste. Anche Ge Yifei, una dottoressa di 48 anni, ci ha provato. E’ venuta apposta dalla città di Suzhou per organizzare una protesta durante i Giochi. Voleva denunciare l’esproprio illegale e l’espulsione forzata di alcuni abitanti dalle loro case. I poliziotti della sua città l’hanno seguita fino a Pechino. Non appena è andata a presentare la domanda per poter manifestare, gli agenti di Pechino l’hanno consegnata ai colleghi di Suzhou, che se la sono “riportata” a casa. Il pretesto: a posteriori si è scoperto che in base al regolamento di polizia della capitale, solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino può far valere un diritto a usare quelle tre zone destinate alla “libertà di espressione”. I cinesi delle provincie possono solo assistere ai Giochi, ammesso che siano riusciti a comprare i biglietti. Altrimenti sono dei potenziali turbatori dell’ordine pubblico. Lo hanno scoperto a loro spese i genitori del Sichuan, i cui figli sono stati uccisi dal terremoto del 12 maggio nel crollo degli edifici scolastici costruiti senza rispettare le norme antisismiche. Alcuni di quei genitori volevano approfittare delle Olimpiadi per sensibilizzare le autorità centrali alla loro tragedia, chiedere giustizia, implorare indagini serie sul crollo delle scuole. Dovevano venire a Pechino nella speranza che il governo ascoltasse le loro denunce. Non sono neanche riusciti a partire. La polizia li ha intercettati all’aeroporto di Chengdu, il capoluogo del Sichuan. Gli agenti hanno stracciato i loro biglietti aerei prima che tentassero di imbarcarsi. Non è soltanto nei confronti dei “provinciali” che l’istituzione dei tre parchi si è rivelata una beffa crudele. La signora Zhang Wei aveva le carte in regola per ottenere il permesso. E’ residente a Pechino, nel quartiere storico di Qianmen. Proprio in vista dei Giochi l’area di Qianmen è stata restaurata per restituirle l’aspetto che aveva un secolo fa. E’ diventata un’attrazione turistica piena di ristoranti, negozi, cinema e teatri che riproducono un’architettura antica. Ma il progetto urbanistico ha avuto un costo sociale pesante. Sono state demolite molte casette popolari, gli abitanti hanno subìto espulsioni forzate. Pochi giorni prima dei Giochi a Qianmen ci fu una manifestazione di protesta popolare, repressa duramente dalla polizia. Zhang Wei voleva riprovarci. A Olimpiadi iniziate, il 12 agosto, la signora Zhang si è presentata al commissariato di quartiere a Qianmen. Portava una lettera firmata da altri venti vicini: la richiesta di usare uno dei parchi appositamente designati, per una protesta contro gli sfratti violenti. Quel 12 agosto è l’ultima volta che suo figlio Mi Yu l’ha vista. Zhang è stata arrestata e condannata. Sconterà un mese di carcere per “minacce all’ordine pubblico e alla stabilità sociale”. Le organizzazioni straniere non hanno avuto più fortuna. Reporters Senza Frontiere voleva organizzare delle proteste durante i Giochi, ma i suoi membri non hanno ricevuto il visto per la Cina. Che i tre parchi dedicati alla libertà di manifestare fossero una messinscena, lo si era sospettato subito. La legge cinese infatti lascia alle autorità un arbitrio assoluto per decidere che i candidati manifestanti sono dei sovversivi, nemici della sicurezza e dell’unità nazionale. Quanto è accaduto dall’inizio dei Giochi supera ogni timore: la promessa delle zone libere si è rivelata addirittura una trappola, chi ci è cascato è andato a consegnarsi nelle mani della polizia.

Con i Giochi scatta il valzer degli interessi

Un organizzazione da 2 miliardi di dollari, utili netti previsti nell’ordine dei 3 miliardi dollari, 600mila nuovi posti di lavoro all’anno dal 2001 e oltre 12 milioni di biglietti stampati. Sono questi, insieme a tanti altri, i numeri che fanno delle prossime Olimpiadi di Pechino l’evento sportivo del secolo. Si tratta di un giro d’affari di proporzioni inimmaginabili che coinvolge un’infinità di settori.

Sponsorship. Dopo una dura battaglia con la Nike, è l’Adidas che diventa lo sponsor ufficiale dei Giochi. La multinazionale tedesca, avrebbe sborsato, negli ultimi due anni, circa 200 milioni di dollari. La vittoria varrà all’azienda un ritorno d’immagine non indifferente, visto che 600mila persone, tra squadre e organizzatori porteranno il Fiore di loto in vista ai 4 miliardi di telespettatori previsti. Si ipotizza che Adidas, già leader di mercato in Giappone e India, possa raggiungere, entro il 2010 l’obiettivo di 1,26 miliardi di euro di fatturato.

Diritti televisivi. Le Olimpiadi di Pechino dovrebbero far registrare più di 2,5 miliardi di dollari di entrate in diritti Tv. A riferirlo è stato il responsabile della Commissione creata ad hoc dal Comitato internzaionale olimpico (Cio), Timo Lumme, in un’intervista rilasciata al China Daily. Il 49% delle entrate sarà assegnato al Comitato organizzativo, mentre il 51% sarà ripartito “tra altre istituzioni olimpiche, tra le quali i Comitati nazionali olimpici, le Federazioni sportive internazionali e una piccola percentuale andrà al Cio”. Fino a oggi, la NBC ha pagato la più grossa cifra per i diritti di trasmissione sulle Olimpiadi spendendo 800 milioni di dollari per questi Giochi. Ai 2,5 miliardi di diritti televisivi, si aggiungeranno, secondo le stime, 900 milioni di ricavi tra sponsor, biglietti e licenze. Secondo le previsioni Reuters, gli organizzatori potrebbero guadagnare un ulteriore miliardo di dollari dalle iniziative di marketing.

Biglietti., Il costo della realizzazione del sistema Rfid di lettura ottica si aggira sui 54,86 milioni di Yuan (oltre cinque milioni di euro). I prezzi variano a seconda delle gare e dei posti: la cerimonia d’apertura può costare tra i 20 e i 500 Euro, mentre quella di chiusura tra i 15 a 300 Euro; il basket, lo sport più caro, ha biglietti dai 5 ai 100 Euro mentre per atletica, calcio, nuoto, pallavolo e tennis da tavolo i prezzi sono più contenuti e sono compresi tra i 5 e gli 80 euro.

Indotto. Anche l’economia cinese scende in gioco alle Olimpiadi. Secondo il vicesindaco di Pechino Liu Jingmin, i Giochi avrebbero creato 600.000 posti di lavoro ogni anno a partire dal 2001, portando la crescita annua del Pil interno al 12,2% negli ultimi 5 anni.

Il podio. Tra le curiosità di queste Olimpiadi c’è anche il premio in palio per i vincitori, corrisposto ai singoli atleti dalle associazioni sportive nazionali. Quello messo a disposizione dal Coni (Comitato olimpico nazionale italiano) è stato aumentato: chi vincerà l’oro si porterà a casa 140 mila euro, 10 mila euro in più rispetto al “bottino” di 4 anni fa. L’argento sarà invece premiato con 75mila euro (al posto dei 65 mila corrisposti ad Atene), mentre il bronzo varrà 50 mila euro (e non più 40 mila). Allo stesso modo crescono anche i premi per le Paraolimpiadi: l’oro va da 70 mila a 75 mila euro, l’argento da 35 a 40, il bronzo da 20 a 25.

OLIMPIADI: ROGGE, PECHINO 2008 SEGNERA’ CAMBIAMENTO DELLA CINA

I giochi Olimpici di Pechino sono un punto di svolta nella storia della Cina: ne e’ covinto il presidente del Comitato Olimpico internazionale, Jacques Rogge.

”Credo - ha detto - che le Olimpiadi lasceranno un senso di legalita’ in Cina, un paese in transizione, con un grande futuro. Sono convinto che in futuro i Giochi di Pechino 2008 saranno considerati come una pietra miliare nella trasformazione della Cina”.

…se ne è convinto lui…

Giochi, l’incubo terrorismo e l’ombra di Al Qaeda

PECHINO - È una strage, 16 poliziotti cinesi uccisi nella regione islamica dello Xinjiang. L’ombra del terrorismo improvvisamente si staglia sui Giochi di Pechino. L’attacco ha colpito lontano dalla capitale: nella città-oasi di Kashgar, antica tappa lungo la Via della Seta. È un avamposto cinese verso l’Asia centrale, a 4.000 km da Pechino, assai più vicino a Kabul e Islamabad che al Villaggio degli atleti. Ma l’offensiva è una delle più violente che la Repubblica Popolare abbia mai subìto nella sua storia. Riporta in primo piano i segnali di una escalation in corso negli ultimi mesi: l’attentato esplosivo sventato su un aereo; i cinque morti per le bombe sugli autobus di linea a Shanghai e nello Yunnan; le voci di piani per rapire atleti, uccidere turisti e giornalisti durante i Giochi.

Le forze che vigilano su Pechino sono imponenti - 110.000 poliziotti nella capitale assistiti da 500.000 volontari - e da ieri sono in massima allerta. La capacità del governo cinese di garantire la sicurezza è messa alla prova. I suoi messaggi sono contraddittori. Dopo avere moltiplicato gli allarmi, dopo avere pubblicizzato l’arresto recente di 82 presunti terroristi, le autorità ora non vogliono dare un’impressione di fragilità. Non deve aprirsi una crepa nell’immagine di solidità, non può avere esitazioni la perfetta macchina organizzativa delle Olimpiadi.

La cronaca dell’attacco di ieri mattina è affidata all’organo ufficiale, l’Agenzia Nuova Cina, che raccoglie la versione della polizia locale. Alle otto del mattino a Kashgar due uomini alla guida di un camion hanno lanciato il mezzo contro un gruppo di poliziotti che stavano facendo jogging. Il luogo dell’assalto è temerario: proprio davanti a una caserma delle pattuglie militari di frontiera. I due si sono gettati dal camion in corsa e hanno lanciato delle granate contro gli agenti, poi li hanno assaliti a pugnalate. Sono stati catturati vivi, al termine di quello che la polizia definisce laconicamente “un sospetto attacco terroristico”. E’ una strage che impressiona per l’audacia. Con l’avvicinarsi dei Giochi infatti la regione islamica nordoccidentale è presidiata da forze massicce, paragonabili al dispositivo militare in Tibet.

Kashgar è popolata per il 70% da uiguri, l’etnìa turcomanna che la Repubblica Popolare si è annessa dal 1949. La loro provincia è vastissima, ha 5.600 km di frontiera esterna con otto nazioni di cui cinque di religione musulmana. I cinesi la chiamano Xinjiang, gli uiguri continuano a usare un altro nome: Turkestan orientale. Si sentono occupati, separati dai fratelli di fede musulmana che vivono oltre il confine, oppressi e discriminati. E’ una zona ad alta tensione, con turbolenze incessanti: nel solo 2005 secondo le autorità cinesi furono arrestati 18.227 uiguri per “minacce alla sicurezza nazionale”.

Un partito indipendentista di lunga data è lo East Turkistan Islamic Movement. Pechino lo definisce un’organizzazione terrorista; i suoi leader in esilio rifiutano questa etichetta e accusano la Cina di criminalizzare il loro movimento. Di recente è comparsa un’altra sigla, il Turkistan Islamic Party. Un video che gli viene attribuito è circolato su Internet il mese scorso, annunciava “attacchi contro i punti più vulnerabili delle Olimpiadi”.

I dirigenti di questo gruppo sarebbero rifugiati in Pakistan. Sono loro ad avere rivendicato le bombe incendiarie sugli autobus di linea a Shanghai e a Kunming (Yunnan). Gli otto milioni di uiguri dello Xinjiang sono una infima minoranza rispetto al miliardo e 300 milioni di cinesi han; ma la diaspora islamica è diffusa in tutte le provincie della Repubblica Popolare e può fornire reti di protezione clandestina. Non a caso molti immigrati sono stati allontanati da Pechino in vista delle Olimpiadi. La capitale ora è circondata da una fitta rete di posti di blocco per filtrare gli ingressi.

Il governo cinese ha teorizzato l’esistenza di collegamenti operativi fra i secessionisti islamici e Al Qaeda. Alcuni militanti uiguri furono catturati dagli americani nei campi di addestramento dei Taliban in Afghanistan. La Repubblica Popolare sta usando tutta la sua influenza in Asia centrale per convincere i governi confinanti a fare terra bruciata attorno ai separatisti. Ma le solidarietà etniche e religiose di cui godono sono profonde. E l’escalation di questi ultimi mesi non lascia dubbi: anche fra gli uiguri c’è chi ha deciso che la vetrina dei Giochi va sfruttata ad ogni costo

Pechino 2008, sabato la fiaccola sarà in Tibet

Il Comitato organizzatore dei giochi olimpici di Pechino ha fatto sapere che sabato 21 giugno la fiaccola passerà da Lhasa, la capitale del Tibet. Secondo un funzionario del Bocog quella di Lhasa sarà l’unica tappa nella regione. Gruppi di esuli tibetani avevano chiesto l’annullamento del passaggio della fiaccola da Lhasa nel timore di nuove violenze e solo due giorni fa era stato annunciato, senza spiegazioni, l’annullamento del passaggio della torcia dal Tibet.

Nelle manifestazioni anticinesi che da marzo alla fine di maggio si sono svolte in tutto il Tibet, sarebbero, secondo gli esuli tibetani, morte più di 200 persone. Il govero cinese parla di sole venti vittime. Si ignora il numero delle persone arrestate. Dalla metà di marzo il Tibet è chiuso a tutti gli osservatori indipendenti, inclusi i giornalisti stranieri.

Tra eccezionali misure di sicurezza, la fiaccola olimpica è passata da Kashgar, città simbolo del nazionalismo degli uighuri, la minoranza etnica di religione musulmana presente nella provincia cinese dello Xinjiang. Sul percorso della fiaccola erano presenti solo poche persone accuratamente selezionate. Il grosso della popolazione è stato tenuta lontano. In una nota inviata agli organi di stampa stranieri in Cina, l’organizzazione degli uighuri in esilio “Uyghur American Association” ha definito la staffetta della fiaccola nel Xinjiang «una dimostrazione della dittatura della Cina». La Uaa sostiene che «migliaia di uighuri sono stati detenuti nei mesi che hanno preceduto l’arrivo della fiaccola» e che alla popolazione è stato imposto di «evitare qualsiasi contatto con i giornalisti stranieri». I giornalisti che che sono sul posto hanno confermato di non aver potuto parlare liberamente con la popolazione nonostante la promessa fatta dalla Cina al momento dell’ assegnazione delle Olimpiadi di garantire una completa libertà di stampa. A 50 giorni dall’apertura dei Giochi Olimpici di Pechino, secondo i gruppi umanitari, la repressione contro i dissidenti non si arresta. Amnesty International ha sollecitato il governo cinese a fornire informazioni su oltre un migliaio di manifestanti tibetani arrestati nel corso delle proteste dei mesi scorsi e a consentire libero accesso in Tibet agli osservatori indipendenti. Amnesty International ha messo in rilievo «la perdurante repressione delle proteste, la censura e la condizione dei detenuti, che in diversi casi hanno denunciato di essere stati picchiati, alimentati in modo insufficiente e privati di cure mediche adeguate. Le informazioni che arrivano dal Tibet sono davvero scarse, ma sulla base di quelle che abbiamo riscontrato possiamo affermare che siamo di fronte a un quadro agghiacciante di detenzioni arbitrarie e di abusi nei confronti dei prigionieri - ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del programma Asia-Pacifico di Amnesty - L’imminente ingresso della torcia olimpica nelle aree tibetane dovrebbe consentire di fare luce su questa situazione».

Berlusconi andrà a Pechino per le olimpiadi?

Con la tappa di Lhasa si concludono di fatto quattro lunghissimi mesi di marce della torcia olimpica. Questo giro del mondo, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto essere una marcia di trionfo, l’ingresso glorioso della Cina nella società internazionale.

Invece, è stato subito chiaro, sono stati una via Crucis, un’occasione per la lunga fila di nemici della Cina e della sua crescita economica e politica di prendersi una rivalsa, di scagliare un insulto o un uovo marcio sul palcoscenico di Pechino.

In effetti la Cina ha pagato, con i soldi dell’organizzazione, i viaggi ecc, per creare un’occasione internazionale contro di sé e a favore dei suoi nemici. Il danno subito sarebbe stato minore se Pechino avesse firmato una serie di assegni milionari e li avesse donati ai suoi oppositori.

A livello interno è stato il contrario: i clamori banalmente anticinesi all’estero hanno suscitato un grande entusiasmo popolare filogovernativo senza precedenti che ha rinforzato l’entusiasmo nazionalista, già acceso contro le proteste indipendentiste in Tibet.

Solo che l’entusiasmo nazionalista è una bestia feroce e indomabile: oggi ruggisce a difesa del governo, domani può cercare di azzannare lo stesso governo al primo sospetto di tradimento a favore di interessi stranieri.

Inoltre la Cina che vuole essere accettata nel consesso internazionale, legata per oltre la metà della sua ricchezza al commercio estero, non può cavalcare un nazionalismo che la isolerebbe e moltiplicherebbe i suoi nemici esterni.

In altre parole, per il consenso interno le proteste in Tibet sono state un regalo insperato, ma sarebbero bastate. La torcia olimpica ha creato più problemi che benefici: ha cominciato ad alzare la temperatura politica delle olimpiadi già estremamente politicizzate dalle mille polemiche che circondano la Cina.

E non si tratta solo della torcia. C’è gente a Pechino che si pente per queste Olimpiadi: sarebbe stato meglio non chiederle, sarebbe stato meglio aspettare ancora 10 o 15 anni, quando la Cina sarebbe stata più pronta ad affrontare l’assalto politico e mediatico dall’estero.

D’altro canto, ribattono gli ottimisti pervicaci, la scadenza delle olimpiadi sta facendo accelerare il passo su una serie agende internazionali e interne: le trattative con Taiwan, il miglioramento dei rapporti con Giappone e India, la maggiore duttilità con gli Usa e la più grande fermezza con il Nord Corea, i nuovi colloqui con il Dalai Lama e con il Vaticano.

Senza la scadenza delle olimpiadi su tutti questi argomenti ci sarebbe stata maggiore prudenza e cautela, e forse si sarebbe arrivati tra 10 anni comunque con pochi progressi.

Forse.

Comunque, oggi si apre come le porte dell’inferno il grande punto interrogativo su chi verrà o meno a Pechino per le inaugurazioni delle olimpiche l’8 agosto. In un momento di ingenuo entusiasmo la Cina aveva aperto il concorso di capi di governo e di stato vantando centinaia di super ospiti.

In questo modo però l’8 agosto però ora non si conterà chi sarà venuto, ma chi sarà assente. Questi, dopo le polemiche sul Tibet e il passaggio della torcia olimpica, saranno tanti.

Per gonfiare i numeri della statistica Pechino raccoglie ora teste coronate o meno in Paesi di scarso peso politico, ma tutti sanno che i numeri non sono tutti uguali e l’importante davvero sarà il numero di capi di governo dei Paesi ricchi e sviluppati.

Tra quelli che contano, ameno di sorprese all’ultimo minuto, ci saranno il Presidente americano Bush, l’imperatore e il premier giapponese Akihito e Fukuda. Anche gli indiani dovrebbero essere presenti in massa. Putin e Medvedev potrebbero esserci entrambi.

Tra gli assenti brilleranno invece gli europei, tranne la presenza formale dei vari reali. Non ci sarà il cancelliere tedesco Maerkel, il premier britannico Brown, in dubbio è il presidente francese Sarkozy, e il primo ministro spagnolo Zapatero. In Italia Berlusconi ancora non sa bene cosa fare.

Se venisse avrebbe dai cinesi l’onore di essere ricevuto come il maggiore rappresentante dell’Unione europea, ma rischierebbe di aggiungere ruggine alle polemiche e ai sospetti tra il suo governo e i colleghi europei. Questo scotto potrebbe essere pagato se l’Italia avesse un chiaro programma politico su cosa fare e chiedere alla Cina. Ma l’Italia ce l’ha?

Questo risultato in Europa è in realtà una nuova sorpresa per la Cina. Per oltre un decennio offuscata dal fumo delle mille polemiche su diritti umani, religione e minoranze etniche, Pechino ha creduto di avere migliori rapporti con l’Europa rispetto a Usa, Giappone e India, covo di “nemici”. Ha voluto credere al sogno della potenza dell’Unione europea bilanciamento dell’egemonia americana.

Ora in un momento cruciale, in realtà duro e difficile, come l’8 agosto, i presunti nemici si presentano all’appello mentre gli europei si eclissano. Ciò dovrebbe indurre i cinesi a riconsiderare profondamente molti termini politici internazionali.

Forse è in questa prospettiva che Berlusconi potrebbe considerare il suo viaggio in Cina. L’8 agosto, al di là delle polemiche, degli scivoloni mediatici di quei giorni, Pechino potrebbe fare la conta.

Berlusconi dovrebbe capire se gli conviene o meno. Ma anche per questo Roma avrebbe bisogno di una strategia complessa. Si tratterebbe di pensare a un mondo che va oltre l’Europa e l’Atlantico. Senza un paradigma politico di riferimento non si possono nemmeno fare calcoli di convenienza.

In questa trappola, a metà di un guado, sicuri di sbagliare verso gli europei o la Cina, senza sapere perché, è Berlusconi oggi riguardo all’8 agosto. Certo, oggi non è in cima ai suoi pensieri, travolto da mille altre polemiche e questioni più impellenti.

Ma nel medio termine, dopo l’8 agosto, le olimpiadi di Pechino peseranno più di quanto non sembri oggi. Allora cosa farà l’Italia per allora? E soprattutto perché, per quali scopi?

Fiamma olimpica in Tibet. Pechino attacca Dalai Lama

I dirigenti del Partito comunista cinese in Tibet hanno utilizzato oggi il passaggio della staffetta della fiamma olimpica attraverso la capitale Lhasa per difendere il proprio potere e per denunciare il Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio.

La processione della torcia è terminata, tra rigide misure di sicurezza, sotto il palazzo Potala, ex residenza del Lama, dopo un passaggio di sole due ore tra una folla attentamente selezionata, tre mesi dopo le le proteste anti-cinesi che hanno sconvolto la regione.

“Il cielo del Tibet non cambierà mai e la bandiera rossa con le cinque stelle sventolerà sempre in alto su di esso”, ha detto il capo del Pc in Tibet Zhang Qingli nel corso della cerimonia conclusiva.

“Saremo certamente capaci di schiacciare i piani separatisti della cricca del Dalai Lama”, ha aggiunto l’esponente comunista davanti al Potala.

La Cina accusa il Dalai Lama di aver incitato la proteste e le rivolte scatenatesi a marzo a Lhasa e poi oltre i confini del Tibet, proprio nel tentativo di compromettere le Olimpiadi di Pechino, che inizieranno l’8 agosto. Il Dalai Lama ha sempre negato l’accusa.

Lhasa era presidiata dalla polizia e dalle truppe metro per metro lungo l’itinerario scelto per il passaggio della torcia. I negozi erano chiusi e i pochi gruppi scelti di residenti che hanno potuto assistere all’evento erano guardati a vista.

Alla partenza del tragitto, alcuni gruppi di studenti, sia tibetani che cinesi, hanno sventolato striscioni olimpici, la bandiera nazionale e quella del Pc cinese.

“Siamo convinti che la staffetta della torcia dei Giochi olimpici di Pechino infiammerà ancora di più lo spirito patriottico del popolo”, ha detto il segretario del Pc di Lhasa Qin Yizhi.

L’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua ha detto che il passaggio della torcia nelle strade di Lhasa è avvenuta “in un’atmosfera di gioia e pace”. Ora la fiaccola si trasferisce nella vicina provincia di Qinghai, dove risiedono molti tibetani.

Il premier giapponese sarà alla cerimonia inaugurale

Il premier giapponese, Yasuo Fukuda, assistera’ alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino, in programma l’8 agosto. Lo ha riferito la catena tv nipponica Nhk. Malgrado gli impegni di quelle giornate - tra cui le commemorazioni per l’anniversario degli attacchi atomici su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto) - Fukuda ha confermato la sua presenza. E’ una partecipazione che ha anche un valore politico, visto il lento disgelo in corso tra Cina e Giappone e il possibile boicottaggio dell’inaugurazione da parte dei leader europei per protesta contro la repressione in Tibet e le violazioni dei diritti umani. Fukuda si unisce ad altri leader di primo piano, dal presidente americano, George W. Bush, a quello sudcoreano, Lee Myung-bak, che hanno gia’ annunciato la loro presenza.

la fiaccola andrà in Tibet, il 21 giugno sfilerà a Lhasa

La fiaccola olimpica passerà da Lhasa, la capitale del Tibet, sabato 21 giugno. Lo ha deciso il Comitato organizzatore dei Giochi di Pechino (Bocog). Dopo le modifiche nel programma della staffetta in seguito al terremoto nella regione del Sichuan, la torcia sarebbe dovuta arrivare lunedì scorso nel Tibet e restarci per tre giorni. Invece, dopo l’arrivo nella regione dello Xinjiang la fiaccola passerà a Lhasa sabato prossimo e vi rimarrà un solo giorno, sorvegliata nel suo tragitto da misure di sicurezza eccezionali per evitare incidenti.

Nei giorni scorsi un gruppo di esuli tibetani aveva chiesto l’annullamento del passaggio della torcia nel timore di nuove violenze. Le autorità cinesi, in particolare i dirigenti della Regione autonoma del Tibet, erano contrari. Anzi, per loro il passaggio della fiaccola da Lhasa era diventato un punto d’onore, un modo per dimostrare che la situazione è sotto controllo e si è tornati alla normalità.

La torcia è intanto approdata ieri a Urumqi, capitale della regione dello Xinjiang, per la prima delle quattro tappe in quella che è una delle regioni più complesse della Cina. Teatro di violenze separatiste e culla dei fondamentalisti islamici uighuri, lo Xinjiang non si è mai rassegnato alla dominazione degli han e il passaggio della fiaccola olimpica è stata occasione per dimostrare - pacificamente - l’ostilità di questa minoranza.

Il timore di attentati ha spinto le autorità a chiudere quasi tutto il centro di Urumqi e una fitta serie di posti di blocco ha limitato i movimenti in un’area altrimenti molto vivace. Nella piazza del Popolo, dove l’accesso era controllato con perquisizioni e metal detector, si sono ritrovate circa tremila persone, quasi tutti han, che hanno salutato il passaggio della fiaccola con slogan come “Viva la Cina” e “Viva le Olimpiadi”.


Oggi la torcia olimpica ha attraversato le strade di Kashgar, antica città della Via della Seta ai confini con il Pakistan e l’Afghanistan e roccaforte del nazionalismo uighuri. Il primo tedoforo è partito dalla piazza dell’antica moschea Id Kah, la più grande della Cina. Poca la gente per strada, anche qui quasi tutti han che hanno festeggiato con coreografie ben orchestrate il passaggio dei tedofori, scortati da 40 agenti con maglietta blu e guanti neri. La comunità islamica, che rappresenta più di metà della popolazione, era rappresentata solo da alcuni leader e dai bambini nei costumi tradizionali.

Negozi chiusi, strade semideserte e polizia ovunque a vigilare contro il pericolo di attentati, dopo l’allarme per possibili azioni di militanti islamici che puntano a creare lo Stato indipendente del Turkestan orientale.

Pechino i gruppi umanitari denunciano. E la repressione è più intensa

L’elenco è lungo: dal difensore dei malati di Aids Hu Jia (condannato a tre e mezzo di prigione), all’avvocato degli inquilini di Shanghai Zheng Enchong (agli arresti domiciliari dopo aver scontato quattro anni di detenzione) fino all’ultimo in ordine di tempo, l’attivista e blogger Huang Qi, arrestato nei giorni scorsi per aver scritti articoli critici verso il comportamento delle autorità locali in occasione del terremoto del Sichuan. Mancano circa 50 giorni all’8 agosto, giorno di apertura dei Giochi Olimpici di Pechino e, secondo i gruppi umanitari, la repressione contro i dissidenti cinesi non accenna a fermarsi, anzi.

In un documento diffuso alla fine dell’anno scorso Amnesty International ha ricordato le vicende di alcuni dissidenti che illustrano il giro di vite dato da Pechino in vista delle Olimpiadi: Wang Ling, condannata in ottobre a 15 mesi di “rieducazione attraverso il lavoro” per aver firmato petizioni e preparato cartelli critici verso la costruzione delle nuove strutture olimpiche; Yang Chunlin, che dopo la pubblicazione del
rapporto di Amnesty è stato condannato a cinque anni (il 24 marzo scorso), per aver scritto e diffuso una petizione dal significativo titolo: “Vogliamo i diritti umani e non le Olimpiadi”; Ye Gouzhou, attivista per il diritto alla casa, che sta scontando quattro anni di reclusione per aver cercato di organizzare una manifestazione per richiamare l’attenzione sulla sorte delle persone che hanno dovuto trasferirsi per far posto alle opere olimpiche, circa un milione e mezzo di persone secondo il Centre on Housing Rights and Evictions (Cohre), un’organizzazione umanitaria basata a Ginevra.

Il caso che ha più suscitato clamore è stato quello di Hu Jia, del quale invano hanno chiesto la liberazione i governi di numerosi Paesi occidentali. Trentaquattro anni, tra i primi a denunciare lo scandalo del traffico di sangue infetto che ha portato ad un’epidemia di Aids nella provincia dell’Henan, Hu è un attivo blogger e promotore dei diritti democratici.

Con l’avvocato democratico Teng Biao, ha diffuso una lettera aperta di denuncia della “vera situazione” dei diritti umani in Cina nell’anno delle Olimpiadi. L’ iniziativa gli è costata tre anni e mezzo di prigione, che gli sono stati inflitti per il reato di aver “incitato a sovvertire i poteri dello Stato”. Teng Biao se l’è cavata con un sequestro durato due giorni, durante i quali è stato “invitato” da un gruppo di agenti del Ministero per la Pubblica Sicurezza a rinunciare ai suoi contatti con giornalisti stranieri, e con la revoca della sua licenza d’ avvocato, decisa dopo che si era offerto di difendere i tibetani detenuti per le manifestazioni anti-cinesi dei mesi scorsi. Inoltre Zeng Jiyan, moglie di Hu Jia e anche lei attivista, e la loro bambina di pochi mesi sono agli arresti domiciliari di fatto dallo scorso dicembre. Il conto alla rovescia tocca i cinquanta giorni mentre la staffetta della fiaccola olimpica; il “viaggio dell’armonia” secondo il Comitato Organizzatore dei Giochi di Pechino (Bocog) - passa per i posti più rischiosi: da oggi è nel Xinjiang, la Regione Autonoma dove vivono tra gli altri circa otto milioni di uighuri, di etnia turcofona e di religione musulmana, e poi - forse - passerà dal Tibet. Testimoni riferiscono che a Kashgar, la città sulla storica Via della Seta ai confini con il Pakistan e l’Afghanistan e capitale del nazionalismo uighuro, sarà consentito seguire il passaggio della fiaccola solo alle persone inquadrate dalla proprie “unità di lavoro”. Le strade sono pattugliate da militari, poliziotti, e vigili del fuoco e ai negozi è stato ordinato di restare chiusi durante il passaggio del simbolo olimpico.

OPERAI CINESI A GOVERNO ITALIANO, IMPEGNO PER NOSTRI DIRITTI

Mentre il Governo italiano discute se sia opportuno o meno partecipare ufficialmente alle Olimpiadi di Pechino 2008, Suki Chung, leader della organizzazione Labour Action China e ospite della campagna italiana Abiti Puliti, ha presentato questa mattina a Roma una lettera al Governo italiano e alle nostre imprese nella quale chiede ”un impegno concreto perche’ le condizioni dei lavoratori nelle fabbriche di abbigliamento sportivo in Cina migliorino davvero”.

Salari di meno di due dollari al giorno, orari di lavoro fino a 18 ore, stabilimenti malsani, maltrattamenti e tanti bambini ancora tra le linee di produzione: ”E’ questa la realta’ che si nasconde dietro i marchi scintillanti di tute, cappellini, attrezzature sportive e palloni che scenderanno in pista alle prossime Olimpiadi”.

Nike, Adidas, Puma, ma anche imprese italiane come Lotto e Kappa ”hanno dato ampia visibilita’ alle loro politiche di responsabilita’ sociale e al loro impegno nel promuovere codici etici - ha continuato l’attivista cinese nel corso dell’incontro con la stampa -. Tuttavia tollerano che in Cina e in molti altri paesi dove fanno confezionare i loro prodotti, non siano rispettati gli standard sociali che consentirebbero una vita dignitosa a centinaia di migliaia di famiglie”.

Giallo Olimpiadi nel governo

Il mondo politico italiano è stato scosso dal quasi annuncio del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica: il quale, parlando in Commissione, alla Camera, ha ipotizzato un possibile forfait del nostro governo, alla ceriminia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino. Ma poi, a gettare acqua sul fuoco e a smentire nei fatti le parole del suo vice, è stato il titolare della Farnesina, Franco Frattini: il ministro, dopo aver incontrato il capo della diplomazia cinese capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, ha detto che la presenza dell’esecutivo “non è affatto esclusa”, e che la decisione verrà presa insieme agli altri paesi Ue.

Il governo italiano “potrebbe non partecipare alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino”: così il sottosegretario agli Esteri, rispondendo in commissione Esteri a una interrogazione del deputato radicale del Pd Matteo Mecacci. “La partecipazione delle autorità italiane alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici - ha detto Mantica - non è ancora stata decisa, ma al momento non vede favorevole il governo italiano”.

Questa mattina il ministro degli Esteri ha incontrato il capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, al termine dei lavori del comitato intergovernativo tra Roma e Pechino. Qualsiasi ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, ha detto Frattini a margine del colloquio, “è inaccettabile”. Con la speranza, ha scherzato il ministro, che gli atleti azzurri raggiungano “risultati migliori di quelli ottenuti ieri dalla nostra Nazionale con l’Olanda…”.

Intanto, le dichiarazioni di Mantica fanno discutere il mondo politico. Ma nel corso della sua audizione pomeridiana alla Commissione della Camera, Frattini ha molto ammorbidito la posizione del governo: “Non è affatto esclusa - ha detto - la partecipazione di una delegazione del governo italiano alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino. Se vi fosse un orientamento dell’Ue ci atterremmo, ma non c’è ancora. E se non vi fosse deciderà il governo italiano”. Nei fatti, una smentita alla versione ben più netta data da Mantica.

incontro con Ming Lai Chung, attivista del Labour Action China di Hong Kong

Oggetto: [Mani Tese Roma] Invito per il 12 giugno, incontro con Ming Lai
Chung, attivista del Labour Action China di Hong Kong

Cari amici e amiche,dopo avere curato
la versione italiana del report VINCERE GLI OSTACOLI sulle condizioni di
lavoro nelle fabbriche delle Olimpiadi di Pechino (che potete scaricare dal
sito www.abitipuliti.org), abbiamo pensato di invitare in Italia Ming Lai
CHUNG detta Suki, giovane ricercatrice e responsabile advocacy del Labour
Action China (LAC), un’organizzazione non governativa con sede ad Hong Kong
che sostiene le organizzazioni di base e le campagne impegnate nella difesa
dei diritti dei lavoratori cinesi. Suki ha partecipato alla stesura del
report sulle Olimpiadi, di cui ha curato anche la traduzione in cinese.Il 12
giugno alle ore 17.30 organizziamo un incontro con attivisti e realtà
impegnate sul terreno della difesa dei diritti dei lavoratori e del
monitoraggio dei comportamenti delle imprese; crediamo che si possa trattare
di una preziosa occasione di confronto e di scambio a partire dalle
reciproche esperienze. Vi preghiamo di segnalarci eventuali altre
realtà/persone che potrebbero essere  interessate all’incontro per estendere
anche a loro l’invito. Fateci anche sapere se riuscirete a partecipare.Un
caro saluto a tutti.

Deborah
FAIR/ Campagna Abiti Puliti

Cina, al via il “grande esame” per l’università

PECHINO - Per dieci milioni di studenti cinesi questa è la notte prima degli esami. Anzi, la notte prima del “Grande esame”: il Gaokao, ovvero la selezione statale per l’ammissione all’università, che da sabato a lunedì terrà impegnati i ragazzi che aspirano a un futuro migliore. In palio, infatti, ci sono quasi sei milioni di immatricolazioni universitarie, che sono la chiave d’accesso che apre molte porte in un mondo del lavoro sempre più competitivo. E in un Paese che si impone sempre più sul panorama economico internazionale.

Sarà una tre giorni di stress fisico, e soprattutto psicologico, per i diplomati delle delle ventotto province cinesi. Il sistema è strettamente meritocratico: più alto è il punteggio che gli studenti ottengono nelle prove, migliore è l’università a cui avranno accesso. Da qui si capisce l’importanza che il Ministero dell’istruzione dà all’esame, un vero e proprio evento nel Paese del dragone.

Le misure di sicurezza improntate per proteggere la serietà delle prove sono ingenti. Per la prima volta quest’anno il segreto del testo d’esame - minacciato dall’esistenza di Internet, che in Cina vanta oltre 200 milioni di utenti - è protetto da speciali misure di sicurezza. I giornali raccontano che sono state messe in piedi vere e proprie squadre di vigilantes per scongiurare “comportamenti impropri”.

Quest’anno poi l’esame cade proprio nel giorno del Festival delle Barche ed è stato imposto il “divieto di festeggiamenti”, per tutelare il silenzio e la concentrazione degli studenti: le imbarcazioni a forma di drago usate per le tradizionali gare del Festival resteranno immobili nei corsi d’acqua vicino alle scuole. Inoltre, speciali numeri di “pronto soccorso studenti” saranno attivati per accompagnare i ritardatari in aula.


Il Gaokao è il punto di arrivo di una preparazione che per molti comincia già dall’infanzia. Ecco perché i giovani sono concentrati al massimo delle loro forze. Ancor più tesi i genitori, che sul sito del ministero dell’Istruzione possono trovare indicazioni e suggerimenti, da come comportarsi con i figli a che cosa dar loro da mangiare per migliorare le prestazioni. Le autorità hanno anche messo in guardia le famiglie nei confronti dei nuovi “business da esame”, come le stanze affittate a prezzi esorbitanti agli studenti che risiedono nelle periferie.

Molti padri e madri hanno chiesto persino giorni di ferie per assistere nello studio i figli. Questo succede soprattutto nel caso dei “piccoli imperatori”, come vengono chiamati i figli unici in Cina. E poi ci sono anche i “bimbi prodigio” lodati dal quotidiano Xinjingbao: una trentina di bambini dai 13 ai 15 anni, le menti migliori che sono state capaci di completare in soli 4 anni gli studi che gli altri finiscono in otto.

Un caso a parte sono i quasi centomila studenti della provincia del Sichuan, colpita dal terribile terremoto dello scorso 12 maggio, che fece più di settantamila vittime. Molti sono senza casa, senza libri e a volte anche senza genitori. Per loro il Gaokao sarà posticipato di un mese.

AMNESTY CHIEDE IL RILASCIO DEGLI ATTIVISTI DI TIENANMEN

Amnesty International ha chiesto oggi alle autorita’ cinesi di rilasciare
decine di persone ancora in carcere dai tempi delle proteste di Tiananmen,
risalenti ormai a 19 anni fa.

‘La repressione di Tiananmen del giugno 1989 fece centinaia di vittime. Da
allora, decine di persone che avevano preso parte alle manifestazioni
languono in carcere, condannati a seguito di processi gravemente iniqui.
Negli anni successivi, molti altri attivisti sono stati imprigionati per
aver ricordato o criticato l’operato del governo nel 1989. Le autorita’ di
Pechino non hanno alcuna scusa per continuare a tenerle in prigione’ – ha
dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty
International.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, le autorita’ cinesi hanno
dimostrato di poter rispondere in modo molto efficiente a una catastrofe
naturale, come il terremoto che il 12 maggio ha sconvolto la provincia del
Sichuan, ai sopravvissuti del quale Amnesty International porge le proprie
condoglianze ed esprime solidarieta’. ‘Chiediamo che il governo si
comporti allo stesso modo quando si tratta di diritti umani, precisamente
del diritto di esprimere pacificamente le proprie opinioni’ – ha aggiunto
Zarifi.

‘In vista delle Olimpiadi, la Cina ha promesso di migliorare la situazione
dei diritti umani. Rilasciare gli attivisti di Tiananmen, rendere
giustizia alle famiglie delle vittime e consentire pubbliche cerimonie
funebri e commemorazioni costituirebbero decisi passi avanti affinche’ i
Giochi lascino un’eredita’ positiva. Invece di perseguitarli, come fa da
anni, il governo cinese dovrebbe aiutare e proteggere i familiari di chi
perse la vita nella repressione di Tiananmen. E’ tempo che la Cina faccia
i conti con questa tragedia, iniziando a riconoscere le proprie
responsabilita’ e a rimarginare questa ferita’ – ha concluso Zarifi.

Ulteriori informazioni

Secondo la Fondazione Dui Hua, che ha sede negli Usa, sarebbero tra 60 e
100 le persone ancora in carcere per aver commesso reati nel corso delle
proteste del giugno 1989. Il numero esatto non e’ noto, poiche’ il governo
di Pechino non lo ha mai reso pubblico.

Nel 2006 le autorita’ hanno rilasciato diversi prigionieri, che tuttavia
rimangono sottoposti a stretta sorveglianza di polizia e al divieto di
prendere parte a qualsiasi attivita’ giudicata ‘sensibile’, come parlare
ai giornalisti.

Le Madri di Tiananmen, un gruppo di attiviste per i diritti umani i cui
figli o altri parenti stretti vennero uccisi nel corso della repressione,
continuano a chiedere alle autorita’ di consentire lo svolgimento di
pubbliche cerimonie, porre fine alla persecuzione delle vittime e delle
famiglie, rilasciare tutte le persone in carcere per aver preso parte alle
proteste pacifiche e avviare un’inchiesta completa e trasparente sugli
eventi del giugno 1989. Nel corso di questi anni, numerose esponenti delle
Madri hanno subito persecuzioni, discriminazioni e arresti arbitrari.

Alcuni casi

- Miao Deshun, arrestato nel giugno 1989 e condannato in primo grado a
morte per incendio. Nel 1991 la pena e’ stata tramutata in ergastolo e nel
1998 a 20 anni. E’ detenuto nella prigione di Yanqing, alla periferia di
Pechino; dovrebbe essere rilasciato il 15 settembre 2018;

- Liu Zhihua, condannato in primo grado all’ergastolo per aver svolto
discorsi ‘anti-governativi’ e aver incitato la folla a compiere ‘atti di
violenza, devastazioni e saccheggi’. Era stato tra i promotori di uno
sciopero in uno stabilimento per la produzione di materiali elettronici,
nella provincia dell’Hubei. La sua condanna e’ stata ridotta a 15 anni nel
settembre 1993 e aumentata a 20 anni nel 1997, dopo il suo coinvolgimento
in una rissa. Con la riduzione di pena di due anni per buona condotta,
ottenuta nel 2001, dovrebbe essere rilasciato il 16 gennaio 2011;

- Wang Jun, operaio di 18 anni della provincia dello Shaanxi. E’ stato
condannato a morte con sospensione della pena per aver lanciato sassi,
distrutto lampioni pubblici e dato fuoco a diversi veicoli nel corso di
‘gravi disturbi politici’ in un’industria della citta’ di Xi’an il 22
aprile 1989. E’ attualmente detenuto nella prigione di Fuping, nella
provincia dello Shaanxi. A seguito di quattro successive riduzioni di
pena, dovrebbe essere rilasciato l’11 dicembre 2009.

Amnesty International chiede al governo cinese di concedere l’amnistia a
tutte le altre persone imprigionate in relazione alle proteste del 1989,
considerando la lunghezza del periodo di carcere gia’ trascorso, la natura
sommaria e iniqua dei processi che determinarono le condanne e il rifiuto
di garantire loro un nuovo processo in linea con gli standard del diritto
internazionale.

A essere stati perseguitati, arrestati e imprigionati sono anche i
giornalisti che si sono occupati della repressione del 1989 e gli
attivisti che hanno sostenuto le richieste di commemorare gli eventi di
Tiananmen. Per Amnesty International si tratta di prigionieri di
coscienza, che devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni:

- Yang Tongyan (conosciuto con lo pseudonimo Yang Tianshui), scrittore
freelance, sta scontando una condanna a 12 anni di carcere nella prigione
municipale di Nanchino, nella provincia dello Jiangsu, per ‘sovversione’,
in relazione a diversi capi d’accusa tra cui aver scritto in favore di
riforme politiche e democratiche. Aveva gia’ scontato 10 anni di carcere
per aver criticato la repressione del 1989 e aver cercato, secondo
l’accusa, di costituire un partito politico di opposizione. Nel 2007
sarebbe stato costretto a lavorare, dalle otto alle 10 ore al giorno, in
un ambiente inquinato da sostanze tossiche, per produrre palloni da calcio
e da pallacanestro. Alla fine dell’anno, sarebbe stato assegnato a fare un
lavoro piu’ leggero, il bibliotecario della prigione;

- Shi Tao continua a scontare una condanna a 10 anni di carcere per aver
diffuso via mail la sintesi di una direttiva del dipartimento centrale
della Propaganda, in cui si davano indicazioni ai giornalisti su come
trattare il quindicesimo anniversario delle proteste del 1989. Dalla fine
del giugno 2007 si trova nella prigione Deshan di Changde, nella provincia
dello Hunan. Le sue condizioni detentive paiono migliorate e sua madre
puo’ ora visitarlo regolarmente. La Corte suprema del popolo ha accolto la
richiesta di rivedere il suo caso ma non si e’ ancora pronunciata nel
merito;

- Kong Youping, ex sindacalista, sta scontando una condanna a 15 anni di
carcere, emessa nel settembre 2004, per aver postato su internet articoli
e poesie che chiedevano la riabilitazione ufficiale del movimento per la
democrazia del 1989. Si trova nella prigione di Lingyuan, nella provincia
del Liaoning.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 3 giugno 2008

Le tante eccezioni al “figlio unico” in Cina

Non è certo una consolazione per i genitori del Sichuan che piangono i loro bambini sepolti sotto le macerie del terremoto, e spesso non hanno ritrovato che brandelli di piccoli cadaveri, un quaderno scolastico, uno zainetto. Il governo ha voluto comunque fare questo gesto per loro. Ha annunciato che nelle zone colpite dal sisma del 12 maggio viene sospesa la regola del figlio unico. Ammesso che quelle coppie di genitori sopravvissuti ne abbiano ancora la voglia, e sempre che siano in età per farlo, potranno mettere al mondo un altro bambino. In realtà quella che è stata presentata come una concessione è solo una conferma: già oggi la legge cinese prevede che le coppie possano mettere al mondo un secondo figlio, in caso di decesso del primo. E’ sintomatico che anche la tragedia del Sichuan abbia chiamato in causa la politica cinese del controllo delle nascite. Come dice Zhongxin Sun dell’università Fudan di Shanghai, “perdere un figlio unico vuol dire perdere tutto per i genitori cinesi, quel bambino era la loro sola speranza”. La regola del figlio unico ha trasformato in tanti modi questo paese, ha avuto conseguenze che spaziano dall’economia al costume sociale, dalla politica alle gerarchie di valori. E’ una politica odiata da molti, eppure difesa con tenacia dal governo. Almeno per adesso. Su questo punto il regime è ancora irremovibile. “La politica del figlio unico resterà in vigore per altri dieci anni”. Lo ha annunciato il ministro della pianificazione familiare, Zhang Weiqing, per tagliare corto alle indiscrezioni su un’imminente revisione del controllo delle nascite. Il tema è dibattuto apertamente perché la Cina soffre già un invecchiamento della popolazione con i problemi che i paesi europei conoscono bene: esplosione della spesa pensionistica e sanitaria. Ma secondo Pechino una svolta sarebbe prematura perché la “gobba” demografica ha ancora in serbo un esercito di giovani adulti che stanno arrivando all’appuntamento con il matrimonio e il mestiere di genitori. Secondo i calcoli del governo almeno 200 milioni di cinesi raggiungeranno l’età della procreazione nel corso del prossimo decennio. Il ministro Zhang Weiqing sostiene che abbandonare la regola del figlio unico in questo periodo “aggiungerebbe una pressione notevole sullo sviluppo economico e sociale”. La popolazione cinese, già superiore a 1,3 miliardi, cresce al ritmo dello 0,6% annuo e raggiungerà 1,6 miliardi entro il 2050. La regola del figlio unico fu introdotta nel 1979 e ha prevenuto 400 milioni di nascite aggiuntive. Tuttavia questa politica ammette delle aree di flessibilità e di tolleranza, più numerose di quanto si creda in Occidente. La prima e la più importante, è un’eccezione varata in diverse provincie rurali per tentare di contrastare la piaga degli infanticidi delle bambine, o degli aborti selettivi che prendevano di mira i feti di sesso femminile. La tradizione contadina da secoli vede nel figlio maschio una preziosa forza lavoro e nelle figlie un peso insopportabile (bocche da sfamare, poi da “maritare” fornendo loro una dote che spesso dissangua le famiglie). Di qui la discriminazione che dura ancora nelle regioni più povere. Con effetti che a lungo termine possono destabilizzare il paese: già oggi la Repubblica Popolare registra un anomalo scompenso demografico tra maschi e femmine. Entro il 2020 avrà 40 milioni di scapoli impossibilitati a trovar moglie nel proprio paese. Storicamente è accertato che le società affette da un eccesso di popolazione maschile – e di giovane età – sono le più esposte a fiammate di conflittualità sociale, ribellioni violente. Una prospettiva poco rassicurante per i leader politici della Repubblica Popolare. Di qui il correttivo già adottato in alcune zone agricole: i contadini possono avere un secondo figlio, se il primo nato è una femmina. C’è poi un’altra esenzione che il regime di Pechino presenta come una prova della propria tolleranza multietnica. La mannaia del figlio unico non si applica alle minoranze come tibetani, uiguri, mongoli, o i popoli Miao e Yi. Questo “privilegio” è stato rinfacciato apertamente ai tibetani dopo la rivolta di Lhasa nel marzo scorso. Nell’ondata di nazionalismo con cui la maggioranza han (i cinesi etnici) ha reagito a quelle proteste, molti hanno ricordato che i tibetani godono di un trattamento preferenziale. Queste esenzioni specifiche e mirate hanno un grosso difetto. Le norme sono complicate e spesso l’autorità locale ha un margine di arbitrio nell’interpretarle. Ne deriva una vasta area di ambiguità che alimenta abusi, vessazioni, e corruzione. Ci sono dei boss del partito comunista che nelle provincie più povere si arricchiscono “vendendo indulgenze” alle famiglie che vogliono più di un figlio. Una eccezione ancora più importante – per le conseguenze che può avere nel lungo termine – interessa i cinesi di ogni regione e condizione sociale. E’ il correttivo adottato per prevenire un rallentamento troppo brutale della natalità. Qualora marito e moglie siano essi stessi due figli unici, allora possono avere due figli anziché uno. E’ una flessibilità dettata dal buonsenso aritmetico, in quanto serve a stabilire un equilibrio demografico stabile. Ma il fenomeno di cui tutti parlano in Cina, perché tocca i nervi scoperti di una società sempre più diseguale, è la dilagante “indisciplina demografica” dei ricchi. I soldi consentono di aggirare molte leggi, incluso il controllo della natalità. Il privilegio dei ricchi in un certo senso è implicito nella legge. Nelle aree urbane infatti l’applicazione della regola del figlio unico non viene più affidata a metodi brutalmente repressivi – i casi di aborti forzati dalla polizia sono confinati alle campagne povere – bensì a disincentivi di tipo fiscale. Il secondo figlio perde il diritto a tutti i servizi sociali semigratuiti, dalla scuola alla sanità, e i suoi genitori devono pagare multe salate. Le multe, inutile dirlo, non sono un deterrente per una vasta fascia dell’alta borghesia. L’inventiva dei privilegiati ha scovato altri sotterfugi per aggirare la norma ed evitare anche il pagamento della supertassa. I più sfacciati corrompono i medici per ottenere la certificazione che il primo figlio è affetto da gravi malattie congenite. In questo caso scatta l’autorizzazione ad averne un secondo. Un’escamotage più semplice si chiama Hong Kong. L’ex colonia britannica, pur essendo tornata a far parte della Cina, non ha un controllo delle nascite e mantiene anche un registro separato dell’anagrafe. Sicché un bambino nato a Hong Kong “non figura” a Pechino o Shanghai. Questo provoca una costante migrazione di ricche mogli nelle cliniche di maternità di Hong Kong, le cui tariffe sono schizzate a livelli astronomici. Altri paesi asiatici sono entrati di recente in questo business redditizio. Per chi ha i mezzi non è difficile ottenere un secondo passaporto in Thailandia o in Malesia e mandare la futura mamma a partorire in una clinica privata di Bangkok o Kuala Lumpur. Un’altra scappatoia viene offerta dall’evoluzione dei costumi: con la proliferazione dei divorzi nella élite benestante non mancano i padri che hanno una progenitura numerosa, da diversi matrimoni. In parallelo è rinata una pratica molto più antica, anch’essa appannaggio dei maschi ricchi. Oggi vengono chiamate le “seconde mogli”, un tempo si dicevano concubine. Schiere di giovani amanti possono fornire figli a volontà senza incorrere nei rigori della legge. La regola del figlio unico resta tuttavia una barriera insormontabile per la maggioranza della popolazione cinese. E le sue conseguenze vanno ben oltre la demografia o gli equilibri economici del paese. Il cambiamento più importante è di natura psicologico-affettiva, investe in profondità i rapporti tra le generazioni. La società cinese è impregnata dell’etica confuciana che esalta l’autorità degli anziani, impone obbedienza e rispetto ai giovani. Queste regole ancestrali sono messe a dura prova dal fenomeno dei “piccoli imperatori”. Così si chiama la generazione dei figli unici, coccolati e viziati da genitori che stravedono per loro, dai nonni pronti a sacrificare tutti i loro risparmi per accontentare i capricci di nipotini così rari. Si avvertono i segnali di una metamorfosi sociale, all’insegna dell’occidentalizzazione: a Pechino e Shanghai è spuntata una generazione di teen-agers egocentrici e abituati a dare per scontata l’abbondanza di beni di consumo. Il confucianesimo però è in agguato anche per loro. Sui figli unici cinesi grava un carico di aspettative enormi. Genitori e nonni sono disposti a sacrifici immensi ma in cambio pretendono una estrema dedizione allo studio, risultati scolastici eccellenti, carriere professionali brillanti. Questo accentua lo stress di una società già estremamente selettiva e competitiva. Per il giovane cinese del XXI secolo essere figlio unico ha un rovescio della medaglia opprimente: guai a deludere le attese degli anziani che hanno puntato tutto su di te.

Sharon Stone, cattivo gusto o superstizione

La star hollywoodiana Sharon Stone ha finito per doversi scusare, per un commento di pessimo gusto: il terremoto del Sichuan, aveva insinuato, potrebbe essere una sorta di punizione del destino per la repressione cinese contro il Tibet. In quelle parole traspariva una strumentalizzazione della calamità naturale, molto diversa dall’atteggiamento del Dalai Lama che aveva invitato i tibetani a pregare per i terremotati. Le reazioni rivelano però che quel commento offensivo tocca un tasto sensibile. Il tarlo del dubbio si è già insinuato tra i cinesi ancor prima che parlasse l’attrice. Il 2008, che doveva essere l’anno magico e fortunato dei Giochi, è funestato da sciagure a non finire. Al Festival di Cannes la Stone non ha avuto dubbi. La sua dichiarazione, rilasciata in un’intervista a un magazine di Hong Kong, ha fatto il giro del mondo in pochi istanti. “Quando non sei buono – dice la star – ti succedono le disgrazie. Disapprovo il modo in cui la Cina tratta i tibetani e quando vedo il terremoto mi chiedo: non sarà il risultato di un cattivo karma?” Il primo a reagire da Hong Kong è stato Ng See-yuen, magnate che possiede la più grande catena di sale cinematografiche in tutta la Cina. Ha condannato le parole dell’attrice ed ha annunciato che i suoi film non verranno mai più proiettati nella Repubblica Popolare. Una sanzione non particolarmente tremenda: in realtà i successi come “Basic Instinct” non hanno mai superato la barriera della puritana censura di Stato, circolano solo su Dvd pirata. Fa più male la mossa di alcuni grandi magazzini di Pechino che ritirano dalle vetrine le pubblicità dei cosmetici Christian Dior, dove la Stone figura da testimonial. E sui forum online si scatenano le condanne per le parole “blasfeme” pronunciate a Cannes. La reazione conferma che la diva americana ha colpito un nervo scoperto. I cinesi sono superstiziosi. La data d’inizio delle Olimpiadi – otto agosto duemilaotto – era stata scelta appositamente con una sfilza di otto perché porta fortuna. Ma la fortuna è invisibile in questi primi cinque mesi dell’anno. Le calamità naturali abbondano: oltre al sisma ci sono state terribili nevicate nel Guangdong, inondazioni, un’epidemia che colpisce i bambini. Vi si aggiungono le catastrofi politiche, dalla rivolta tibetana alle contestazioni occidentali contro la fiaccola. Anche i leader non sono immuni dalle ansie. A loro vengono in mente i precedenti storici. Nell’Impero di Mezzo il sovrano regnava grazie a un “mandato celeste”. Le calamità venivano spesso interpretate come un gesto divino, il segnale di una “revoca” del mandato. E ai disastri naturali talvolta fecero seguito rivolte contadine, congiure di palazzo, la fine delle dinastie. I leader attuali sono dei tecnocrati, impregnati di sapere scientifico, attratti dall’arte del management. Ciò non toglie che talvolta abbiano conservato credenze molto antiche. Può turbarli l’idea che il popolo attribuisca alle disgrazie del 2008 un significato recondito e malevolo.

Taiwan-Pechino, ci eravamo tanto odiati

Dalla fine della guerra civile nel 1949 non c’era mai stato un incontro di così alto livello fra i leader cinesi e quelli di Taiwan. Lo storico vertice ha riunito ieri a Pechino il presidente della Repubblica Popolare nonché segretario del partito comunista, Hu Jintao, e il capo del Kuomintang, Wu Poh-hsiung. La visita di sei giorni che il leader taiwanese del Kuomintang compie sul continente è l’ultimo atto di uno spettacolare disgelo politico fra le due rive dello Stretto. All’insegna della cooperazione economica, ma non solo quella. Il clima è cambiato nettamente proprio grazie all’ultima vittoria elettorale dei nazionalisti. Ma Ying-jeou è il nuovo presidente dell’isola, e con lui il ritorno al potere dei nazionalisti ha segnato una svolta. Non si parla più di mosse clamorose per sancire l’indipendenza di Taiwan, al contrario tutti gli sforzi sono rivolti al miglioramento delle relazioni bilaterali. Per una curiosa ironia del destino, tocca proprio ai nemici storici dei comunisti il nuovo ruolo di fautori del dialogo. Nel secolo scorso il Kuomintang sotto la guida di Chiang Kai-shek combattè una furiosa guerra civile contro l’esercito comunista di Mao Zedong.

Logo di Pechino a rischio contraffazione

Un laboratorio di masterizzazione di oltre 20 articoli contraffatti, tra cui la stampa del logo dei Giochi Olimpici diPechino 2008, sono stati scoperti e sequestrati dal Gdf di Prato. Dodici i responsabili denunciati, undici cinesi ed un italiano, per i reati di duplicazione abusiva, detenzione e vendita di opere cinematografiche, musicali o audiovisive, nonche’ commercio di articoli contraffatti o pericolosi per la salute dei consumatori. In particolare, in una sola abitazione di Prato, sono state sequestrate 32 postazioni di masterizzazione complete, oltre 10mila dvd e cd riprodotti illecitamente, 6 computer e 5 stampanti fotografiche e 7 telefoni cellulari, per un valore commerciale di oltre 300mila euro.
L’operazione della Gdf di Prato si e’ estesa anche al controllo di alcune aziende dove sono stati trovati circa 20mila articoli di bigiotteria e abbigliamento contraffatti e giocattoli privi dei requisisti di sicurezza comunitari, oltre mille maglie recanti la stampa contraffatta del logo dei prossimi Giochi olimpici di Pechino: Beijing 2008. In quest’ultimo caso, i finanzieri sono riusciti a risalire anche alla stamperia a Seano (Prato) di proprieta’ di un italiano, dove sono stati sequestrati 5 cliche’.

Allerta a Pechino per l’aria irrespirabile

A due mesi e mezzo dall’avvio delle Olimpiadi, Pechino e’ costretta a lanciare l’allarme inquinamento. Le autorita’ hanno chiesto agli abitanti con problemi respiratori di non uscire di casa perche’ una tempesta di sabbia che soffia dalla Mongolia ha reso irrespirabile l’aria la metropoli di 14 milioni di abitanti. La qualita’ dell’aria della citta’ viene costantemente monitorata attraverso 27 centraline di controllo e l’Ufficio municipale per la protezione dell’ambiente mette a disposizione sulla sua pagina web anche le previsioni di inquinamento a due giorni. Tempeste di sabbia come questa sono piu’ frequenti in maggio e aprile e Pechino ha adottato misure draconiane per assicurare agli atleti una buona qualita’ dell’aria durante i giochi. Le attivita’ piu’ inquinati saranno sospese non solo nella capitale, ma anche nelle aree circostanti e un nuovo satellite meteo e’ stato appena lanciato proprio per tenere d’occhio le condizioni del tempo sulla citta’. Il Comitato olimpico internazionale ha gia’ fatto sapere che alcune gare potrebbero essere rimandate se la qualita’ dell’aria non fosse soddisfacente, ma al maratoneta Haile Gebrselassie, due volte campione olimpico, non e’ bastato e ha annunciato che non correra’.

Pechino: incontro Cina-Taiwan

Per la prima volta dal 1949 i capi dei due partiti al potere in Cina e a Taiwan, si sono incontrati oggi a Pechino davanti ai giornalisti. La Cina e l’isola-Stato si sono separate nel 1949 al termine della guerra civile tra comunisti e nazionalisti. Pechino ha sempre ritenuto Taiwan parte integrante del suo territorio.

Oggi la tv ha trasmesso le immagini del presidente cinese e segretario del Partito comunista Hu Jintao che riceve il presidente del Kuomintang, Wu Poh-hsiung, nel corso di una cerimonia a Pechino. Wu era arrivato due giorni fa in Cina per una visita di sei giorni, che è stata subito interpretata come una riapertura dei colloqui tra Pechino e Taiwan dopo oltre dieci anni di interruzione.

Il riavvicinamento sancisce il miglioramento delle relazioni in seguito all’elezione alla presidenza, nel marzo scorso, del leader del Kuomintang Ma Ying-jeou che ha sconfitto il candidato del Partito Democratico Progressista (Dpp), favorevole all’indipendenza.

L’isola è di fatto indipendente dal 1949 ma Pechino la rivendica affermando che è “parte integrante” del proprio territorio. Il Partito Comunista al potere a Pechino e il Kuomintang (o Partito Nazionalista) sostengono entrambi l’esistenza di “una sola Cina”. Il Kuomintang ritiene però che la riunificazione potrà avvenire solo dopo che a Pechino sarà stato istituito un sistema democratico. Ma ha proposto una serie di misure per “la costruzione della fiducia reciproca” che hanno avuto un’accoglienza favorevole a Pechino.

Nel discorso tenuto in occasione del suo insediamento, dopo la schiacciante vittoria elettorale di marzo, Ma Ying-jeou si è impegnato a non dichiarare l’indipendenza nel corso del suo mandato di quattro anni, dando soddisfazione a Pechino. Però ha aggiunto che Taiwan chiede di essere ammessa in alcuni organismi internazionali, cosa che i dirigenti della Cina Popolare ritengono un importante passo verso la separazione definitiva. Taiwan, ha detto il neopresidente, “non vuole solo sicurezza e prosperità ma anche dignità”.

“Solo quando Taiwan non sarà più isolata nell’arena internazionale le relazioni tra le due sponde dello Stretto potranno fare passi in avanti basati sulla fiducia”, ha proseguito. La Cina si è finora opposta con forza alla concessione all’isola di qualsiasi riconoscimento internazionale, tra cui la sua partecipazione a importanti organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), circostanza che ha creato gravi problemi in occasione delle epidemie di Sars (2003) e di influenza aviaria (2005-2006).

Per Pechino il Kuomintang rappresenta il male minore. Il Partito Nazionalista, infatti, è favorevole alla riunificazione della Cina ma solo dopo che avrà adottato una piena democrazia. Taiwan ha respinto i suggerimenti secondo i quali avrebbe potuto ottenere uno status analogo a quello di Hong Kong e Macao. Le due ex-colonie europee, ritornate nel decennio scorso sotto la sovranità sono delle Regioni Amministrative Speciale, i Sar, con un forte grado di autonomia.

Rabbia dopo il terremoto, i boss del regime in ginocchio

L’uomo di mezza età è prostrato in ginocchio, fa una smorfia di tensione e di paura. Jiang Guohua è il boss del partito comunista a Mianzhu, una delle cittadine devastate dal terremoto nel Sichuan. Due mamme gli urlano in faccia la loro rabbia. Mostrano le fotografie dei loro figli uccisi sotto le macerie di una scuola, crollata alla prima scossa il 12 maggio.

E’ una delle sei scuole schiantate in un attimo dal sisma. Costruzioni fragilissime, sotto accusa per non aver rispettato le regole antisismiche. Il boss della nomenklatura implora di interrompere la protesta. Si sottomette simbolicamente. Di fatto chiede perdono. Nell’imbarazzo estremo riscopre un antico gesto orientale di contrizione, trova nella tradizione ancestrale il gesto del rispetto per quel dolore.

La scena fissata nella foto avviene dopo i funerali. Descrive una situazione senza precedenti, un segnale di grave difficoltà per il regime cinese. Fino a poche settimane fa il capo del partito di Mianzhu non avrebbe degnato di attenzione quelle donne del popolo. Sarebbe sfilato a gran velocità in mezzo a loro su un’auto nera di servizio. In caso di protesta avrebbe scatenato contro la folla i reparti della polizia antisommossa. Ma ora l’autorità vacilla di fronte ai contraccolpi politici del terremoto. Quel gerarca in ginocchio è l’immagine di un’umiliazione inaudita.

Il partito comunista che governa la nazione più grande del mondo sente che sta rischiando molto. Nelle zone del sisma, al centro di una visibilità insolita nei mass media cinesi, il regime è sotto processo. Sono diecimila i bambini morti, almeno duemila massacrati sotto le rovine delle scuole. Da diversi giorni ogni funerale di massa si trasforma in una manifestazione di protesta. I genitori sfilano in corteo agitando le foto delle vittime. Gridano “tofu! tofu!”. E’ il modo per dire che quegli edifici erano di cartapesta (il tofu è una gelatina di soya), troppo fragili, illegali.

Al funerale di sua figlia, una quindicenne uccisa mentre era nella classe di biologia, il minatore Liu Lifu ha afferrato un megafono e ha gridato: “Abbiamo il diritto di esigere che il governo punisca gli assassini, tutti i responsabili del crollo delle scuole. Per favore firmate la petizione per chiedere la verità”.

Quella verità nel Sichuan, e anche nel resto della Cina, tutti la conoscono. Una complicità criminale lega i palazzinari ai politici corrotti. Le leggi sono state ignorate, chi doveva vigilare ha chiuso un occhio in cambio di favori. A fianco alle scuole che sono cumuli di detriti, altri edifici hanno retto allo choc: palazzi governativi, alberghi, anche alcuni licei di élite per i figli dei ricchi, sono stati costruiti con materiali più solidi. La strage dei bambini rivela il volto feroce della corruzione, il prezzo di sangue pagato dal popolo cinese per l’autoritarismo che non ammette contestazioni.

A Pechino hanno avvertito subito il pericolo. Non a caso la risposta al cataclisma è stata eccezionale: il premier Wen Jiabao era già nell’epicentro due ore dopo la scossa del 12 maggio, per coordinare personalmente le squadre dei soccorsi. Gli aiuti internazionali sono stati accolti senza esitazione. I mass media di Stato hanno avuto la possibilità di informare con una trasparenza insolita. All’inizio la mobilitazione delle autorità è sembrata efficace. Nei commenti sui siti Internet il premier Wen è stato paragonato al sindaco di New York Rudolph Giuliani l’11 settembre.

Un nuovo asse Mosca-Pechino

Come ai bei tempi in cui Mao e Stalin filavano d’amore e d’accordo, Russia e Cina fanno fronte comune contro l’America. In questo caso ad avvicinare le due superpotenze è la loro opposizione al sistema globale di difesa anti-missili, che gli Stati Uniti stanno “infiltrando” in aree dell’Asia centrale di importanza strategica per Mosca e Pechino. Ma la convergenza è anche più ampia, abbraccia l’Iran, i diritti umani, le politiche antisecessioniste in Tibet o in Cecenia: un rigetto sempre più esplicito di tutto ciò che chiede l’Occidente. Ieri il monito agli Stati Uniti è stato lanciato in occasione della visita del presidente Dmitry Medvedev a Pechino. Dal vertice col suo omologo Hu Jintao è uscita una dichiarazione congiunta: “La creazione di un sistema globale di difesa anti-missilistica e il suo dispiegamento in alcune aree del mondo non agevola il mantenimento degli equilibri strategici e della stabilità, danneggia gli sforzi per la riduzione degli armamenti e la non-proliferazione nucleare”. A questo si è aggiunta un’altrettanto forte messa in guardia contro ogni tentazione di intervento militare in Iran, un’ipotesi che continua ad essere attribuita a George Bush negli ultimi mesi della sua presidenza (e che potrebbe anche riaffacciarsi sotto un’eventuale presidenza di John McCain).L’abbraccio sino-russo è arrivato in occasione di un summit importante anche sotto il profilo simbolico. Medvedev infatti ha scelto la Cina come tappa principale del suo primo viaggio all’estero, un segnale chiaro sulle priorità strategiche di Mosca. In un clima molto diverso per la politica internazionale – quando l’America godeva di una supremazia “unipolare” incontestata – Vladimir Putin scelse Londra per il suo primo viaggio all’estero nel 2000. Adesso
la Russia irrobustita da una rendita petrolifera sempre più generosa non ha bisogno di omaggiare l’Occidente. In quanto alla Repubblica Popolare, alla sua ascesa come seconda economia mondiale si accompagna un’espansione d’influenza politico-militare in tutti i continenti. Ora che Cina e Russia hanno risolto gli ultimi contenziosi (con l’accordo firmato da Putin sui confini), in un certo senso è stato sepolto ogni residuo del lungo “scisma” che oppose le due chiese del comunismo mondiale: il gelo iniziato tra Mao Zedong e Nikita Kruscev spinse via via la Repubblica Popolare a costruirsi l’atomica da sola, poi provocò scontri fra le truppe dei due paesi sul fiume Ussuri, infine pose le basi per il riavvicinamento cinese con l’America di Richard Nixon.
Oggi semmai tra Cina e Russia può nascere l’embrione di un nuovo asse, meno ideologico e più pragmatico di una volta. E’ l’alleanza dei due principali modelli di “capitalismo autoritario” del XXI secolo, per fare sbarramento contro le critiche dell’Occidente sulla mancanza di democrazia e gli abusi contro i diritti umani. E’ anche la sinergia fra due economie entrambe in crescita, con caratteristiche diverse e complementari: la Russia è ricca di quelle materie prime (energetiche e non) che la Cina deve importare per sostenere il formidabile ritmo di crescita della propria industria manifatturiera, nonché il boom di consumi interni della popolazione più vasta del pianeta. La visita iniziata ieri è il culmine di un processo di avvicinamento ben avviato da Putin: le due nazioni hanno già organizzato diverse manovre militari congiunte. Ieri è stato firmato un accordo di cooperazione nucleare, per un miliardo di dollari la Russia costruirà in Cina due impianti di arricchimento dell’uranio. L’interscambio commerciale resta il terreno su cui si registrano più ritardi. Con 48 miliardi di commercio bilaterale la Russia rappresenta solo il 2% dell’import-export cinese, mentre gli Stati Uniti pesano otto volte di più.

La torcia olimpica a Shangai

E’ arrivata oggi a Shanghai la fiaccola olimpica, il cui viaggio attraverso la Cina e’ diventato un’occasione per esprimere dolore per la tragedia del terremoto del Sichuan e solidarieta’ alle vittime.

Oggi un minuto di silenzio in ricordo delle oltre 55 mila persone morte a causa del sisma e’ stato osservato in una cerimonia nel centro della metropoli prima della partenza della fiaccola per il suo giro della citta’, che durera’ due giorni.

Tra i 416 tedofori ci sono quattro volontari che hanno partecipato alle operazioni di soccorso nel Sichuan, dove la fiaccola fara’ tappa dal 3 al 5 agosto prima di arrivare, l’8 agosto, nello Stadio Nazionale di Pechino per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici.

“Coloro che si passeranno la fiaccola non si trasmetteranno solamente lo spirito olimpico ma anche la fiducia e il coraggio di cui hanno dato prova gli abitanti di Shanghai nel tendere la mano alle vittime del terremoto per ricostruire i loro bei luoghi natali”, ha detto il sindaco Han Zheng nel corso della cerimonia.

Il sisma, che il 12 maggio ha colpito la Cina, ha fatto 55.740 morti e 24.960 dispersi in tutto il paese. Lo ha annunciato oggi il governo di Pechino.

“Il 23 maggio a mezzogiorno (le 6.00 in Italia) il bilancio dei morti del grande terremoto di Wenchuan, nella provincia del Sichuan, e’ di 55.740″, ha detto Lu Guangjin, portavoce del Consiglio di Stato.

Poco prima, il vice-governatore del Sichuan (sud-ovest), Li Chengyun, aveva parlato di 55.239 decessi confermati e 24.949 dispersi solo nella sua provincia che e’ stata la piu’ colpita dal sisma.

Protezionismo americano e mercato cinese

La campagna elettorale continua a registrare attacchi dei democratici Obama e Clinton contro il liberoscambio. Ambedue hanno promesso di rinegoziare alcuni aspetti degli accordi Nafta e delle norme Wto, in particolare inserendo clausole più efficaci contro il “dumping sociale”, cioè per punire quei paesi la cui competitività è fondata sullo scarso rispetto dei diritti dei lavoratori. La Cina (insieme con il Messico) è uno dei loro bersagli favoriti. E tuttavia Jeremy Haft sul Wall Street Journal rileva che “su 435 collegi elettorali del Congresso, 406 hanno registrato un aumento percentuale a tre cifre nell’export made in Usa verso la Cina. In effetti le esportazioni americane in Cina crescono cinque volte di più che verso ogni altro mercato estero”. Già oggi la Cina è il terzo sbocco d’esportazione per i prodotti made in Usa, subito dopo i due “vicini di casa” Canada e Messico. Ogni settore hi-tech dell’industria americana ne trae beneficio, dalle turbine alle telecom, dalle apparecchiature biomediche al farmaceutico, dalla chimica all’ingegneria di precisione.

Grandi manovre nelle telecom cinesi

La Cina ha varato una grande ristrutturazione delle sue telecom, un settore tra i più redditizi del mondo che l’anno scorso ha superato i 100 miliardi di dollari di fatturato. Il governo di Pechino ha deciso di fondere le sei aziende di Stato in tre sole entità che offriranno servizi di telefonìa fissa e mobile su scala nazionale. La vittima principale di questa operazione è il numero uno, China Mobile, leader mondiale nella telefonìa cellulare con 400 milioni di utenti, che finora aveva una posizione di dominio schiacciante nel suo business. Al termine della ristrutturazione il governo concederà finalmente le attese licenze 3G, per la terza generazione di telefonìa mobile ad alta velocità che dovrebbe innescare un boom nei servizi di trasmissione di immagini. Questo passaggio è particolarmente atteso dai big mondiali delle tecnologie per telecomunicazioni, come Ericsson, Alcatel e Huawei, che sono candidati a fornire le infrastrutture per i servizi 3G. La semplificazione del paesaggio telefonico cinese è stata decisa dal governo senza consultare gli azionisti privati di minoranza. China Mobile incorpora China Tietong, il più piccolo dei tre operatori di telefonìa fissa. China United finisce dentro China Netcom. L’attuale numero sei China Satellite si fonde nella società China Telecommunications. In Borsa la ristrutturazione è stata salutata con un calo delle azioni China Mobile, che vede avvicinarsi la fine dei lauti profitti monopolistici.

PREGHIERA PER LE VITTIME DEL SISMA IN CINA

Benedetto XVI ha voluto questa mattina invocare la protezione della Vergine sulla Cina. In particolare, ha detto ai 30 mila fedeli presenti in piazza San Pietro, “affido alla Misericordia di Dio quanti in questi giorni sono morti in conseguenza del terremoto, che ha colpito una vasta aerea del Paese. Rinnovo - ha aggiunto - la mia vicinanza personale a quanti stanno vivendo ore di angoscia e di tribolazione. Grazie alla fraterna solidarieta’ di tutti, possano le popolazioni di quelle zone tornare presto alla normalita’ della vita quotidiana”. Nel breve discorso seguito all’Angelus, Papa Ratzinger ha poi ricordato che ieri si e’ celebrata in tutto il mondo la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, per sostenere cioe’ “l’impegno di quanti in Cina, tra le quotidiane fatiche, continuano a credere, a sperare, ad amare, affinche’ mai temano di parlare di Gesu’ al mondo e del mondo a Gesu’ rimanendo sempre testimoni credibili del suo amore e mantenendosi uniti alla roccia di Pietro su cui e’ costruita la Chiesa. Saluto con grande affetto - ha concluso - i pellegrini di lingua cinese, che sono convenuti a Roma da tutta Italia in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina”.

Nuova scossa in Cina

Ancora paura in Cina. Un’altra forte scossa di terremoto è stata avvertita oggi a Chengdu, la capitale del Sichuan, la regione fortemente colpita dal sisma del 12 maggio scorso. E mentre continua a salire il numero delle vittime accertate, arriva una buona notizia: un 80enne è stato estratto vivo dalle macerie dopo 266 ore. 
A Chengdu la terra ha tremato di nuovo. La gente è uscita in strada da edifici e abitazioni nel tentativo di proteggersi da eventuali crolli. Secondo l’agenzia ufficiale Nuova Cina, la scossa è stata di magnitudo 6,4 sulla scala Richter (quella di due settimane fa era stata di magnitudo 7,8). L’epicentro è stato localizzato nel distretto di Qingchuan, nel nord-est del Sichuan. Il bilancio è di almeno un morto, 400 feriti e oltre 70 mila case distrutte.
Intanto continua l’opera dei soccorritori. Un uomo di 80 anni è stato estratto ancora vivo dopo aver trascorso 266 ore sotto le macerie. Xiao Zhihu, 80 anni e parzialmente paralizzato, è stato salvato venerdì nella città di Mianzhu. Secondo la televisione di stato cinese, era rimasto intrappolato sotto un pilastro della sua casa.
La buona sorte dell’ottantenne accende le speranze di trovare vivi 24 minatori intrappolati sottoterra. Le squadre di soccorso sono al lavoro dall’inizio dell’emergenza.
Il bilancio ufficiale delle vittime del terremoto - ha riferito un portavoce del governo - ha raggiunto la cifra di 62.664 morti e 23.775 dispersi. I feriti accertati sono 358.816.
Purtroppo si teme che il bilancio possa ancora salire. Secondo il primo ministro Wen Jiabao, appena tornato a Pechino da una seconda visita nelle aree terremotate, le vittime “potrebbero salire a 70-80mila, o anche di più”.

Pechino 2008: Abete, ci prepareremo bene

‘La Federcalcio e’ consapevole dell’importanza della Nazionale Olimpica e stiamo cercando di preparare al meglio la spedizione’. Cosi’ Abete. ‘Abbiamo tutto l’interesse a fare bene alle prossime Olimpiadi di Pechino’, aggiunge il n.1 Figc che non vuole alimentare le polemiche dopo lo sfogo del presidente del Coni Petrucci. ‘Siamo orgogliosi di andare in Cina, ma ci sono tempi tecnici da aspettare per sciogliere alcuni nodi. Andremo a difendere il bronzo conquistato quattro anni fa ad Atene’.

Olimpiadi, non potendo andare a Pechino Tibet organizza le sue

Alcuni tibetani in esilio in India hanno iniziato oggi a gareggiare in quelle che chiamano le “loro Olimpiadi”, evento carico di simbolismo e con l’obiettivo di imitare i Giochi 2008 che inizieranno a Pechino ad agosto.

Ai piedi dell’Himalaya, tredici uomini e dieci donne in divise bianche e rosse con il logo delle Olimpiadi hanno preso parte alla cerimonia di apertura della manifestazione che durerà quattro giorni.

“Quando tutto il mondo andrà a Pechino ad agosto, i tibetani si sentiranno esclusi, privati dei loro diritti”, ha detto l’organizzatore Lobsang Wangyal a Reuters.

“Così per non farli sentire tristi e per farli sentire parte dei Giochi di Pechino noi organizziamo le Olimpiadi Tibetane”.

L’iniziativa è una forma innovativa di protesta degli esiliati contro il giro di vite della Cina dopo i disordini di Lhasa a marzo. Sono circa 150.000 i tibetani che vivono in India, paese che ospita anche il Dalai Lama dopo la sua fuga dal Tibet in seguito alla fallita rivolta del 1959 contro i cinesi.

I tibetani hanno raccontato che loro versione delle Olimpiadi punta a dimostrare la loro determinazione a partecipare, un giorno, a quelle vere.

“Il campo è semplice, come anche la divisa, l’equipaggiamento, piove, ma … andremo avanti insieme”, ha detto Shihan Hussaini, esperto di karate e speaker nella cerimonia di apertura.

La fiaccola in Sichuan ad agosto

La fiaccola olimpica sposta il suo passaggio nella provincia di Sichuan da giugno ad agosto. Nei primi giorni del prossimo mese, il simbolo delle Olimpiadi, sarebbe dovuto passare proprio` la` dove ora c`e` desolazione e devastazione. Nella regione del Sichuan, colpita dal tremendo terremoto, il numero delle vittime ha superato le 40.000 unita` e il lavoro dei soccorritori e` incessante.

Il comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino, il Bocog, ha cosi` annunciato di aver modificato il percorso della fiaccola, che passera` in questa zona nei primi giorni di agosto. Una decisione, come si legge dal comunicato ufficiale, presa `per sostenere il lavoro dei soccorritori``. Intanto la fiaccola, rimasta ferma dal 19 al 21 maggio, durante i tre giorni di lutto nazionale, si e` rimessa in marcia e sta attarversando la provincia del Zhejiang.

Cina e Birmania: la differenza abissale

La distanza è stata quasi abissale tra i comportamenti dei leader cinesi, il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao subito accorsi nei luoghi del disastro, e l’indifferenza dei generali birmani verso la sorte della loro popolazione. Eppure Cina e Birmania sono state spesso avvicinate nelle analisi occidentali; se non altro perché la giunta militare di Myanmar gode di un appoggio politico-economico decisivo proprio a Pechino. Spesso è stata la protezione decisiva della Repubblica Popolare che ha sottratto la Birmania a sanzioni delle Nazioni Unite; è stato vero anche nei giorni scorsi quando la Francia ha proposto un intervento umanitario sotto le bandiere dell’Onu anche contro la volontà dei militari birmani, ma Pechino ha votato contro. La Cina ha svolto un ruolo nefasto nel coprire i crimini dei golpisti di Myanmar. E tuttavia si è comportata in modo ben diverso da loro, quando è stata la popolazione del Sichuan ad essere colpita dalla furia di un cataclisma naturale. Non tutte le dittature sono uguali: è una verità evidente ma spesso gli occidentali tendono a dimenticarla, quando osservano e giudicano stando molto lontani. Ed ecco un’altra verità, quasi impronunciabile in Europa perché non è considerata “politically correct” né a destra né a sinistra: lo sviluppo economico salva molte vite. Le due terribili calamità naturali che hanno colpito la Birmania e la Cina hanno offerto al mondo intero una terribile dimostrazione di quelle due verità. Oggi è molto meglio nascere cinese che birmano. Sia perché l’autoritarismo di Hu Jintao è assai diverso da una dittatura feroce e assassina. Sia perché la crescita economica può fare la differenza tra la vita e la morte. E’ la chiave del divario tra quanto è successo dopo il ciclone Nargis, e dopo il terremoto del Sichuan. Nel primo caso la giunta militare golpista – ossessionata dal timore che una presenza straniera possa indebolirla – ha blindato le sue frontiere respingendo per molti giorni gli aiuti umanitari. Poi ha lasciato entrare un po’ di cibo e medicinali (pochi) ma ha negato o centellinato i visti agli esperti occidentali e alle squadre delle ong. Ha preteso di controllare la distribuzione degli aiuti. Gran parte dei doni giunti dall’estero sono stati rubati senza scrupoli dagli stessi militari. Nel frattempo tutta la popolazione del delta del fiume Irrawaddy ha atteso invano i soccorsi, mentre la giunta era impegnata a far votare la sua Costituzione-truffa. Le operazioni di voto – una orribile farsa – sono andate avanti mentre la gente moriva di fame nel delta inondato, perché quella Costituzione deve servire a rendere perenne il dominio dei militari. Il bilancio finale delle vittime è stato sicuramente peggiorato a causa del sabotaggio criminale della giunta golpista. Tutta la verità su questo agghiacciante episodio forse non la sapremo mai, visto che la Birmania pratica una censura severa e mantiene l’isolamento forzoso dall’Occidente. La reazione della Cina dopo il terremoto nel Sichuan è stata lontana anni-luce. Lo sforzo di mobilitazione nazionale per venire in aiuto alle popolazioni colpite è stato eccezionale. Certo non sempre alla quantità di soldati inviati sul luogo (decine di migliaia) ha corrisposto altrettanta efficienza. E’ evidente che la Repubblica Popolare ha molti ritardi da colmare nel campo della protezione civile, che non può essere delegata alle forze armate. E si deve ricordare che certi danni delle scosse potevano essere evitati se le autorità locali avessero fatto rispettare le regole di costruzione antisismiche, anziché chiudere un occhio in cambio di tangenti. Ma lo scandalo di tante scuole seminuove che sono crollate di schianto, inghiottendo sotto le macerie centinaia di bambini, questa volta non è stato censurato né sottaciuto. I mass media cinesi sono stati autorizzati a parlarne, dando voce all’indignazione popolare. E il governo ha annunciato che aprirà un’inchiesta sulla fragilità sospetta di molti edifici pubblici. Non ci si devono attendere dei miracoli, certo: se i costruttori edili hanno potuto ignorare i regolamenti antisismici è perché la corruzione dilaga in Cina, e la nomenklatura comunista ne ha una responsabilità primaria. Tuttavia è significativo che Hu Jintao e Wen Jiabao abbiano voluto affrontare apertamente il problema. Lo stesso vale per l’allarme sulle dighe, spesso denunciate dagli ambientalisti per la loro pericolosità. Pochi giorni dopo la scossa di 7,9 gradi della scala Richter, sono stati i leader della Repubblica Popolare ad ammettere che molte decine di dighe nel Sichuan hanno subìto danni dal sisma, e vanno ispezionate accuratamente per evitare nuovi disastri. Il dopo-terremoto nel Sichuan è stato esemplare anche per altri motivi. Il governo di Pechino ha dato spazio al volontariato. Ho visto all’opera l’iniziativa spontanea di gruppi di cittadini e di ong; mentre i generali birmani hanno espulso degli esperti umanitari stranieri e hanno arrestato alcuni dei propri concittadini colpevoli di attivarsi da soli per aiutare le vittime del ciclone. La Cina non ha posto nessuna restrizione all’arrivo di aiuti dall’estero. Anzi, dopo pochi giorni dal sisma il governo di Pechino ha accettato con gratitudine l’arrivo di squadre di specialisti stranieri: i primi a raggiungere il Sichuan sono stati esperti della protezione civile dal Giappone, dalla Corea del Sud, da Singapore e dalla Russia. Il premier Wen Jiabao ha persino lanciato un appello internazionale per ottenere apparecchiature sofisticate come i sensori acustici che consentono di individuare persone ancora vive sotto le macerie. Agli Stati Uniti è stato chiesto addirittura se potevano “prestare” i servizi dei loro satelliti alla Cina, in modo da avere una ricostruzione fotografica più precisa dell’entità dei danni (soprattutto nelle zone montagnose dove le squadre dei soccorsi hanno fatto fatica ad arrivare). Non vi sono stati stavolta da parte delle autorità cinesi dei tentativi di impedire la libera circolazione dei giornalisti, anche stranieri (a differenza che in Tibet): nel Sichuan ho potuto raggiungere fin dalle prime ore l’epicentro del disastro e anche i miei colleghi della stampa e tv cinese hanno lavorato in condizioni di trasparenza assai superiori al passato. Infine il progresso materiale della Cina ha salvato molte vite. Ho sperimentato di persona le differenze tra la Birmania dove la rete stradale e delle comunicazioni è ancora primitiva; e il Sichuan dove i cinesi nell’ultimo decennio hanno costruito aeroporti, autostrade, centrali elettriche, ripetitori telecom, ferrovie. Grazie a queste infrastrutture moderne la macchina della protezione civile ha raggiunto l’epicentro del sisma con rapidità, un exploit che in Birmania sarebbe stato arduo anche a frontiere aperte. Ho viaggiato nei giorni scorsi sull’autostrada che collega il capoluogo del Sichuan, Chengdu, con la cittadina di Dujiangyan che si trova nel “triangolo della morte”, nell’epicentro del sisma: ho visto le colonne di automezzi dell’esercito arrivare rapidamente a Dujiangyan grazie alla moderna rete stradale. L’aeroporto intercontinentale di Chengdu ha accolto un ponte-aereo, con grossi apparecchi di trasporto militare che facevano la spola da Chongqing, Canton, e altre città cinesi. Non è vero che il progresso è distruttivo. I birmani preferirebbero senz’altro avere lo stesso progresso materiale che ai loro vicini cinesi ha consentito di fare arrivare gli aiuti con velocità. Forse è vero quel che si mormora a Pechino, che i dirigenti cinesi hanno ereditato la preoccupazione millenaria dei loro imperatori: le calamità naturali sono sempre state considerate come un terribile presagio, il segno del venir meno di quel “mandato celeste” che era la fonte della legittimità dei sovrani. Ma per i cittadini quel che conta è la differenza tra un regime autoritario che cerca di generare benefici anche per la collettività, e una dittatura criminale che regna solo con il terrore. Per molti esseri umani nell’Asia del 2008 questo è stato il sottile confine che separa la vita e la morte.

La nuova libertà dei giornalisti cinesi

Si scopre un retroscena sull’inedita trasparenza con cui i mass media nazionali hanno trattato questa catastrofe. Alcuni giornalisti cinesi hanno rivelato di aver ricevuto il primo giorno dal dipartimento della propaganda e censura un divieto a recarsi nell’epicentro del disastro. Ma molti reporter quel lunedì 12 maggio erano già in viaggio verso le zone del sisma e hanno scelto di ignorare il diktat governativo trasmesso alle loro redazioni. L’indomani diversi quotidiani sono usciti con le cronache integrali (qualcuno per precauzione ha pubblicato articoli anonimi, senza la firma degli autori), e a quel punto il governo ha corretto il tiro. Autorizzando ex post una libertà che i giornalisti si erano presi da soli.

Le ultime sul terremoto in Cina

Ha superato la soglia dei 55.000 morti accertati, quasi cinquemila in piu’ rispetto a ieri, il bilancio del terremoto del 12 maggio scorso nella Cina sud-occidentale. Nella sola provincia del Sichuan, la piu’ colpita, risulta infatti confermato il decesso di almeno 55.239 persone, cui vanno aggiunti circa 25.000 dispersi; per la precisione, coloro che mancano ancora all’appello sono 24.949: lo ha reso noto Li Chengyun, vice governatore provinciale, nel corso di una conferenza stampa tenuta oggi a Pechino. Sommando morti e dispersi, si arriva a un totale di piu’ di ottantamila vittime, mentre i feriti ammontano a 281.066. Nella stessa provincia le onde sismiche hanno provocato il crollo di ben cinque milioni e mezzo di edifici di ogni genere, con cinque milioni e 470.000 persone rimaste di conseguenza senza tetto su una popolazione complessiva di 28 milioni, tanti erano gli abitanti delle zone terremotate prima del cataclisma; quest’ultimo, ha aggiunto il vice governatore, ha interessato globalmente un’area di 100.000 chilometri quadrati.

Next Page »