Con la tappa di Lhasa si concludono di fatto quattro lunghissimi mesi di marce della torcia olimpica. Questo giro del mondo, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto essere una marcia di trionfo, l’ingresso glorioso della Cina nella società internazionale.
Invece, è stato subito chiaro, sono stati una via Crucis, un’occasione per la lunga fila di nemici della Cina e della sua crescita economica e politica di prendersi una rivalsa, di scagliare un insulto o un uovo marcio sul palcoscenico di Pechino.
In effetti la Cina ha pagato, con i soldi dell’organizzazione, i viaggi ecc, per creare un’occasione internazionale contro di sé e a favore dei suoi nemici. Il danno subito sarebbe stato minore se Pechino avesse firmato una serie di assegni milionari e li avesse donati ai suoi oppositori.
A livello interno è stato il contrario: i clamori banalmente anticinesi all’estero hanno suscitato un grande entusiasmo popolare filogovernativo senza precedenti che ha rinforzato l’entusiasmo nazionalista, già acceso contro le proteste indipendentiste in Tibet.
Solo che l’entusiasmo nazionalista è una bestia feroce e indomabile: oggi ruggisce a difesa del governo, domani può cercare di azzannare lo stesso governo al primo sospetto di tradimento a favore di interessi stranieri.
Inoltre la Cina che vuole essere accettata nel consesso internazionale, legata per oltre la metà della sua ricchezza al commercio estero, non può cavalcare un nazionalismo che la isolerebbe e moltiplicherebbe i suoi nemici esterni.
In altre parole, per il consenso interno le proteste in Tibet sono state un regalo insperato, ma sarebbero bastate. La torcia olimpica ha creato più problemi che benefici: ha cominciato ad alzare la temperatura politica delle olimpiadi già estremamente politicizzate dalle mille polemiche che circondano la Cina.
E non si tratta solo della torcia. C’è gente a Pechino che si pente per queste Olimpiadi: sarebbe stato meglio non chiederle, sarebbe stato meglio aspettare ancora 10 o 15 anni, quando la Cina sarebbe stata più pronta ad affrontare l’assalto politico e mediatico dall’estero.
D’altro canto, ribattono gli ottimisti pervicaci, la scadenza delle olimpiadi sta facendo accelerare il passo su una serie agende internazionali e interne: le trattative con Taiwan, il miglioramento dei rapporti con Giappone e India, la maggiore duttilità con gli Usa e la più grande fermezza con il Nord Corea, i nuovi colloqui con il Dalai Lama e con il Vaticano.
Senza la scadenza delle olimpiadi su tutti questi argomenti ci sarebbe stata maggiore prudenza e cautela, e forse si sarebbe arrivati tra 10 anni comunque con pochi progressi.
Forse.
Comunque, oggi si apre come le porte dell’inferno il grande punto interrogativo su chi verrà o meno a Pechino per le inaugurazioni delle olimpiche l’8 agosto. In un momento di ingenuo entusiasmo la Cina aveva aperto il concorso di capi di governo e di stato vantando centinaia di super ospiti.
In questo modo però l’8 agosto però ora non si conterà chi sarà venuto, ma chi sarà assente. Questi, dopo le polemiche sul Tibet e il passaggio della torcia olimpica, saranno tanti.
Per gonfiare i numeri della statistica Pechino raccoglie ora teste coronate o meno in Paesi di scarso peso politico, ma tutti sanno che i numeri non sono tutti uguali e l’importante davvero sarà il numero di capi di governo dei Paesi ricchi e sviluppati.
Tra quelli che contano, ameno di sorprese all’ultimo minuto, ci saranno il Presidente americano Bush, l’imperatore e il premier giapponese Akihito e Fukuda. Anche gli indiani dovrebbero essere presenti in massa. Putin e Medvedev potrebbero esserci entrambi.
Tra gli assenti brilleranno invece gli europei, tranne la presenza formale dei vari reali. Non ci sarà il cancelliere tedesco Maerkel, il premier britannico Brown, in dubbio è il presidente francese Sarkozy, e il primo ministro spagnolo Zapatero. In Italia Berlusconi ancora non sa bene cosa fare.
Se venisse avrebbe dai cinesi l’onore di essere ricevuto come il maggiore rappresentante dell’Unione europea, ma rischierebbe di aggiungere ruggine alle polemiche e ai sospetti tra il suo governo e i colleghi europei. Questo scotto potrebbe essere pagato se l’Italia avesse un chiaro programma politico su cosa fare e chiedere alla Cina. Ma l’Italia ce l’ha?
Questo risultato in Europa è in realtà una nuova sorpresa per la Cina. Per oltre un decennio offuscata dal fumo delle mille polemiche su diritti umani, religione e minoranze etniche, Pechino ha creduto di avere migliori rapporti con l’Europa rispetto a Usa, Giappone e India, covo di “nemici”. Ha voluto credere al sogno della potenza dell’Unione europea bilanciamento dell’egemonia americana.
Ora in un momento cruciale, in realtà duro e difficile, come l’8 agosto, i presunti nemici si presentano all’appello mentre gli europei si eclissano. Ciò dovrebbe indurre i cinesi a riconsiderare profondamente molti termini politici internazionali.
Forse è in questa prospettiva che Berlusconi potrebbe considerare il suo viaggio in Cina. L’8 agosto, al di là delle polemiche, degli scivoloni mediatici di quei giorni, Pechino potrebbe fare la conta.
Berlusconi dovrebbe capire se gli conviene o meno. Ma anche per questo Roma avrebbe bisogno di una strategia complessa. Si tratterebbe di pensare a un mondo che va oltre l’Europa e l’Atlantico. Senza un paradigma politico di riferimento non si possono nemmeno fare calcoli di convenienza.
In questa trappola, a metà di un guado, sicuri di sbagliare verso gli europei o la Cina, senza sapere perché, è Berlusconi oggi riguardo all’8 agosto. Certo, oggi non è in cima ai suoi pensieri, travolto da mille altre polemiche e questioni più impellenti.
Ma nel medio termine, dopo l’8 agosto, le olimpiadi di Pechino peseranno più di quanto non sembri oggi. Allora cosa farà l’Italia per allora? E soprattutto perché, per quali scopi?